¡HOLA! (bis)

CARTEL PATCHWORK SITGES 2023E allora eccomi qua, a raccontarvi qualcosa sulla mostra di Sitges di quest’anno. Mi si potrà obiettare che è passato già più di un mese, però, sapete com’è, mi piace prendermela comoda, e la gestione di questo blog non fa eccezione. Del resto sono certa che su Facebook sono state già inserite moltissime immagini dei lavori esposti a Sitges, alcune con mostra ancora in corso, perciò qualche settimana in più non fa differenza.
A questo punto ci si potrebbe chiedere a cosa potrebbe servire questo post, e, vi dirò, nutro dei dubbi anch’io, ma quando mi capita di rivedere qualche fotografia che abbiamo scattato sorge irresistibile la tentazione di descrivere, commentare, congetturare, decifrare ciò che a uno sguardo distratto potrebbe sfuggire. Lo si fa a beneficio di coloro che, per motivi vari, non erano presenti, lo si fa per offrire un’interpretazione originale (e sperabilmente autentica) di quanto c’era da vedere, lo si fa per dare un ulteriore motivo di soddisfazione a chi ha realizzato quelle opere, lo si fa per esortare a una visita “di persona” alle future edizioni della mostra, e lo si fa infine anche per piacere personale, quasi come se componendo questo post si stesse anche realizzando un patchwork, non di stoffa, questo è ovvio, bensì cucendo assieme immagini e parole.

Direi di iniziare con una confessione, ovvero che Sitges è stata una sorta di MacGuffin per un’escursione nella penisola iberica che già era stata programmata nel 2020, ma che la pandemia causata dal virus cinese ci aveva impedito di compiere. Quindi, dopo aver dedicato all’esposizione un’intera giornata, abbiamo allungato il nostro soggiorno per godere anche della bellezza di quel suggestivo angolo di Catalogna, e poi ancora via a Barcelona, a Granada, a Malaga, a Madrid e a Toledo; diciamo che sono state due settimane “intense”.
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È stata un’esperienza che non dimenticherò tanto facilmente, abbiamo visto e provato cose diversissime, sorprendenti, e incontrato persone la cui affabilità ci ha sempre piacevolmente colpito.
Vero è che, quando si viaggia, qualche inconveniente può sempre capitare, specialmente quando lo si fa in autonomia, però se del mio viaggio con Filixbus fino a Barcelona non posso dire che bene (17 ore volate via come nulla fosse), non altrettanto posso farlo di Renfe, la compagnia ferroviaria spagnola, la quale ha più folte mostrato delle deficienze inaccettabili, sia sui treni locali che sui sedicenti “Alta Velocidad”; di strada (ferrata) ne hanno ancora da fare per raggiungere lo standard europeo.
Di tutto quello che in quelle due settimane ho visto, provato, mangiato, bevuto, ascoltato, comprato e goduto, la cosa che mi ha sorpreso di più sono state le arance di Granada. Lo so, sembra banale, in fondo le arance ci sono anche qui, e quelle siciliane sono pure ottime, però, provate immaginare degli aranceti in città, in centro intendo, con i loro bei frutti su, e magari in lontananza riuscite a scorgere le vette innevate della Sierra Nevada. Chiesti lumi in proposito, ci è stato raccontato che si tratta di una qualità di arance amare relativamente poco succose, delle quali viene utilizzata solamente la buccia per realizzare, prevalentemente nel Regno Unito, una gustosissima marmellata. In buona sostanza, tranne che nelle coltivazioni fuori città, l’arancio è considerata semplicemente una bella pianta decorativa.
Comunque, se vi va, nel blog ultimelune.it potrete trovare le fotografie che il mio sherpa / guida turistica / webmaster / ecc. ha scattato durante il nostro viaggio.

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Bene, sarebbe ora che vi racconti qualcosa delle esposizioni di Sitges e per il giusto abbrivio riprenderei le ultime parole che scrivemmo nel 2015 (una vita fa…) nel post ¡HOLA!
Sitges, un piccolo paese per una grande mostra.
Da rivedere.
Da rivivere.
Con chi ci sta.

