Con chi ce l’ho stavolta?
Insomma, si potrebbe credere che sia incontentabile, quando invece è proprio così, almeno per alcuni aspetti sui quali sono molto sensibile. Uno di questi riguarda il modo come la logistica aiuta o meno un viaggiatore, ossia tutto quello che riguarda l’informazione, la puntualità, l’accoglienza, eccetera.
Purtroppo stavolta Flixbus mi ha veramente deluso, in primo luogo lasciandomi senza l’ormai indispensabile WiFi da Vienna a Strasburgo, e poi arrivando con più di un’ora e mezza di ritardo sull’orario di partenza programmato, tra l’altro facendoci attendere in una località posta nel nulla più assoluto, priva di ogni struttura, anche minima, in grado di accogliere i viaggiatori.
Ma non è finita qui, ne ho anche per Strasburgo.
La prima volta che ci passai, una quindicina d’anni fa, mi parve una bellissima città, degna del suo ruolo importante in Europa. Stavolta non ho potuto sopprimere una sensazione di decadenza, o almeno di trascuratezza, come se non ci fosse stata alcuna evoluzione.
Già il fatto che assai scarsi siano i collegamenti aerei con le principali città europee, come pure quelli ferroviari diretti, è un segnale di inadeguatezza per una città che ospita una delle due sedi del Parlamento Europeo. Ma veniamo ai fatti.
Quando abbiamo occasione di fare un giretto nel centro storico di qualche località estera di una certa importanza, siamo usi liberarci dei trolley, lasciandoli nel deposito bagagli della stazione ferroviaria. Così facemmo anche a Strasburgo, e dopo un po’ di su e giù per la stazione localizzammo quel servizio. Ci accolse una porticina a due ante in legno che pareva quella di una vecchia casa popolare, e poi uno striminzito locale simile a una biglietteria di un cinemino di terza visione. Alla destra di una ridotta postazione vetrata stava un imponente scanner per i bagagli, con tanto di metal detector, ma senza alcuna istruzione (almeno chiaramente visibile) su come procedere. Posti i trolley sul nastro trasportatore, attraversammo il metal detector, il quale non mancò di segnalare il fatto che non eravamo stati abbastanza diligenti e che non avevamo posto tutti gli oggetti metallici nell’apposita vaschetta gialla, ma i due addetti seduti nel loro gabbiotto non fecero nemmeno un plissé. Entrati nella sala con gli armadietti, e posti al loro interno i due trolley, scoprimmo che la tariffa era di ben 12,50€, molto di più di quanto chiedono a Praga e a Vienna, ma il bello è che si poteva pagare quella tariffa solamente in monetine, niente banconote, carta di credito e bancomat. Ora, non si può pretendere che nel XXI secolo le persone viaggino con una scarsella piena di monete come ai tempi di Carlo Martello. Soluzione: bisognava tornare indietro, trolley compresi, e chiedere lumi in quel gabbiotto, nel quale un addetto, con al suo fianco un sacco di monete stile Zio Paperone, gentilmente cambiava una banconota in metallo sonante. Ciliegina sulla torta, il deposito chiudeva alle 19 (alle sette di sera!), e se si voleva andare a cena in un bel ristorantino sull’Ill era necessario farlo con bagagli al seguito.
Bah!
Il meglio però doveva ancora arrivare, e mi riferisco alla Gare Routière Centrale De Strasbourg, e mai tanto un nome così altisonante corrispose invece a una situazione mediocre e insopportabile. Alle 20 i bagni erano già chiusi, come pure il bar, e almeno da un’ora, mentre qualche anno fa restava aperto fino alle 21 (un altro segno della decadenza). Per giunta avevamo preso un po’ di pioggia, e una bevanda calda sarebbe stata gradita. Invece ci trovavamo sotto una sorta di tettoia aperta du due lati lunga circa una ventina di metri, con due parallelepipedi di cemento per sedersi, ma che erano stati modificati in un giaciglio per i clochard, e per giunta al buio. La situazione era poco rassicurante e oltremodo scomoda, perciò, dopo un tentativo di resistere stoicamente, cedemmo e ci rifugiammo per un’oretta in una birreria a qualche isolato di distanza, dove un paio di bicchieri di cabernet ci riconciliarono con l’esistenza.

Tutto bene il resto?
Sì, beh, abbastanza.
Bene, anzi benissimo come sempre la sistemazione che la mia agenzia di viaggi ha scovato a Sélestat, sempre efficiente il trasporto pubblico da lì alla Val d’Argent, interessante anche la scappata a Mulhouse per visitare la Citè du Train, e, a proposito, sempre comodissimi i divani delle vecchie carrozze ferroviarie Corail. Però mi par di ricordare che qui si sarebbe dovuto parlare di patchwork, e ora c’arrivo.
Chiariamo subito una cosa, m’interesso ancora di arte tessile, e il Carrefour Européen du Patchwork ha sempre il suo fascino, però c’era un motivo ben specifico che mi aveva condotto lì, ovvero la soddisfazione di vedere una mia opera esposta al concorso internazionale, e per la terza volta, badate, ma di ciò parlerò in seguito.
Il 2025 è un anno speciale per il Carrefour Européen du Patchwork, si tratta infatti della trentesima edizione, e per l’occasione sono stati realizzati dei gadget che non ho mancato di procacciarmi. Anche il destino c’ha messo lo zampino, in quanto, all’ultimo, una delle presentarici alla premiazione del concorso non è potuta intervenire, ed è stata sostituita dalla persona che più rappresenta questa manifestazione e che ne è stata la promotrice per tantissimi anni: Mme Gul Laporte.
Inizierei con la prima impressione generale, e cioè che le mostre erano tutte abbastanza interessanti, ossia il livello generale era mediamente alto (non sempre è successo), però, tranne che in un paio di occasioni, sono mancate quelle vette di eccellenza che ti facevano sentire una nullità e ti veniva voglia di lasciar perdere il patchwork per sempre.
Inizierei dalla fine, ovvera dall’ultima mostra che ho visitato, e che stava quasi per sfuggirmi. Si tratta di una serie di piccole opere d’arte esposte dalla European Quilt Association (EQA). Il tema proposto quest’anno era “Contrasts”, e devo dire che è stato interpretato magnificamente.




