I girasoli

Rimango sempre sorpresa quando mi salta in mente una parola che nulla ha a che fare con la situazione nella quale mi trovo e che è la sintesi perfetta della situazione nella quale mi trovo. La parola in questione è “girasoli”, che poi sarebbe anche il titolo di questo post.
Come già si sa, io godo dei servizi personalizzati di una piccola agenzia turistica, talmente piccola che quando viaggio viene via con me. Ebbene, quella sera si era lì, io e la mia agenzia, a gustarci una Edelweiss placidamente seduti al tavolino di una brasserie alsaziana, quando, a tradimento, ecco che ti arriva quella constatazione: perché siamo qui noi due?

Già, perché siamo qui in questa caratteristica piazzetta, poca gente in giro, peraltro assai discreta, con una luna piena come un soldo d’argento che sta a osservare, assieme a noi, le facciate a graticcio e le tegole di tetti spioventi illuminati di morbide luci ora verdi, ora cremisi, ora turchese, ora arancio, e, come quasi sempre capita, siamo sempre in due?
Lo ammetto, viaggiare di notte in treno condividendo lo scompartimento con degli emeriti sconosciuti potrebbe destare qualche preoccupazione, però quel microcosmo contingente e quanto mai casuale che è il treno ha del fascino, e mi va di cucirgli addosso le stesse parole che William Butler Yeats usò per descrivere un aspetto peculiare della sua Irlanda: “Qui non ci sono estranei, solo amici che non hai ancora incontrato”.
Posso capire che avendo a che fare con orari, cambi, coincidenze e trasbordi, magari seguendo le istruzioni di una lingua nemmeno masticata che seguono logiche e regole interpretative aliene alle nostre abitudini, si paventino la catastrofe, lo smarrimento psicologico e logistico, i malintesi, e tutta una serie di peripezie degne di un attualizzato remake dell’Odissea.
E che dire dei lunghi trasferimenti in pullman di linea? Ore e ore incatenati a un sedile non sempre comodo, ginocchia doloranti e caviglie come quelle dell’uomo Michelin, la testa che s’è stufata di stare sul collo e ciondola di qua e di là, paesaggio autostradale di giorno, paesaggio niente di notte, la mente fissata su un unico pensiero: quanto manca alla prossima sosta.
Il nostro viaggiare è denso, denso di ore e ore spese per spostarsi con relativa lentezza (e perciò spese bene), denso di pazienti attese, denso di esperienze minime, denso di probabilità, denso di dubbi, talmente denso che impegna tutta la nostra immaginazione; ogni resistenza è inutile e veniamo inesorabilmente assimilati (le aficionade di Star Trek capiranno…), diventando noi stessi il viaggio.
Treno a vapore

Immagine da pixabay.com

Molto più rilassante il viaggio organizzato nel quale ti prendono, ti portano e ti lasciano lì dove devi arrivare, un hotel, una mostra, un monumento, un ristorante, e infine a casa.
Molto più libero il viaggio in automobile nel quale si va dove ti va, quando ti va, come ti va; niente orari, niente attese, niente limitazioni di percorso, e finché ci sono carburante e asfalto a sufficienza, non c’è santo che tenga, l’automobile è un passepartout inarrestabile.
Molto più rapido il viaggio in aereo, così asettico e di classe (anche in classe turistica), giusto la fila al check-in e il sopportabile fastidio dei controlli di sicurezza per accedere al patinato lido del duty-free, il Paese delle Meraviglie dove tutto costa il doppio, ma è tax free, e poi ci sono i gate, gli hub, l’internet point, l’help desk, il fast track, la nursery, il totem, che anche se si deve andare solamente dietro l’angolo pare già di essere arrivati in America.

Ma la mia agenzia di viaggi lo sa, le cose troppo facili non fanno per me; il traguardo mi piace sudarmelo per vincere la mia intima battaglia contro la pigrizia, l’indecisione, la sfiducia, l’imbarazzo, perciò nemmeno stavolta si è lasciata sfuggire l’occasione di propormi un trasferimento durato un giorno intero, alla mia maniera s’intende, quella dove giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose… (N.M.).
Tutte queste riflessioni le dovevo alla soddisfazione di essere, ancora una volta, giunta alla meta, e le dovevo anche anche alla generosa dose di bière blanche che ci eravamo concessi quella sera, in quel cantuccio nascosto di Alsazia.
In buona sostanza, per quanto attraente e gradevole possa essere la destinazione del viaggio, il nostro stile, o per meglio dire, la mancanza di stile di viaggio appare irragionevole, spossante, persino imprudente, perciò io e la mia agenzia di viaggio siamo e sempre saremo “i gira soli”. È destino.