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Bene, ottenuti, non senza qualche difficoltà logistica, i braccialetti di ingresso alle mostre, siamo andati in cerca della loro collocazione. Magari questo nostro “casuale” procedere potrebbe sembrare poco efficiente durante una visita, però si tratta della diretta conseguenza di alcune lacune organizzative. I giorni successivi, altre località e altre esperienze, hanno confermato la mia convinzione dell’esistenza di un vago pressapochismo diffuso, oppure di una generale incertezza nell’informazione. Per dirla in parole povere: si perdono in un bicchier d’acqua.
Già trovare la biglietteria non era facile, mancando le sufficienti indicazioni lungo le vie della cittadina, ma il bello doveva arrivare quando, per ottenere la mappa delle esposizioni, era necessario interfacciarsi con un QRCode, il quale poi rimandava a un sito web dove, con precisione indegna persino di una giocosa caccia al tesoro, si pretendeva di guidare le visitatrici alle loro mete.
Orbene, si sa, o si dovrebbe sapere, che l’età media delle appassionate di patchwork non è quella delle alunne di un liceo, perciò la loro confidenza con i modernissimi mezzi di comunicazione non è garantita. Il QRCode andrà bene in una pizzeria, ma non è detto che debba essere considerata l’interfaccia ottimale per chi con lo smartphone ha un rapporto spesso conflittuale. Quando poi nell’utilizzo di internet prevalgono le divertenti chiacchiere su Whatsapp, è arduo immaginare che si passi senza colpo ferire allo scaricare e consultare mappe in formato PDF, e anche ottenute quelle, si tratterebbe di consultarle sul minuscolo schermo di un telefonino, e non è detto che tutte le persone di una certa età godano di una vista degna di un falco pellegrino.
Insomma, non si sa come e non si sa da dove, all’uscita della prima mostra è saltata fuori una preziosa mappa cartacea della quale ci siamo subitamente appropriati.
Mah…

 

Almeno all’inizio siamo andati un po’ a memoria, capitando così nella sala dov’erano esposte le opere di Sarah Hibbert, e come si dice, chi ben comincia…
P1140725Oltre alle particolari abilità nell’uso del colore e dei volumi, di lei mi è piaciuta la capacità di non ripetersi, di spaziare dalle forme più tradizionali, le foglie d’acero, agli oggetti più improbabili, come i macaron.
Lei afferma di lasciarsi trasportare dall’improvvisazione, come se fosse un motivo geometrico particolare o un determinata tonalità cromatica a dettarle la composizione, passo dopo passo. Se lei fosse una musicista il jazz sarebbe il suo genere, dove si improvvisa parecchio, ma, facendo attenzione, emerge sempre una struttura complessa che palesa le particolari abilità dei solisti.
Sarah Hibbert - Wild Blue

Sarah Hibbert – Wild Blue

Tra tutte le interessanti opere di questa quilter, ho voluto proporre questa, non perché sia la più accattivante, la più appariscente, ma proprio perché la scelta del colore blu è particolarmente “understatement”, ovvero solamente osservandola con attenzione se ne possono apprezzare le qualità.
Suppongo che lei abbia voluto rappresentare vari aspetti del mare, il selvaggio blu che presenta ogni giorno una tonalità diversa: “La mer, la mer, toujours recommencée!” (Le cimetière marin – Paul Valéry).
Una paziente quiltatura a mano ha poi dato forma alla superficie, come fa il vento quando solleva le onde.

 

Haiku, chi era costui?
Confesso di non saperne molto, la poesia giapponese non fa parte del mio bagaglio di conoscenze. A quanto mi dice Wikipedia, si tratta di un componimento poetico nato in Giappone nel XVII secolo. È composto da tre versi per complessive diciassette more (e non sillabe, come comunemente detto), secondo lo schema 5/7/5.
Bene, ora ne so quasi quanto prima.
Però Sarah Hibbert è sicuramente riuscita a coglierne l’essenza e la bellezza estetica, trovando nei nella composizione cromatica una forma visibile a tale forma poetica.
Sarah Hibbert - Haiku

Sarah Hibbert – Haiku

A Sarah Hibbert capitò di udire per radio un’intervista a John Cooper Clarke, un poeta inglese, il quale ha spiegato, evidentemente in maniera molto interessante e comprensibile, l’armonia delle composizioni Haiku.
Immagino che lei abbia voluto indagare, e, compresa la difficoltà di comporne uno con le parole, ha scelto una composizione tessile che ne richiamasse la struttura, sempre improvvisando, ça va sans dire. Ha utilizzato piccoli blocchi di forma e colore diversi per simulare le “more“, e uno sfondo che doveva rappresentare un foglio di carta Shiramine, con un puntino viola alla fine della composizione, come per ricordare a chi osserva che si tratta sempre di una composizione scritta, ma con lettere dettate dalla sua fantasia inconscia.