Ovviamente le opere esposte erano molte di più, e qui ho riportato solamente alcune di quelle che, a parer mio, sono indicative della fantasia e dell’abilità che le quilter di EQA riescono a palesare nell’interpretazione di un tema in apparenza così categorico.
Da questi piccoli quilt passerei a un’opera che per dimensioni e impegno realizzativo non esito a definire “monumentale”

Esther Delgado Pico – Flower Cloud

Esther Delgado Pico – Flower Cloud – Detail
A spanne saranno stati circa quattro metri, una nuvola di fiori che Esther Delgado Pico ha realizzato con maestria notevole.
Mi chiedo anche come sia riuscita a portare fino in Alsazia quella installazione così grande.

Esther Delgado Pico
Diciamo che Esther Delgado Pico è stata, per me, una vera sorpresa, e non solamente per il fatto che ancora non la conoscevo, ma perché lei ha portato in Alsazia una serie di opere veramente interessanti.

Esther Delgado Pico – Childhood – Youth – Maturity

Esther Delgado Pico – Childhood – Detail
Ora ammirate questa spendida opera di grandi dimensioni che, a buon diritto, troneggiava nel centro della sala.

Esther Delgado Pico – Adrift
Ebbene, oltre che bravissima, Esther si è dimostrata estremamente corretta, perché ha voluto precisare che la sua splendida opera è tratta da un’immagine originale di Eric Zener, un famoso pittore americano. Forse questa precisazione potrebbe sembrare gratuita, ma in realtà troppe volte è capitato che un’artista copiasse più o meno pedissequamente un’opera senza citarla apertamente, come del resto già segnalato del vecchio post “Il cacciatore“.
Si sa che amo le opere originali, quelle che rappresentano un rischio per l’artista in quanto “rompono” qualsiasi rappresentazione codificata e propongono nuovi e inaspettati orizzonti.
Di Marie-Francine Brochard avevo già visto qualcosa nel 2019, ma quanto che lei ha portato quest’anno superava qualsiasi aspettativa.

Marie-Francine Brochard – Eucalyptus 3

Marie-Francine Brochard – Écorces 5

Marie-Francine Brochard – Écorces 5 – Detail
Un patchwork realizzato con la corteccia d’albero doveva ancora vederlo. Però, se ci pensate bene, è un’idea quella di utilizzare un materiale antichissimo, quasi primordiale, per delle opere d’arte contemporanee.
Mattea Jurin è un’apprezzatissima quilter italiana, che si è sempre distinta per la forza espressiva delle sue opere d’arte. Oltre a ciò andrebbe aggiunta un’innegabile originalità nella ricerca dei temi e nelle scelte cromatiche.
Molti sono i riconoscimenti che ha già ottenuto, tra i quali un premio al Carrefour Européen du Patchwork, e i suoi quilt ormai non conoscono confini.
Quest’anno le è stata dedicata una personale, nella quale ha potuto esporre una serie di opere della sua notevole produzione, e trovo che si è trattata di una delle esposizioni migliori di questa edizione.
Inizierei con Life’s Textures, un quilt sinestetico, in quanto, oltre alla sensazione visiva, l’artista invitava alla sensazione tattile, ossia a prendere contatto con la stoffa, la sua trama, le parti morbide e meno morbide, le contaminazioni, i confini e i corsi.

Mattea Jurin – Life’s Textures
Come Mattea Jurin ha inteso precisare, si tratta di una rappresentazione di tutta una vita, dal bianco dell’innocenza infantile, attraversano i momenti di crescita, poi quelli della passione, della maturità, fino alle tinte più scure della contemplazione e della completezza,
La vita non procede mai in maniera lineare e uniforme, ha i suoi percorsi imprevisti, le sorprese belle e brutte, le difficoltà da superare e le soddisfazioni per quelle superate. Tutto ciò veniva simbolicamente richiamato in quest’opera, una sorta di biografia scritta con i colori invece che con carta e penna.
Altrettanto intrigante ed emblematico questo trittico monocromatico che, per inciso, rispetta la filosofia originale del patchwork, in quanto è stato realizzato con materiali di recupero, stoffe che hanno un legame particolare con l’autrice.

Mattea Jurin – Head Heart Hands
E non poteva essere altrimenti, in quanto viene rappresentata l’essenza dell’artista in tre parti.
La prima in alto è la testa, nella quale i progetti, o per meglio dire varie ipotesi di progetto nascono, si accavallano, si elidono, si confrontano, si completano, fino al raggiungimento di una struttura più o meno interpretabile e rappresentativa.
La seconda è il cuore, il motore emotivo dell’artista, il quale sempre sottolinea l’urgenza di dare una forma espressiva alla fantasia che preme per vedere la luce.
Il terzo sono le mani, ma in quelle sono racchiuse la maestria, la pazienza, la sensibilità cromatica, e in fin dei conti anche il tempo speso per trasformare una pezza di stoffa in un’opera d’arte.
Che Mattea Jurin sia un’artista eclettica lo si sarebbe già dovuto capire, e il quilt sottostante dimostra quanto possa essere evocativa un’immagine che fa della sua semplicità (espressiva, non tecnica) la cifra della sua bellezza.

Mattea Jurin – The Ocean we crossed, the shores we called home

Mattea Jurin – The Ocean we crossed, the shores we called home – Detail
Lei è, si potrebbe dire, figlia di due mondi, se non addirittura tre. Figlia di genitori europei emigrati negli USA, trascorse lì la sua prima giovinezza, e poi visse il ritorno della sua famiglia in Europa, dove tuttora risiede.
In pratica l’Oceano Atlantico è una sorta di ponte tra i due continenti che può chiamare “casa”, e lei ha inteso raffigurare questo legame indissolubile mediante le radici che affondano profondamente nel terreno, quasi tentassero di ritrovarsi sotto al fondale dell’Oceano. Mi piace pensare che si tratta anche di un ponte che probabilmente Mattea presto riattraverserà per esporre una sua personale in qualche show statunitense.
Novità assoluta, almeno per me, questi piccoli capolavori in 3D, con una cornice metallica che li sottolinea più che delimitarli, come dire che il patchwork è “aperto” a tutte le forme espressive.