Vedere per credere, e quindi ecco un breve filmato che dà l’idea del mio viaggio-tipo quando mi muovo all’estero per mostre.

Se avete dato una scorsa al filmato qui sopra, avrete già capito che in Alsazia ci sono andata per il Carrefour Européen du Patchwork, perciò sarebbe anche ora che inizi a raccontare cosa ho visto, cosa mi è piaciuto, e le impressioni che ne ho tratto.
Quest’anno è stata la volta delle rinunce.
Per le fotografie abbiamo rinunciato all’armamentario “pesante”, preferendo un più agevole equipaggiamento “turistico”, e tutto sommato la qualità delle immagini non ne ha sofferto troppo.
Abbiamo in più di qualche occasione dovuto rinunciare all’uso del flash; in ambienti poco illuminati o nel caso di punti di luce troppo vicini alle opere ciò è stato alquanto penalizzante.
Ci siamo permessi di rinunciare alla dedizione assoluta, preferendo talvolta una bella gita al patchwork, ma non me ne sono assolutamente pentita.
Un felice scelta strategica è stata quella di rinunciare alla prima colazione in albergo, partendo per la Val d’Argent di buon mattino, col bus semivuoto e con le pasticcerie del paese che sembrava aspettassero solo noi per farci godere dei piaceri di un buon cafè au lait accompagnato da una generosa fetta di gâteau aux mirabelles.
Basta, prima di attirarmi le maledizioni di chi non c’era e vorrebbe sapere qualcosa di più delle mostre, sarebbe il caso faccia il mio dovere; ho solamente, come sempre, l’imbarazzo della scelta, e non si pensi che sia cosa da poco.

 

Leggendo qualche mio articolo precedente si sarà notato che ho espresso in più di qualche occasione alcune riserve circa le strade che ha intrapreso il patchwork in Italia, sempre che le abbia intraprese, però posso dire con piacere che la mostra dedicata al ventennale di QuiltItalia faceva la sua figura.
Io c’ho provato, ho guardato filmati, ho anche comprato dei libri, ma non c’è stato niente da fare, i paesaggi vanno oltre le mie capacità, ragion per cui mi emoziono (e provo invidia) quando ho l’occasione di ammirare tali opere.
Maria Luisa Comand - Foto di gruppo a Central Park

Maria Luisa Comand – Foto di gruppo a Central Park

Come ci ha insegnato Woody Allen, New York non è una città, è un mondo a sé, sfugge a ogni etichetta antropologica e viene vissuta in modi sempre diversi da chi ci è nato o vi si avventura, talvolta bene, come nel caso di Isaac Davis (Woody Allen) in “Manhattan”, oppure malissimo, come capita a George Kellerman (Jack Lemmon) in “Un provinciale a New York”. Ciò che vediamo nel quilt di Maria Luisa Comand è un vero e proprio paesaggio, affascinante o inquietante, comunque unico.

 

Esistono opere di notevole complessità esecutiva, lavori composti da una miriade di tessere assemblate con precisione che non esito a definire maniacale, patchwork di grande impatto di fronte ai quali ci si sente delle incapaci totali, eppure in tali sfoggi di bravura non trovo la stessa bellezza di un’opera composta da elementi semplici, quasi elementari.
Teresa Sansotta - Oltremare

Teresa Sansotta – Oltremare

Oltremare non è unicamente una delle sfumature presenti in questo patchwork, è anche quel che si potrebbe osservare oltre il mare, attraverso esso, e da esso (o lei nel caso della quilter) virato nella struttura e nel colore. Dalla scelta delle forme e della quiltatura si palesano l’abilità e, soprattutto, la passione artistica.

 

La natura, in tutte le sue forme, è la materia prima che quasi ogni artista predilige. Sarà poi la predisposizione, lo stato d’animo, l’impellenza espressiva e l’abilità esecutiva a elevarla allo stato di opera d’arte (se già non lo è del suo).
Claudia Belluzzi - Foglie

Claudia Belluzzi – Foglie

Le foglie sono un po’ dappertutto, nei giardini, nei boschi, negli orti, negli appartamenti, e per questo motivo talvolta si perdono in un ingiusto anonimato. Invece queste compagne di viaggio si mostrano in talmente tante forme da colmare la fantasia di ogni artista, e in questo uggioso pomeriggio autunnale i colori di Caudia Belluzzi mi si rivelano particolarmente vicini, il che, suppongo, era proprio quello che lei desiderava.