 

Solamente un braccio di mare separa le isole giapponesi dalla penisola coreana, e appunto in Corea del Sud andiamo ora per scoprire delle opere che declinano al patchwork di oggi un’antica tradizione.
Fin dal 1400 era uso avvolgere un regalo o un oggetto prezioso mediante pezze di tessuto chiamate bojagi, realizzate generalmente in seta, anche se era possibile che venissero utilizzate delle fibre vegetali. Le origini dei questi tessuti da imballo vanno ancora più indietro nel tempo, fino alla mitica epoca dei Tre Regni, ma la caducità dei materiali impiegati ha decretato la sparizione di quei manufatti.
Terminata la realizzazione dei bojagi poteva succedere, proprio come oggi, che avanzassero dei ritagli di stoffa, e con quelli le donne realizzavano un patchwork chiamato jogakbo.
Dukjoo Choi ha ripreso quella tradizione, proponendo delle opere molto delicate nella struttura (un singolo strato di seta o di ramia) e nella scelta cromatica.
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Dukjoo Choi – Jogakbo

Choi Dukjoo - 02

Dukjoo Choi – Small jogakbo

Choi Dukjoo - 02 - Detail

Dukjoo Choi – Small jogakbo – Detail

Proprio nei colori sta una particolare preziosità di queste opere, essendo stati utilizzati dei prodotti naturali per tingere la stoffa, come per esempio con l’artemisia per il verde, la gardenia per il giallo, e lo Jjok per il blu.
Il tutto offre la sensazione di un oggetto che nella sua massima semplicità svela la cura, la pazienza, la serenità tipiche di una cultura che talvolta non riusciamo a comprendere a causa del nostro grossolano metro di paragone, e potrei persino immaginare che realizzare uno jogabko sia come percorrere un benefico percorso spiriltuale.

 

Hollis Chatelain ha vissuto per più di un decennio in Africa Occidentale, collaborando con alcune organizzazioni umanitarie, entrando in contatto diretto con la popolazione locale, e soprattutto avvertendo la loro problematica situazione. Le sue opere rappresentano il meviglioso e lo spaventoso di quella terra, e i colori della natura e le ombre di un futuro per nulla promettente.
Non so se nel suo caso si possa parlare di patchwork vero e proprio, preferirei definirli dei dipinti quiltati, doppiamente pregevoli in quanto denotano una mano figurativa felicissima e una tecnica di quiltatura che esalta ancor di più l’immagine.
Hollis Chatelain - Exodus

Hollis Chatelain – Exodus

Hollis Chatelain - Exodus - Detail

Hollis Chatelain – Exodus – Detail

L’opera che vedete qui sopra, come il titolo già spiega, rappresenta un esodo, e in questo caso si tratta della fuga dei profughi dal Sudan Occidentale.
In una provincia già piagata dalla miseria e dalla siccità, nel 2003 il governo sudanese fece in modo che si scatenasse una guerra civile, e in maniera palese appoggiò la fazione che opprimeva la parte non-araba del paese. Quella guerra fu una sorta di genocidio, per sfuggire al quale si dovette sottostare a una migrazione forzata, un esodo che, a causa dell’estrema scarsità di risorse della popolazione, comportò centinaia di migliaia di vittime per fame e malattia.

Hollis Chatelain non ci riporta un’immagine giornalistica, una delle tante che ogni tanto intasano, purtroppo devo dire quasi inutilmente, i nostri notiziari, lei invece ha inteso trasporre su stoffa un sogno che una notte le capitò di fare, anzi direi più un incubo in questo caso, e dato che l’immagine onirica era monocromatica ha voluto rispettare quel ricordo anche nella sua rappresentazione. Il risultato è andato, secondo me, ben oltre alle sue intenzioni, ottenendo l’effetto di una fila di profughi sferzati da una tempesta di sabbia, oppure dei personaggi resi quasi diafani in quanto fuggevoli dalla nostra memoria impegnata a ricordare solo trascurabili offese o piccole cose gratificanti.
Più simile come tecnica al patchwork che al dipinto è l’opera “Source of Life”. Si tratta di stoffa tinta dall’autrice sulla quale è stato applicato uno strato denim per il volto e le mani. 
Hollis Chatelain - Source of Life