Mattea Jurin – Whispers of the Iron Bloom – Iron and Ether

Mattea Jurin – Whispers of the Iron Bloom – Rooted in Air
Non so se vi ricordate di quell’incredibile opera realizzata da Dieter Filler con bucce d’arancia che inserii nel post del Carrefour Européen du Patchwork del 2022. No? Allora andate a rivedervela. Ebbene, anche quest’anno egli ha deciso di stupire con un’opera che riprende un soggetto estremamente semplice, il Sol Levante giapponese, declinandolo con materiali e lavorazioni inusuali a dir poco.

Dieter Filler – Au pays du soleil levant

Dieter Filler – Au pays du soleil levant – Detail
Suppongo che si tratti di cotone assemblato su tessuto pile leggermente arricciato, suppongo ripeto, perché non ho osato sfiorare quel bianco morbito per tema di sporcarlo.
Comunque vi inviterei a dare una sbirciata al sito web di questo artista tessile, e scoprirete che in tutta la sua produzione non si è mai ripetuto, non ha ceduto alle sirene di un comodo cliché di successo, e questo, almeno per me, è un grande valore aggiunto.
Sempre in Giappone restiamo con questo meraviglioso quilt di Montserrat Forcadell Blasco, un’artista che ci ha sempre regalato delle opere degne di nota, e anche questa ha ottenuto il meritatissimo successo nel concorso “Giappone: misteri, leggende e realtà”.

Montserrat Forcadell Blasco – La légende du Héron japonaise

Montserrat Forcadell Blasco – La légende du Héron japonaise – Detail
Come per la gru, associata alla fortuna, alla fedeltà e alla longevità, il misticismo giapponese è molto legato anche all’airone, ma ha un significato più misterioso, legato agli spiriti, alla morte e all’adilà. Forse non a caso Hayao Miyazaki considera il suo film d’animazione “Il ragazzo e l’airone” come una sorta di testamento spirituale e artistico.
Molte sono le antiche leggende giapponesi che hanno l’airone come protagonista, e una di quelle avrà sicuramente colpito l’artista, la quale si è ispirata anche all’arte pittorica cinese per tradurre visivamente le sue sensazioni.
Restiamo in zona, e precisamente nella Corea del Sud.
Hae Ok Chang è nota per i suoi fiocchi di neve, ottenuti ritagliando dei pizzi e applicandoli su degli sfondi più o meno colorati. Però ama anche riprodurre con la stoffa dei motivi tradizionali del suo paese, con colori vivi e geometrie complesse.

Hae Ok Chang – Serene Glory

Hae Ok Chang – Serene Glory – Detail

Hae Ok Chang
Ecco qui sotto una delle sue opere più peculiari, con i tipici fiocchi di neve. In questa spiccano imperiosi su un fondo nero, quasi fossero sprazzi di luce invece che delicate strutture di ghiaccio.

Hae Ok Chang – Snowflakes_02

Hae Ok Chang – Snowflakes_02 – Detail
Comunque in questo dettaglio ci si rende conto che non si tratta di una sorta di applique, seppure accurato, perché anche lo sfondo palesa un’abilità tessile fuori dal comune.
In questa edizione del Carrefour Européen du Patchwork erano presenti molte altre opere che arrivavano dall’altro capo del globo, dalla Nuova Zelanda e dall’Australia, con i loro motivi, i loro colori e una visione che solamente chi vive in grandi spazi, verdi o meno, può riuscire a proporre.
Una fra tutte mi ha colpito, non perché fosse la più bella, la più complessa, la più innovativa, ma perché, con notevole sensibilità artistica, faceva riferimento a una circostanza nella quale molte donne, me compresa, si sono purtroppo trovate.

Daena Schofield – Hopes Miscarried
Smarrimento, delusione, rimpianto, dolore, inadeguatezza, queste sono solamente una parte delle sensazioni che una donna può provare dopo un aborto spontaneo, diverse per ognuna di loro, un turbinio di emozioni complesse affrontate talvolta in solitudine e in una sorta di silenzio sociale. Daena Schofield le ha volute in parte rappresentare con i colori e le forme in un quilt molto evocativo, con delle tinte che indicano serenità e speranza alle spalle della figura femminile, ossia il suo passato, mentre il futuro si presenta cupo, più scuro nell’immediato e solo leggermente sfumato più avanti, comunque sempre irto di spigoli pronti riaprire quell’intima ferita.
Sbirciando nel sito web di questa artista neozelandese, ho scoperto che soffre di epilessia e autismo, e che il patchwork è diventata la più efficace terapia per interfacciarsi serenamente con il mondo che la circonda, mondo che, ovviamente, lei percepisce più intensamente, e di ciò ne dà splendida testimonianza nelle sue opere.
In un piccolo villaggio di pescatori della Nuova Zelanda meridionale, un’antica leggenda è diventata pietra.
Nella tradizione Maori, Āraiteuru è la canoa che portò gli antenati del popolo Ngāi Tahu nell’Isola del Sud. Mentre la canoa divenne il promontorio di Shag Point / Matakaea, le zucche d’acqua e le reti si trasformarono in tanti massi sulla costa di Otago. La loro caratteristica è che hanno una forma sferica ed emergono dalla rena della piaggia, creando un’immagine molto suggestiva. I massi di Moeraki hanno dimensioni variabili, da mezzo metro a un paio di metri, e si sono formati anticamente per cementificazione dell’argilla, emergendo infine a seguito dell’erosione costiera.

Catherine McDonald – Moeraki Boulders
Sono certa che quella spiaggia abbia un particolare valore per l’artista, e che sia una costante fonte di ispirazione, dato che quei massi appaiono in forme diverse in altri suoi quilt.