 

Bene, è ora di fare un piccolo break, piccolo si fa per dire poiché il Quiltatelier Vlijtig Liesje da Tienhoven ha messo in moto più di 150 quilter per comporre  questo originale patchwork.
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Ho sempre sospettato che il patchwork sia una sorta di virus, e questa qua sopra è di sicuro una delle manifestazioni più acute della malattia.

Virus

Già che parliamo di automobili, ecco una composizione di Dirkje Van Der Horst-Beetsma, presente nell’esposizione di Quilt Art.
Da qualche parte ha trovato uno camion Škoda che definire “rottame” è eufemistico. Eppure come il relitto di una nave affondata offre ai sub una visione radicalmente diversa da quando quello stesso scafo navigava, così i resti rugginosi di quella macchina costituiscono un messaggio temporale interessante.
Dirkje Van Der Horst-Beetsma – Skoda 1

Dirkje Van Der Horst-Beetsma – Skoda

Dirkje Van Der Horst-Beetsma – Skoda 1 - Detail

Dirkje Van Der Horst-Beetsma – Skoda – Detail

 

 

Vi va una partita a scacchi? Ah, dimenticavo, non so giocare a scacchi, e per la verità non saprei nemmeno realizzare un quilt così originale come questo di Eva Have.
Eva Have - Chessboard

Eva Have – Chessboard

“Mi darai ancora da mangiare quando avrò sessantaquattro anni?” è il titolo di un’opera di Eva Have realizzata con delle cravatte. Potrei supporre che le cravatte e il bastone siano di suo marito, ma è quasi certo che lei sia stata (e ancora lo sia) una fan dei Beatles. La canzone “When I’m Sixty-Four” infatti è stata composta da Paul McCartney, e mai lui, allora sedicenne, avrebbe potuto immaginare che passati i Sixty-Four sarebbe stato ancora sulla breccia, e avrebbe composto e interpretato “Dance Tonight, come musicista e protagonista di uno spot di un famoso gadget elettronico col quale tenere comodamente  in tasca tutta la discografia dei Beatles (e degli Stones, degli Who, ecc.).
Eva Have - Will You still feed me when I'm sixty-four?

Eva Have – Will You still feed me When I’m sixty-four?

Ovviamente le lettere in applique fanno parte del testo di quella canzone.
Eva Have - Will You still feed me when I'm sixty-four? - Detail

Eva Have – Will You still feed me When I’m sixty-four? – Detail

Eva Have non me ne voglia, ma invece della versione originale dei Beatles ho preferito inserire questa simpatica cover.

 

Bella l’idea di accoppiare dei patchwork tradizionali alle macchina da cucire d’un tempo, macchine semplici ma robustissime, sicuramente ancora funzionanti, come del resto ancora funziona a distanza di decenni il motivo “Dear Jane”. Alla realizzazione comune di queste opere si sono applicate molte quilter di qua e di là dell’oceano, perciò la mostra è stata intitolata “Share Jane”.
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A sinistra: Irish Share Jane, Group Quilt II – Dear Heart A destra: Irish Share Jane, Group Quilt I – Freedom Rainbow Sul letto: Fernande Authuys – Chocolate

 

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Detail

 

Un’altro esperimento intitolato “Gardens around the World” è stato portato avanti dalle associazioni Téxtile-Resonance e Deutsche-Afghanische, quello di piccoli lavori a quattro mani, due europee e due afgane, due mondi di uno stesso mondo. Le quilter europee hanno inviato in Afghanistan una traccia, un pannello con alcuni elementi patchwork, elementi sui quali le quilter afgane hanno elaborato nuovi sviluppi.
Per quanto questo possa apparire una sorta di limitazione, ovvero quella di dover operare su un un percorso in parte già tracciato, le quilter afgane hanno dimostrato molta fantasia e sorprendente libertà espressiva (per molte l’unica libertà loro concessa).
Angelika Gstir - Zwaila - Unexpected

Angelika Gstir – Zwaila – Unexpected

Martine Molet-Bastien - Yasamin - Flower Walls

Martine Molet-Bastien – Yasamin – Flower Walls

Maria Stoller - Gita - Urban Gardens

Maria Stoller – Gita – Urban Gardens

Maria Stoller - Gita - Urban Gardens - Detail01

Maria Stoller – Gita – Urban Gardens – Detail

 