Hollis Chatelain – Source of Life

Hollis Chatelain - Source of Life - Detail

Hollis Chatelain – Source of Life – Detail

Troppo spesso dimentichiamo quanto sia preziosa l’acqua, non dovremmo aspettare l’estate, quando diramano allarmanti bollettini sulla siccità, per farci un onesto esame di coscienza sulle nostre cattive abitudini. Noi qui la sprechiamo, la sporchiamo, la ignoriamo, ma lei sa come prendersi la sua rivincita, quando si fa desiderare fino ad asciugare fiumi, campagne, rubinetti, oppure si rivolta contro di noi, evade dalle prigioni che abbiamo eretto, sconvolge i territori troppo addomesticati, esonda, travolge, uccide.
Invece l’acqua è fondamentale, senza di essa la vita come la conosciamo non sarebbe mai apparsa sul nostro pianeta, senza di essa sparirebbe tutto ciò che è vivo, noi per primi, perciò l’acqua è la sorgente, il grembo, la madre, la culla della vita.
Mi è piaciuta l’idea di dare una sfumatura rosa all’acqua, perché, immagino, se il sangue è la vita del nostro corpo, l’acqua è la vita del nostro pianeta (noi compresi), e quindi quei due fluidi indispensabili, uno rosso e uno trasparente, si sono uniti per un fine comune.

 

Quello che “me gusta mucho” di questa manifestazione, oltre ovviamente alla piacevolezza del posto, è la possibiltà di ammirare delle opere realizzate da quilter che non ho mai sentito nominare, ma che, pur nei loro limiti, danno prova di gusto e originalità. Per me è un po’ come tornare indietro nel tempo, quando ero entusiasta di tutto, e tutto del patchwork mi stupiva, mi affascinava, mi catturava.
Contxi Caballé - Vola fent color

Contxi Caballé – Vola fent color

Contxi Caballé - Vola fent color - Detail

Contxi Caballé – Vola fent color – Detail

Questa farfalla di farfalle è un’idea divertente, sia per chi guarda e, ne sono certa, anche per Contxi Caballé che l’ha assemblata. Niente di cervellotico, di complicato, di artificioso, solamente il desiderio di eguagliare la leggerezza e le cangianti sfumature delle ali di una farfalla.
Complimenti.

 

A leggere il titolo di quest’opera, Ângels López è sicuramente catalana. Di certo lei ha vita facile, lì il clima è più che clemente, ci sono spazi e prospettive che qui sono rari, i colori sono più accesi, e i contrasti tra mare e terra, tra chiaro e scuro, tra verde e pietra, sono esaltati da una luce che sembra non finire mai.
Ângels López - Esclat de primavera

Ângels López – Esclat de primavera

Non so dove lei abbia trovato questo “occhio” roccioso che abbraccia l’esplosione della primavera, e nemmeno ho idea di come le sia sorta la felice ispirazione di trasformare i papaveri in una ballerina che danza sul prato. Comunque è un’idea doppiamente fantastica, primo perché suggerisce un movimento che poi è quello della natura che si risveglia, e secondo perché trasforma un “semplice” prato in un luogo “magico”.

 

Guardate l’opera sottostante, e ditemi se non sembra proprio un quadro a olio su tela.
Se Angélica Miras non fosse una bravissima quilter probabilmente sarebbe una pittrice, o una scultrice, una musicista, una poetessa, qualsiasi cosa, perché quando si riesce a ottenere un tale risultato è palese l’estro artistico della persona. Lei ha creato un suo particolarissimo stile che ama definire “pictórico realista“, e in effetti da noi sarebbe classificato come “materico”, ed è bello che una quilter abbia introdotto la stoffa come nuova, seppur antica, materia prima, e l’ha fatto senza procedimenti elaborati, senza sperimentazioni tecniche, senza addizioni dipinte, ma solamente con abilità, pazienza e gusto.
Angélica Miras - Primavera en Finalborgo

Angélica Miras – Primavera en Finalborgo

Giusto per la cronaca: Finalborgo si trova in Liguria, ed è stato definito uno dei borghi più belli d’Italia.
Non sono state le antiche mura, nè la rocca, nè i palazzi quattrocenteschi e rinascimentali a far risuonare lo spirito artistico di Angélica Miras. Lei si è innamorata di un piccolo angolo che ha scovato girando tra gli antichi vicoli del paese, un angolo colmo di vita e di rustica bellezza.