Immagine da: newzealand.com
Bundanon è un’organizzazione artistica autraliana sorta dove viveva il pittore Arthr Boyd, assieme a sua moglie Yvonne, anche lei pittrice. Nel 1993 i due artisti donarono la loro proprietà al popolo australiano, e in quel luogo venne fondato un grande centro museale e di apprendimento artistico, con particolare attenzione alla cultura indigena.

Linda Balding – Ode to Bundanon – Pastoral
Linda Balding ha goduto della felice possibilità di insegnare in quel centro per ventidue anni, e ne ha tratto tutta l’ispirazione possibile per le sue opere d’arte, non solamente quilt, ma anche stampe su stoffa e tinture ecologiche.
Quest’opera è la trasposizione tessile di una foto che ha scattato giusto fuori dalla fattoria di Bundanon, con quei fantasici chiaroscuri creati dall’ombra di una grande magnolia.
Come non invidiarla?
Restiamo nell’emisfero australe, e dalla Nuova Zelanda è arrivato questo originale quilt di Helen Beaven

Helen Beaven – Improv Trio
Quest’opera ha vinto il primo premio nel Great New Zealand Quilt Show 2023, e direi che si è trattato di un riconoscimento meritatissimo. I disegni ripropongono quelli che si trovano sul tapa, un tessuto prodotto nelle isole dell’Oceano Pacifico mediante lavorazione della corteccia del gelso da carta. Il motivo dei petali è tipico su questo tipo di stoffa, e in più, per dare l’dea dell’improvvisazione e dell’irregolarità, l’artista ha realizzato alcuni dettagli mediante una stampa a calcografia da base in linoleum. Quanto amo le contaminazioni di tecniche…
E già che si è parlato di concorsi, veniamo alle dolenti note.
Voglio subito premettere che il tema proposto per il concorso del 30° Carrefour Européen du Patchwok era molto intrigante, poiché lasciava ampia libertà creativa, e aggiungo pure che le opere esposte erano, nella maggior parte dei casi, all’altezza, anzi oserei dire che si è trattata di una delle espozioni migliori che ricordo.
Dove sta il problema allora?
Il problema sono io, nel senso che non sempre il mio metro di giudizio coincide con quello della giuria, e anche quest’anno alcune perplessità non sono mancate.

Inizierei col descrivere il tema del concorso “Avant-Garde”, ossia come ci si immagina che sarà un quilt fra una trentina d’anni, quali i materiali, le tecniche, i soggetti, le suggestioni, eccetera. Insomma, date libero sfogo alla fantasia.
Quel tema aperto a ogni libera ma innovativa interpretazione era così stimolante che, sorpresa da un’improvvisa folata di pazzia, decisi che c’avrei provato anch’io a realizzare un quilt d’avanguardia, senza speranza di essere ammessa tra i finalisti, s’intende, e invece…
Sia come sia, già la quasi certezza di avere la possibilità di ammirare dei patchwork estremamente originali mi attirava in Alsazia, e dopo la comunicazione che il mio quilt era stato giudicato degno di partecipare alla selezione finale diedi formale incarico alla mia agenzia di viaggi di organizzare la trasferta in Val d’Argent.
Non servirebbe precisare che furono proprio le opere finaliste le prime che andai a visitare, e devo proprio dire che la loro qualità era eccellente, anche se per alcune mi sfuggiva ogni relazione con il tema del concorso. Massima però fu la mia perplessità quando, durante la premiazione, scoprii che qualcuna delle opere che avevo considerato OT erano state giudicate tra le migliori del concorso.
Niente di nuovo sotto al sole, mi si dirà, non è la prima volta che mi trovo in disaccordo con la giuria, ma in qualche caso ho trovato quest’anno le loro scelte alquanto dubbie o prive di senso.
Bene, tolto questo sassolino dalla scarpa, passerei a mostrarvi alcuni dei quilt che, sempre secondo me, hanno reso giustizia nel migliore dei modi al tema proposto.
Nulla da dire sul quilt di Szilvia Kerékgyártó, vincitrice del primo premio e del premio EQA. Si tratta di un’opera esteticamente gradevole che palesa un’ottima tecnica.

Szilvia Kerékgyártó – What are her Origins
Oltre all’impatto estetico dell’opera, ho trovato che si tratta di un’ottima rappresentazione di come l’antico possa trovare posto in futuro senza sembrare antiquato o trascurabile.
Infatti, cosa c’è di più antico e tradizionale del blocco “Log Cabin“? Eppure qui è declinato in una forma che si distacca dalla rigida geometria per trasformarsi in pennellate di colore, sistematiche e impeccabili nelle dimensioni, ma libere e creative nella scelta cromatica. In aggiunta abbiamo un volto molto epressivo realizzato con una tecnica che riprende e attualizza l’applique.
Ciliegina sulla torta, aggiungerei l’esclusivo utilizzo di stoffe di riciclo, cifra caratteristica del “vero” patchwork.
Mi spiace che la fotografia non renda giustizia a questa originale opera di Marijke Van Lamoen, a mia scusante porto il fatto che gli spot illuminavano in maniera eccessiva la zona superiore dei quilt, e che se si usava il flash si veniva guardati male.

Marijke Van Lamoen – Wall of Flame
Per realizzare quest’opera l’artista ha fatto ferro e fuoco, nel senso che invece del filo per unire gli strati ha utilizzato delle spille di sicurezza in acciaio dorato, mentre le sfumature di colore sono state ottenute a fiamma, bruciando zone del top e del batting.
Complimenti per il coraggio, oltre che per l’indiscutibile originalità. Al suo posto, probabilmente io mi sarei scottata o avrei dato fuoco alla casa.
Ora ditemi se quest’opera non è una finestra sul futuro, anche se “finestra” non sarebbe il termine più adatto, in quanto si tratta di quanto si potrebbe osservare in futuro attraverso le lenti di un microscopio.