 

Esther Tronchoni Simo è rimasta affascinata da una scultura metallica di Toni Mari che si trova sul lungomare di Xàbia-Jávea, una bellissima cittadina sulla Costa Bianca dove lei vive (sarei un po’ invidiosa…), e le piace molto passare di là, in bicicletta, o passeggiando, oppure fermarsi per un drink, uno spuntino, o magari semplicemente per osservare le barche da pesca che tornano in porto. Impossibile restare indifferenti davanti a quell’opera alta circa tre metri, e altrettanto impossibile è stato, per me, non fermarsi ad ammirare la trasposizione tessile realizzata da Esther.
Non so se il titolo del quilt sia identico a quello della scultura, fatto sta che “A Vista de Pez” è perfetto. 
Esther Tronchoni Simo - A Vista de Pez

Esther Tronchoni Simo – A Vista de Pez

Se vi soffermate vi accorgerete che la vostra attenzione è attirata da ciò che si vede all’interno del pesce, come se si trattasse di un cannocchiale, oppure, all’opposto, un obiettivo supergrandangolare, quello che in termine tecnico viene definito un “Fish-Eye“, un occhio di pesce appunto. In questo secondo caso verrebbe spontaneo il gesto di avvicinarsi a quella lente per allargare la visione su tutto l’orizzonte visibile. Come si dice, l’assenza conta di più dell’essenza.

 

Poteva forse lasciarci indifferenti un patchwork intitolato “Prague”? Ovviamente no.
Si tratta della fedele riproduzione di un antico quilt esposto al Museo di Arti Decorative di Praga, nel settore dedicato alle opere dell’Europa Centrale realizzate tra il 1820 e il 1850.
Mi si dirà: ma come, sarai andata a Praga mille volte per il PPM e non l’hai visto? Avete ragione, è imperdonabile, però sappiate che c’avevo provato, nel senso che quell’anno nel museo stavano eseguendo dei lavori di manutenzione, e quell’ala era chiusa. Poi l’anno dopo è arrivata la peste cinese e non sono più riuscita a tornare su.
Prometto solennemente che colmerò questa lacuna.
France Aubert - Prague

France Aubert – Prague

Anche se in certe occasioni i blocchi tradizionali sono geometricamente semplici, non vanno dimenticate le difficoltà alle quali si va incontro assemblando un gran numero di tessere, operando con cura certosina per evitare di perdere la planarità e l’esattezza dimensionale di queste grandi opere. Però vorrei aggiungere un altro ostacolo che queste quilter devono superare, ovvero il reperimento di stoffe che siano materialmente e cromaticamente simili a quelle antiche.
 
Non è la prima volta che Annick Tauzin espone un quilt “leggendario”, come quest’opera abbastanza grande che era presente anche a Houston per la manifestazione “Les quilts de légende“, assieme ad altri patchwork tradizionali, tra i quali pure quello di France Aubert qui sopra.
Annick Tauzin - Pignada

Annick Tauzin – Pignada

Dovreste già sapere che non vado pazza per questo tipo di patchwork, ma non posso che inchinarmi (metaforicamente s’intende) di fronte all’evidente abilità tecnica e alla precisione che si manifestano in queste grandi composizioni, senza contare anche l’aspetto documentale, ovvero la volontà di conservare per le generazioni future i motivi che fecero la storia di questa arte tessile.
Ancora un piccolo inciso se permettete: va da sé che questi lavori sono completamente eseguiti a mano, e scusate se è poco.

 

Ci sono giardini e giardini, imponenti come i giardini della Reggia di Versailles, strabordanti di fiori come il Keukenhof nei Paesi Bassi, i giardini Zen di Kyoto, i giardini nella letteratura, tragico-farseschi come quello di ciliegi di Čechov, o magari più divertenti come quelli di Kensigton, dove si svolgono le mirabolanti avventure di Peter Pan.
Nulla però a che vedere con il giardino islamico, il quale, oltre all’aspetto estetico, ha delle rilevanti implicazioni culturali e religiose. Per i musulmani il giardino è soprattutto la concentrazione degli elementi del Creato; tutta la Creazione è un giardino. Di più, il paradiso stesso, Yannat al Firdaws, è un giardino con i suoi sette livelli.
Durante la nostra visita all’Alhambra ho potuto notare come essa sembri spoglia e austera dall’esterno, quando al suo interno sono presenti bellissimi giardini irrigati da una sapiente ragnatela di piccoli canali, e mentre i giardini europei fanno da suntuosa cornice a ville e castelli, qui il giardino è sempre circondato da mura, perché simboleggia il paradiso, dall’antica parola persiana “Pairideaza“, dove Pairi significa “intorno”, e deaza sta per “pareti”.
Estrella Sanchez-Anna Gonzalez - Jardín islámico

Estrella Sanchez-Anna Gonzalez – Jardín islámico

Si potrebbe obiettare che il colore di un giardino è in prevalenza verde, ma questo è un giardino islamico, dove l’elemento più importante è l’acqua, sulla quale si specchia il cielo.
Estrella Sanchez vive a Cambrils, ma è originaria di Granada, perciò ha realizzato un’opera che le ricordi i giardini moreschi dell’Alhambra, con un’opera che si potrebbe definire “simbolismo tessile”. Come lei ci spiega, il quadrato centrale rappresenta la Terra, e al suo interno c’è una dalia che richiama nella sua forma la cupola circolare di una moschea, il cui vertice è l’anelito del fedele verso l’unità divina (tawhid); i dettagli color oro rappresentano le donne, le uniche a poterlo indossare; i piccoli riquadri richiamano le variopinte pavimentazioni musive dei giardini, mentre le decorazioni lungo i bordi sono tutto ciò che vive (e muore) in quelle oasi artificiali. Sul blu e l’azzurro nella cultura islamica vorrei riportare qui le parole della pittrice iraniana Delara Darabi, impiccata a soli 23 anni per un delitto che non aveva commesso (in Iran le prove a discarico non contano, i giudici possono condannare qualcuno sulla sola base della propria cosiddetta intuizione): l’azzurro è il colore in cui lo sguardo affonda senza incontrare ostacoli, e alleggerisce le forme in un movimento di apertura e di sfaldamento della materia, permettendo al reale di trasformarsi in immaginario, che è fuga dalla realtà sensibile.

 

Siccome dobbiamo cambiare argomento, vorrei utilizzare un bel patchwork di Alicia Lorenzo come un ponte verso composizioni più “leggere”, ma non per questo meno belle, come questa margherita che sembra esplodere e scagliare lontano frammenti di stoffa
Alicia Lorenzo - Low Poly Daisy Quilt

Alicia Lorenzo – Low Poly Daisy Quilt

Non saprei definire lo stile. Sembra un crazy, ma non lo è, non del tutto almeno. Struttura e proporzione sono ben rispettate, come pure l’equilibrio cromatico. Mi verrebbe da dire che è come un fiore “naturale”, stupendo nelle sue irregolarità casuali e nella sua imprevedibile armonia.

 

L’edizione 2023 del Festival di Sitges era dedicato a “Flora, fauna e primavera”, e le quilter hanno interpretato il tema in modi diversissimi, il che mi consola assai.
C’era chi, come Esperanza Blanco, ha voluto proporre delle immagini astratte, qualcosa che assomiglia a tre piccole cornucopie che spandono la vita che rinasce dopo l’inverno.
Esperanza Blanco - Fauna, Flora y Primavera

Esperanza Blanco – Fauna, Flora y Primavera

Esperanza Blanco non è nuova a queste raffigurazioni simboliche, e le sue figure sono leggere e delicate, come pure i colori che sceglie, anche quando dovrebbero essere stagionalmente “accesi”.

 

Al contrario, Inmaculada Gabaldón ha preferito una rappresentazione che potrebbe avvicinarla ai pittori preraffaeliti, magari un po’ più vistosa, ma comunque esplicita nel suo messaggio grafico.
Inmaculada Gabaldón - Fauna, Primavera, Flora

Inmaculada Gabaldón – Fauna, Primavera, Flora

Di una cosa sono certa, lei non teme di stupire, né con i temi e né con i colori, ne ho avuto un assaggio l’anno scorso in Alsazia, al Carrefour Européen du Patchwork.

 

Oppure si poteva scegliere di rappresentare qualcosa di minimo, nascosto, eppure essenziale, come l’opera sottostante.
Di Maria Ragusini ricordo di aver notato anni fa a Verona un interessante quilt realizzato assieme a M. Goretta Petta intitolato “Est Est Est”, e se vi va di vederlo è presente in questo articolo qui.