Mattea Jurin – Brave New World – Quanum Cellular Biotech
Mattea Jurin ha immaginato un mondo dove la biologia non si affida più a mezzi grossolani e inefficienti, bensì arriva a operare direttamente nell’infinitamente piccolo mediante le nanotecnologie. I progressi derivanti avrebbero ricadute rivoluzionarie sulla medicina, sull’informatica, sulla genetica, un salto evolutivo che potrebbe affrancarci dalle nostre fragilità e nel contempo ridurre la nostra impronta ecologica.
Oltre al soggetto, innovativi sono pure i materiali e il loro assemblaggio, per un’opera che, a parer mio, avrebbe dovuto ricevere miglior accoglienza, anche in considerazione del fatto che si esprime pienamente nel tema proposto dal concorso.
Niente male nemmeno questo bizzarro quilt coreano, un’opera che sa un po’ di Escher.

Yongjeong Kim – The Hillside Façade
Se mi è concesso, potrei definirla un’opera cubista, con finestre che guardano in tutte le direzioni, e alcune addirittura verso un immaginario esterno dietro il quilt. Chissà che non sia questa una nuova strada, anche se il cubismo non è nel mondo dell’arte una novità assoluta, anzi.
Comunque qull’opera mi è piaciuta tantissimo, e, ovviamente, non è stata premiata.
Meritatissimo riconoscimento invece per questa strana Luna di Eunjoo An.

Eunjoo An – Moon of Return, Path of Beginning
Pochi giorni fa mi è capitato di uscire di casa a notte fonda e, dato che vivo in un piccolo paesino abbastanza isolato dalla città, ho potuto apprezzare la magia di una Luna piena nel cielo. Quel disco bianco lassù in alto irradiava una luce diafana sul paesaggio, esaltava le ombre e smorzava i colori, ma con delicatezza.
Posso capire come quel corpo celeste sia stato investito di proprietà divine (o divinatorie) per tutti i millenni che hanno preceduto l’epoca della conoscenza, quella che ci ha svelato la sua vera natura, ossia che si tratta di un grande sasso rotondo privo di vita.
Eppure la Luna è unica, lo è perché il nostro pianeta ha un solo satellite, lo è perché nessun altro pianeta del nostro sistema solare ne ha una sola (oppure ne è privo), lo è perché le sue dimensioni e la sua distanza dalla Terra sono la condizione imprescindibile per la vita, fin dalla sua comparsa. Se la situazione fosse stata differente non avremmo le maree (perciò le acque oceaniche si sarebbero spostate verso i poli portando al collasso gli ecosistemi marini), la rotazione terrestre sarebbe fortemente instabile dati i cambiamenti dell’inclinazione del suo asse (con modifiche drammatiche sui cicli stagionali e sul clima), la velocità di rotazione del pianeta sarebbe più che doppia (la superficie sarebbe continuamente spazzata da venti a 200km/h), e forse la vita non sarebbe mai apparsa, almeno nelle forme complesse che conosciamo.
Ma la Luna è unica anche per altri aspetti.
Molti cicli naturali si armonizzano con quello lunare, e persino l’equilibrio psicofisico ne risente, senza voler contare il fatto che per una platea variegata di persone, dai sognatori ai poeti, dai contadini ai navigatori, dai matematici agli astronomi, la Luna è stato il primo gradino indispensabile per affrontare l’ignoto alle sue spalle.
Eunjoo An ci ricorda che la Luna torna sempre a trovarci, in un ciclo senza fine, nuova, primo quarto, piena, ultimo quarto, e c’è sempre, anche se non la vediamo. Anche la vita c’è sempre, si rinnova senza fine, e noi, come la Luna, ripetiamo gli stessi percorsi, che però non sono mai uguali. Anche la Luna compie lo stesso percorso, e guarda sempre lo stesso pianeta, che però non è mai uguale, e nemmeno noi.
“Panta rhei” diceva Eraclito, tutto si muove e nulla sta fermo, perciò mai ci si potrebbe bagnare due volte nello stesso fiume.
Ho immaginato che ciò valga anche per il messaggio implicito in questo quilt di Sandra Kaiser, un’altro di quei pochi per i quali condivido il giudizio della giuria.

Sandra Kaiser – To be Continued…
Il patchwork è nato secoli fa, e da allora molto è cambiato, i materiali, gli strumenti, i soggetti, le tecniche, ma anche e soprattutto le persone, il loro modo di interpretare il vissuto e il sognato.
Sandra ha colto un fiore, un papavero, quel fiore che in Oriente viene associato alla fertilità e alla bellezza, mentre nella cultura occidentale rappresenta il ciclo di morte e rinascita, la forza di un eterno rinnovamento, quello di un risveglio stagionale e anche quello di un passo verso il futuro. Quindi se tutto si muove e nulla sta fermo, è logico, è auspicabile che un tale fiore ne sia il portavoce, e su quella pellicola appariranno in futuro altri fotogrammi con altri papaveri, sempre belli ma sempre diversi.
Sui fotogrammi avete riconosciuto le tecniche Crazy, Confetti, Hawaiano, Paper Piecing, Applique? (le ho mescolate apposta) 
Anche questo quilt di Edith Bieri-Hanselmann è pienamente nel solco del tema del concorso, una proposta d’avanguardia che, secondo me, avrebbe meritato un premio.

Edith Bieri-Hanselmann – Fracture and Forward

Edith Bieri-Hanselmann – Fracture and Forward – Detail
Lei usa la stoffa come se fosse del colore puro, una tecnica che avevo già avuto modo di apprezzare nel Carrefou Européen du Patchwork del 2016 grazie alla sua opera “Splash”.
Grazie ai sapiente utilizzo dei nastri di seta Sari lei ha realizzato un quilt dinamico, cromaticamente forte ma non pacchiano, un’opera che sposta lo sguardo oltre il confine materiale, quasi a tentare di completarlo con la fantasia, operazione comunque impossibile perché nessuno sa cosa ci riserva il futuro, oltre quell’orizzonte dove tutto cambia, la direzione, il colore, l’arte.
Altri quilt del concorso, non tutti, sono presenti nel mio album di Flickr, però mi perdonerete se mi concedo un pizzico di vanità, in quanto tra le opere ammesse al concorso c’era anche la mia, e questa è la terza volta che succede.
Sgombriamo subito il campo da ogni equivoco, tutte le volte che ho partecipato a questo concorso non ho mai pensato che potessi essere premiata, ma già il fatto di sapere che la mia opera sarebbe stato presente lì era per me, quilter assolutamente naïve, una grande vittoria. Quest’anno poi, non ci speravo nemmeno di esserci, dato che la mia opera era solamente il frutto di un sogno notturno (mangiato pesante la sera prima…) che per puro sfizio tentai nelle settimane seguenti di rappresentare con la stoffa.