L’ho ritrovata in Catalogna con un’opera che mi ha subito colpito per l’idea degli strati sovrapposti, oltre alla bellezza del tema rappresentato.
Maria Ragussini - Tenderness

Maria Ragusini – Tenderness

Maria Ragussini - Tenderness - Detail

Maria Ragusini – Tenderness – Detail

Difficile catturare con la macchina fotografica il gioco di sfumature e di ombre che si venivano a creare, oltre all’armonia dei colori che dovevano rispettare la naturalezza e la naturalità (non sono sinonimi) della scena. C’è poco da fare, bisognava essere lì.

 

E se si parla di flora e fauna, oltre che di primavera, la mente corre alle foreste pluviali amazzoniche, oppure ai paradisi tropicali, alla Polinesia, e a tutte quelle zone del pianeta dove la natura non è stata ancora completamente “asservita” e, per certi versi, quei posti sono spesso definiti dei “paradisi”.
Eppure, per esempio, non c’è bisogno di attraversare gli oceani fino alla Nuova Guinea per trovare gli uccelli del paradiso. Sappiate che potremmo ritrovarne gli splendidi colori in un comune pappagallo, che a paragone dei suoi blasonati cugini è meno esigente e più empatico. Egli merita rispetto e attenzione perché non si tratta di un animale “domestico”, bensì è un volatile che si “adatta” a vivere nei nostri ristretti ambienti.

Se non vi danno fastidio i chiacchieroni, una coppia di cenerini sono perfetti, ma se invece disponete di meno spazio e avete paura di disturbare i vicini, allora i pappagallini ondulati vi riempiranno la casa di colore e allegria, e avrete un angolino di paradiso in casa.
Galla Grotto - El loro es un ave del paraiso

Galla Grotto – El loro es un ave del paraiso

Galla Grotto - El loro es un ave del paraiso - Detail

Galla Grotto – El loro es un ave del paraiso – Detail

Chissà, forse quei due pappagalli sono proprio di Galla Grotto. Come che sia, ci stanno benissimo in un quilt già bello del suo (e del resto devo ancora vedere un suo patchwork che non mi piace…).

 

Di Montse Forcadell ricordo ancora bene un quilt intitolato “La gota” che ammirai a Sitges nel 2015 (visibile qui), e poi un altro bicchiere incontrato in Val d’Argent quattro anni dopo (visibile qui).
A Sitges le è stata dedicata una mostra personale, e lì ho potuto constatare come lei sia versatile, sia nella scelta dei temi che nell’utilizzo della tecnica compositiva. Ne è un esempio l’opera sottostante.
Anche lei, come la sua conterranea Esther Tronchoni Simo, ha voluto trasporre su stoffa qualcosa della città dove vive, Cambrils, e per la precisione si tratta di un monumento alto più di 6 metri eretto nel 2011 per il centesimo anniversario di un evento drammatico. Nella notte del 31 gennaio, nel mare tra Barcelona e Valencia, si scatenò inaspettata “la tempesta perfetta”, e annegarono ben 140 persone tra marinai e pescatori, e di questi ultimi una quindicina era di Cambrils.
In realtà noi qui vediamo bene solo una parte della scultura, ovvero le sirene Dolça e Calma, mentre il gruppo è composto anche di tre pescatori con le loro ceste e un bambino, Adrià, che guarda le sirene, simbolo di speranza nel futuro e di fiducia nella prodigalità del mare.
Montse Forcadell - El pla de Serenes

Montse Forcadell – El pla de Serenes

Interessante quel cordino che esce dal quilt, verrebbe voglia di prenderlo per farsi portare lì, sul lungomare di Cambrils, seduti a un tavolino all’aperto di una taverna, con una copa de vino tinto Mar de Priorat davanti, mezza piena ovviamente.
Per inciso, questo quilt è stato premiato alla mostra EQA2019, quando il tema era “fili senza confini”, e quel cordino che esce dal confine del quadro è perfetto.
Dall’acqua salata all’acqua dolce, ovvero andiamo sul delta del fiume Ebro, nel quale si trova un grande parco naturale di ben 300 chilometri quadrati e passa. Qui l’artista ha trovato un angolo di mondo dove tutto è fermo, il pontile, la barca, l’acqua, e forse anche il tempo.
Montse Forcadell - Un mirall dins del cel