Rossana Ramani – Rain on Aurora
Dunque, il tema del concorso invitava a immaginare come potesse evolvere nel futuro il patchwork, e trovo che il mio quilt sia una risposta, interlocutoria fin che si vuole, ma sicuramente originale. Va detto che non sono andata in cerca di una rappresentazione “gradevole” alla vista, quest’opera sta a un bel patchwork come la musica dodecafonica sta al valzer viennese, però ho tentato di uscire in tutti i modi dal prevedibile, e in ciò sta la sua cifra.
Nel romanzo “I robot dell’alba” di Isaac Asimov, Aurora è il primo pianeta colonizzato dagli esseri umani. Ho immaginato una quilter del futuro che realizza un’opera ispirandosi a un paesaggio alieno su Aurora. E se pensate magari che trent’anni sono pochi per un viaggio interstellare, vi ricordo che in quello stesso intervallo di tempo, poco più di un secolo fa, passammo dal cavallo all’aeroplano, quindi si tratta solo di aspettare una decisiva svolta tecnologica.
Bene, chiuso questo (controverso) capitolo, passiamo ai fatti, e più precisamente a una delle attività svolte dal Mennonite Central Committe (MCC), un’associazione nata nel 1920 per inviare alimenti alle popolazioni della Russia Meridionale stremate dalla carestia, una catastrofe conseguente alla guerra civile, a improvvide decisioni politiche e a eventi climatici avversi che fece milioni di morti in pochi anni.
Oggi questa associazione fornisce assistenza umanitaria alle comunità che soffrono degli effetti di conflitti, inondazioni, siccità e altri eventi simili, in varie forme, dall’invio di cibo e medicine all’aiuto ai migranti, dai sistemi di approvvigionamento di acqua potabile all’istruzione di base.
In Val d’Argent hanno portato una serie di patchwork che verranno inviati nelle zone dove potranno fornire un caldo e indispensabile conforto, ad Haiti e in Ucraina per esempio.

Altre informazioni su questa iniziativa le potete trovare sul sito web di MCC.
Guldusi è un’iniziativa tesa a promuovere il ricamo a mano delle donne afgane integrandolo con delle opere realizzate da quilter europee.
Già nelle edizioni passate avevo trovato molto interessanti le opere esposte dall’associazione Deutsche-Afghanische di Friburgo, e anche quest’anno tale collaborazione ha permesso di esporre una serie di piccole opere in grado di valorizzare le abilità delle artiste afgane.

Veronika Assfahl – Gute gespräche im schutz der amulett-schirme

Veronika Assfahl – Gute gespräche im schutz der amulett-schirme – Detail
Nell’opera qui sopra, due triangoli ricamati sono gli ombrelloni di questo carinissimo scorcio di Venezia, e ho trovata fantastica l’idea di utilizzare il lato di una cerniera lampo per sottolineare i contorni degli edifici, come se rimandassero dei riflessi luminosi, cerniere lampo che probabilmente facevano parte dei jeans la cui stoffa costituisce tela e pennello.
Ancora ricami afgani per questo pannello completato da Véronique Douillet, una serie di amuleti che accompagnano la vita delle donne che spesso devono fare affidamento solamente su sé stesse.

Véronique Douillet – Amour, gloire, beauté
Struggente ed emblematico è il titolo, “Amore, gloria e bellezza”, in un paese dove l’odio ha sconvolto e continua a sconvolgere l’esistenza di quella popolazione, dove l’unica gloria è quella di una malintesa divinità in nome della quale si uccide indiscriminatamente, e dove la bellezza di un sorriso femminile viene perennemente seppellita sotto lo strato di cotone del burqa.
Chi sa di patchwork conosce anche la sua storia, e di come questa forma arte tessile applicata sia strettamente collegata con i gruppi mennoniti e amish che, perseguitati dai cattolici e dai protestanti, tra il XVII e il XVIII secolo emigrarono negli USA.
Prima di attraversare l’oceano, gli amish si erano stabiliti a Markidkh, l’odierna Sainte-Marie-aux-Mines, ed è questo uno dei motivi della collocazione proprio in Val d’Argent del Carrefour Européen du Patchwork.
Ogni anno un’esposizione è dedicata appunto ai patchwork tradizionali, e Jacques Légeret porta alcune opere della sua collezione, opere che sono vanno osservate con la prospettiva del tempo, in quanto chi allora le realizzava non aveva a disposizione molto di più di un un paio di forbici, degli aghi, del filo e delle stoffe di recupero, però si applicava con una pazienza e una dedizione che non sempre oggi siamo capaci di manifestare.

Amish – Annie and Fannie Stoltzfus – 1945-1950

Amish – Annie and Fannie Stoltzfus – 1945-1950 – Detail
Da Sidney, ossia dall’altro capo del mondo, Lorena Uriarte ci propone una sua rivisitazione del blocco tradizionale “nido d’api”.

Lorena Uriarte – Opal Essence
Quest’opera realizzata con la tecnica del Paper Piecing è la dimostrazione di come si possa prendere spunto da modelli “classici” per ottenere delle composizioni che riescono a offrire una prospettiva più “moderna”.
Prima della catastrofe causata dal Covid, non mancavo mai al Prague Patchwork Meeting, e lì, oltre a scoprire una città estremamente suggestiva, mi resi subito conto che i quilt realizzati nei paesi dell’est manifestavano un gusto originale e ben strutturato. Quasi contemporaneamente ebbi a Birmingham il primo sfolgorante incontro con l’arte tessile di Irina Voronina, tuttora una delle mie artiste preferite.
La riprova di questo mirabile imprinting artistico ma l’ha offerta Olena Korenets Nebuchadnezzar, che ha trovato nel patchwork il supporto fisico capace di dare forma visibile a un amore per la natura che in Occidente trova sempre meno spazio.