Montse Forcadell – Un mirall dins del cel

Mi ha colpito l’idea di incorniciare l’immagine chiara, solare, con una zona scura, lunare, come se lo specchio “nel” cielo citato nel titolo fosse invece uno specchio “dal” cielo. La luce che piove dall’alto illumina, crea riflessi, forma ombre, genera colori, rende visibile una realtà altrimenti buia, come uno specchio, meglio di uno specchio, ma potrebbe essere la realtà di uno specchio, quello della memoria o di un’illusione.
Il titolo trae ispirazione dalla canzone “Mediterrània”, del cantautore catalano Santi Vendrell.
Tot queda enllá , tot neix en el seu cor
Tot mor i tot té vida i te ferides en el cor
Mediterrània se´n va i bé de nou
Un mirall dintre el cel que fa olor de salat
Se´n va a dormir quan reflexa la lluna
Se´n va i bé de nou per plorar.
Tutto è lì, tutto nasce nel suo cuore
Tutto muore e tutto ha vita e ferite nel cuore
Il Mediterraneo sta partendo e sta di nuovo bene
Uno specchio nel cielo che profuma di salato
Va a dormire quando la luna si riflette
Se n’è andato ed è bello piangere di nuovo.

 

 Ci sarebbero ancora altri quilt da mostrare, e altre cose da dire, ma, uno, rischierei di annoiarvi, due, finirei in estate.
Devo aggiungere inoltre che siamo appena ritornati dalla Moravia, e perciò dobbiamo iniziare a preparare il post del PPM2023, il che vuol dire sviluppare tutte le fotografie, rinominarle, selezionarle, scontornarle, inserirle in rete e infine trovare le parole adatte per descrivere ciò che si è visto.
Come sempre c’è la mia pagina Flickr lastoffagiusta2022 a vostra disposizione per tutte quelle immagini che non ho inserito qui.
Per le immagini degli anni precedenti potete andare sulle pagine Flickr lastoffagiusta2019 e lastoffagiusta2013.
Comunque, se non ne avete avuto ancora abbastanza, qui sotto è disponibile (anche in HD) un breve filmato che abbiamo montato per l’occasione.
Che altro dire, abbiamo avuto molta fortuna, mangiato bene e bevuto meglio, incontrato persone che definire affabili sarebbe riduttivo, provato stupore ed emozione davanti a tradizioni antiche, come il flamenco o la Semana Santa, ascoltato la storia raccontata dall’Alhambra, vissuto momenti indimenticabili davanti a una superficie blu che sembra non avere limiti, camminato per chilometri su un lungomare fatto di rocce a picco e onde che vi si infrangono, e, per un po’, fatto pace con la vita.
Ricordo che il mio fotografo / sherpa / agente di viaggio / pusher / ecc. a Granada, nell’edificio dove eravamo alloggiati, scovò una sorta di terrazzino che dava sui tetti dell’Albaicín e sulle mura dell’Alhambra. Precipitatosi in camera, raccattò un foglio di carta e una penna per tornare subito su e scrivere ciò che provava in quel momento. Ne uscì una breve poesia che raccoglie in parte le emozioni impossibili da catturare con una fotografia: El Albaicín.

 

Ringraziamenti
  • Il mio sherpa/guida/fotografo/webmaster/ecc. ancora una volta, sperabilmente non l’ultima.
  • Claudia dell’Hotel Noucentista di Sitges, per le attenzioni che ci ha dedicato.
  • Giove Pluvio, per averci dato buca per ben due intere settimane.
  • Il ristorante Qadima di Granada, per la raffinatezza della sua cucina.
  • Consuelo, per essere stata un’impareggiabile guida all’Alhambra.
  • Rumen Stoykov, della caffetteria Dabov di Madrid, per le sue gustose preparazioni.
  • Alejandra, per averci atteso pazientemente all’arrivo a Madrid fino alle undici di sera.
  • Frankie, per le note musicali in chiusura del filmato.
  • Il nostro “vecchio” Lumia con la sua app “Here”, per trovare sempre la strada.
  • Il caffè G44, a Malaga, per un gelato al gusto malaga che qui neanche ci sogniamo.
  • Le quilter che hanno cortesemente risposto alle mie email.
  • Wikipedia, per tutto quello che non sapevamo.
  • Il paese di Sitges, per il suo xatò.
  • La Dea Bendata, per esserci stata.

    P1040643

    Bye

One thought on “¡HOLA! (bis)

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