Olena Korenets Nebuchadnezzar – Blue Thistle III

Olena Korenets Nebuchadnezzar – Blue Thistle III – Detail
Stoffe tinte a mano e seta sono assemblati in maniera elegante, suggeriscono pace e armonia, quasi una sinfonia cromatica ricca di pianissimo e di pizzicato. Complimenti.
Di tutt’altro tenore questa esplosione di energia, un’opera che sfrutta elementi graficamente naturali, rametti e simili, per la rappresentazione dell’evento cosmico che ha dato origine al nostro universo, anche se di tale evento molti aspetti sono ancora più ipotizzati che verificabili: il Big Bang.
Sappiamo che assieme alla formazione dei primi elementi di materia e di energia apparve anche un altro elemento importante, ossia il tempo, e immagino che l’artista abbia voluto sottolinearne la linearità, contrapposta al caos primordiale, con quella linea rossa.

Sue Dennis – In the Beginning

Sue Dennis – In the Beginning – Detail
Le opere di Sue Dennis hanno spesso come soggetto elementi naturali, e sono certa che in Australia quelli sono più diffusi e predominanti rispetto ai nostri paesaggi addomesticati. Per questo quilt lei ha utilizzato ancune erbe del suo giardino per tingere la stoffa, una sorta di ecoprint associato alla calcografia.
Ecco un’altro modo di coniugare il patchwork tradizionale in nuove forme espressive, il che non è possibile se non si possiede una tecnica eccellente.

Valda Sutton – In Memory of Morroco
Valda Sutton si è specializzata realizzare dei quilt con questa forma circolare, nei quali riporta dei motivi tipici dei luoghi che visita, in questo caso il Marocco.
Quell’opera era una vera e propria sfida con sé stessi, nella quale l’esito era incerto fino alla fine, perché bisognava partire dal centro e far crescere il patchwork anello dopo anello, curando fino all’estremo l’esattezza dimensionale di ogni elemento e la cucitura, poi quiltare con metodo affinché non si deformi, e infine assemblare la cornice esterna senza compromettere la planarità dell’opera.
Fantastica l’idea di usare del filo metallico argentato per ottenere quegli sprazzi di luce che hanno dato un aspetto “ceramicato” alla stoffa.
E dopo tanta geometria, ecco un’immagine che fa innamorare, e chi gode della compagnia, anche episodica, anche problematica, anche sfuggente di un gatto mi capirà.

Sonya Prchal – Step Sisters

Sonya Prchal – Step Sisters – Detail
Non me ne vogliano i padroni di cani, ma i gatti fanno parte di un altro universo. Ho utilizzato a bella posta il termine “padroni” perché mai potremmo esserlo di un gatto. Egli si appropria di uno spazio quando lo trova consono alle sue esigenze, e noi ne facciamo parte. E come noi ci affezioniamo a un luogo, a un paesaggio a un insieme di sensazioni, così il gatto si affeziona a noi, però giammai ci percepirà come una sorta di capobranco, al massimo, se saremo veramente all’altezza, verremo considerati suoi pari. E poi basta con quella brutta fama di falsità, il gatto non sa mentire, ci dice: guarda, io sono qua per mangiare, per dormire, per stare al calduccio e, se mi va, per farmi accarezzare; stop.
Vorrei aggiungere due opere che fanno parte delle mostre organizzate da associazioni locali di patchwork, entrambe molto attive e perciò meritevoli di essere presenti in questa manifestazione di alto livello.

Val Patch – Christine Stievani – Papillon
La prima fa parte dell’esposizione dedicata all’associazione Val Patch, che raccoglie una ventina di quilter provenienti da Sainte-Marie-aux-Mines, Sainte-Croix-aux-Mines, Lièpvre e Rombach-le-Franc. Come il Carrefour Européen du Patchwork, anche Val Patch ha festeggiato nel 2025 i trent’anni di attività.

ASL Lièpvre
L’ASL (Association Sports & Loisirs) è un’associazione di Lièpvre che offre un discreto numero di attività, compreso il patchwork. Come ogni anno le quilter di questa associazione hanno portato dei piccoli capolavori come questo qui sopra.
E già che si parlava di piccoli capolavori, vediamo adesso i capolavori dei piccoli

Janaëlle Brochard-Gabriel – Mes Héros du quotidien

Janaëlle Brochard-Gabriel – Mes Héros du quotidien – Detail
Questa dodicenne ha dedicato il suo quilt a tutti gli eroi che quotidianamente si spendono in relativo silenzio per il benessere di tutti, dalle attività poco considerate come quelle della raccolta e il trattamento dei rifiuti a quelle più prestigiose dei medici, da chi lavora la terra a chi che mette a rischio la sua vita per spegnere gli incendi.
La Marvel non si occupa di questi eroi, e allora dovremmo pensare noi a un riconoscimento adeguato, se non altro stare dalla loro parte quando protestano contro la disattenzione dell’amministrazione pubblica nei loro confronti, disattenzione che si manifesta con una costante erosione delle risorse a loro disposizione.
Nella categoria dai 10 ai 13 anni è stato premiato questo originalissimo quilt, una vera chicca che palesa una fantasia fuori dal comune.

Tom Macé – Koï nobori
Quelle che vedete qui sopra sono delle carpe galleggianti, in giapponese koï nobori, delle maniche a vento che vengono alzate in occasione della festa delle barche drago. Da quanto leggo su internet, secondo una leggenda cinese, le carpe del Fiume Giallo, dopo aver nuotato controcorrente, volano verso il cielo, trasformandosi in draghi.
Quale che sia l’ispirazione per questo quilt, l’artista sta già dimostrando una notevole abilità e non mi stupirei se in futuro trovasse spazio nel Carrefour Européen du Patchwork.
Tania Tanti è una quilter australiana che ha portato in Val d’Argent una serie di patchwork coloratissimi, tutti realizzati magistralmente, frutto di una manualità fuori dal comune.

Tania Tanti – Red, Rock, River
Ho inserito questo patchwork perché rappresenta ciò che nessuna quilter avrebbe potuto osservare fino a un secolo fa. Si tratta del corso del fiume visto da un aereo, o comunque da qualcosa che sta molto più in alto delle nostre teste. Oggi, anche se i viaggi in aereo non sono alla portata proprio di tutti, ci sono a disposizione moltissime immagini di ogni parte del globo visto dal cielo.

Tania Tanti – Botanical Symphony
Dal cielo alla terra, con questa sinfonia di colori che, parlando di musica, si potrebbe definire un allegro con fuoco, dove le forme sinuose della natura danzano senza stancarsi mai.
Nessuna curva invece per Elizabeth Elliott, solamente triangoli e quadrati, con le relative combinazioni. Si tratta di geometrie generate da un linguaggio di programmazione chiamato Processing.
A quanto mi ha spiegato il mio webmaster / fotografo / agenzia di viaggi / sherpa / videomaker / ecc. e, guarda caso, anche esperto informatico in quanto conosce tre linguaggi di programmazione, tre sistemi operativi, cinque software di progettazione grafica e altri ammennicoli vari, si tratta di una struttura di funzioni grafiche che possono essere collegate a un software che ne regola il processo di esecuzione. L’unico punto sul quale ha alzato un sopracciglio è stato quando è stato messo l’accento su una certa casualità dei risultati, giacché, a quanto ne sa, nell’informatica l’assoluta casualità ancora non esiste.

Elizabeth Elliott – Generative Quilt 13-13

Elizabeth Elliott – Generative Quilt 13-13 – Detail
Cercherò, per quanto possibile, di farla semplice, anche se tutta la faccenda non mi è chiara del tutto. In buona sostanza, nel software sono state codificate delle regole di base, e quello si occupa di generare una combinazione di forme e colori che rispondono a quelle regole. Il risultato viene poi riprodotto con la stoffa e quiltato.
Va da sé che ogni volta il risultato è differente dal precedente, e quindi, nell’ambito delle dimensioni imposte e dalla gamma cromatica, le combinazioni possibili sono innumerevoli.
Come per le applicazioni della IA, anche in questo caso non voglio prendere una posizione, sia perché non ho le competenze per farlo e sia perché io sono una persona che ancora rimpiange il telefono che aveva la rotella con i numeri…
Ai posteri l’ardua sentenza.
Dall’astratto al figurativo, per un’artista che ha scelto un preciso soggetto per le sue opere, ossia i bambini in tutte le loro manifestazioni di gioia , di curiosità, di apprendimento e di gioco.

Ruth de Vos – Weeyaww, weeyaww
E appunto è un gioco il fulcro di questo quilt, uno dei passatempi preferiti dei bambini: le automobiline (ma anche i camion, i trattori, gli autobus, gli escavatori, e tutto ciò che ha almeno quattro ruote).
Il titolo parla da sé, si tratta della traslitterazione dei versi che i ragazzini fanno per simulare l’andamento motorizzato del giocattolo che muovono sul pavimento o su qualsiasi altra superficie che si presti a qual passatempo.
La preferenza di Ruth verso il mondo dell’infanzia forse potrebbe derivare dal fatto che lei prese in mano ago e filo già all’età di quattro anni, e a dodici iniziò a usare la macchina da cucire (a manovella). Successive esperienze la appassionarono al patchwork, e oggi le sue giornate sono piene di colori, quelli delle stoffe che tinge personalmente e quelli del mondo che la circonda e che si diverte a raffigurae nei suoi quilt.
Conosciamo i nostri inverni, quelli di una volta, con tanto freddo e tanta neve, almeno qui al Nord, e quelli di oggi, finti, zuppi, imprevedibili, né carne e né pesce. Chissà com’è l’inverno dall’altra parte del mondo, in Nuova Zelanda…
Una delle caratteristiche dei nostri inverni di una volta è che erano silenziosi. Complici il clima rigido, chi poteva restava volentieri a casa, e quando le strade erano innevate anche il rumore di passi era ovattato. Nei giorni di Bora poteva capitare che qualche refolo più forte degli altri si intrufolasse fischiando attraverso un interstizio delle finestre, ma erano suoni episodici.
Suppongo che anche per Lois Parish Evans l’inverno sia la stagione in cui il mondo si prende una pausa e la natura si riposa dopo averci mostrato fiori, frutti e colori.

Lois Parish Evans – Winters Quiescence

Lois Parish Evans – Winters Quiescence – Detail
Forse per una quilter l’inverno è la stagione della creatività, perché ritrova nei paesaggi spogli e nell’essenziale ciò che l’abbondanza cromatica tende a celare, a tenere in second’ordine, a disconoscere.
Ecco allora quest’opera che è la rappresentazione di quella parte della natura che si prende la rivincita sull’effimera bellezza primaverile ed estiva, e nella sobrietà delle sue tinte morbide dovremmo anche noi cercare la calma che, prede della vita moderna, troppo spesso ci neghiamo.
Complimenti, e non solo per la suggestiva immagine che ha saputo rappresentare, ma anche per l’eccezionale quiltatura matchstick di notevole effetto visivo (nonché difficoltà tecnica).
Per chi si diletta di pittura e di fotografia, ma anche per chi ha occhi per vedere e per catturare la bellezza, i riflessi su uno specchio d’acqua sono una preziosa materia prima, fonte di meraviglia e di meditazione.

Lois Parish Evans – Tranquil Waters
Lois Parish Evans ha trovato nelle acque tranquille di McLarens Falls, a Tauranga, uno specchio d’acqua ideale, e grazie a quelle ha immaginato un elemento stilizzato che si ripropone e si riflette, acqua e luce, natura e pensiero, stoffa e arte.
Tra le cose migliori che ho visto quest’anno in Val d’Argent, ci sono le opere di Dianne Firth, originali ed eteree, una ventata d’aria fresca che mi ha fatto riprovare sensazioni che avevo quasi dimenticato.

Dianne Firth – Black Mountain