Dall’Afghanistan al Tibet il passo è breve, solamente un salto alto circa novemila metri: l’Himalaya.
Il mandala è prima di tutto un’immagine mentale, una visione che riconosce un suo centro dal quale si dipartono le complesse geometrie cosmiche. La rappresentazione di un mandala non può essere che imperfetta, più che altro evocativa e, come tutte le cose terrene, effimera. Per quanta infinita pazienza abbia accompagnato il completamento di un mandala, essa non lo salva dalla distruzione a opera dei suoi stessi creatori.
In osservanza della regola buddista, chi ha partecipato al “Concours des Mandala” dovrebbe in futuro disfare il suo patchwork. Ma dubito assai.
Julia Desnos - Fractal

Julia Desnos – Fractal

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Julia Desnos – Fractal – Detail

Christiane Frechinos - Exubérance florale

Christiane Frechinos – Exubérance florale

Christiane Frechinos - Exubérance florale - Detail01

Christiane Frechinos – Exubérance florale – Detail

 

In più di qualche occasione mi è stato chiesto perchè mai mi toccasse avventurarmi fino a una remota valle dell’Alsazia per una mostra di quilt, e perché questa si dovesse tenere proprio in una località così piccola. In questi casi inizio col precisare che non si va a vedere “una” mostra, ma si va a vedere “LA” mostra patchwork più importante in Europa, nel senso che è proprio un patchwork di esposizioni, una più interessante dell’altra, e tutte cucite su un backing originale e molto antico.
Alla fine del ‘600 Jakob Ammann pose qui le basi della sua comunità di anabattisti alsaziani, quelli stessi che sarebbero diventati più noti col nome di Amishe, e poi Amish in Pennsylvania. Come non trovare allora un collegamento con le origini del patchwork?
Ancora più indietro, nel Medioevo, i castelli d’intorno sorvegliavano l’incrocio tra la strada del grano e del vino, in direzione Nord-Sud, con la strada del sale e dell’argento, in direzione Est-Ovest.
Quindi, altro che “remota valle”, si tratta invece di un angolo delizioso nel quale il patchwork è parte del “tessuto” culturale, e dove il turismo di massa non è ancora giunto a far danni.
Suppongo che in Val d’Argent la densità di quilter per chilometro quadrato sia elevatissima, come pure molto generoso appare il loro attivismo, individuale e associativo, e del resto le loro esposizioni stanno lì a dimostrarlo.
Val’Patch (e vi lascio indovinare di che valle si tratta) ha imbastito un’esposizione intitolata “L’Hiver, saison de Noël”, per dimostrare che in Alsazia l’inverno non significa solamente giornate corte, poco sole, pioggia o neve (a scelta), piedi freddi e naso che cola, ma pure il piacere di poter restare a casa, al calduccio, osservando un paesaggio che riesce comunque a offrire qualcosa in grado di ispirarci.
Certo che anche l’autunno ha il suo fascino, con tutti quei colori intensi, come se la natura lanciasse un toccante grido di dolore verso il cielo che si fa ogni giorno più cupo e ostile.
Val Patch - Ouvrage Commun - Magie Automnale

Val Patch – Ouvrage Commun – Magie Automnale

Perché l’inverno prima o poi arriva, e di tutti quei colori e di quei profumi resta il solo ricordo. Allora non c’è altro da fare che attendere, magari smorzando la malinconia con ago e filo.
Val Patch - Ouvrage Commun - Magie Hivernale

Val Patch – Ouvrage Commun – Magie Hivernale

Chissà che proprio in quei momenti uggiosi non arrivino le idee migliori, come per esempio il taglio originale di questo quadretto, l’oblò di un’imbarcazione che naviga sul mare della suggestione.
Michèle Fluck - Au couleurs de l'Hiver

Michèle Fluck – Au couleurs de l’Hiver

 

Se non conoscete il significato dell’acronimo ASCLVL ve lo spiego io: Association Sports, Culture et Loisirs en Val de Lièpvre.
Non sarei sicura che il patchwork possa essere definito una disciplina sportiva, vero è che, alla luce dei magri ritorni economici di tante fatiche, si potrebbe ben dire che lo facciamo per sport.
Di fronte a questo variopinto albero di originali borse realizzate dalle quilter di Liépvre non posso che augurare loro tutto il successo che si meritano: hasta la victoria siempre.

ASCLVL

ASCLVL

 

Ed eccoli qua i famosi patchwork Amish e Mennoniti, messaggeri multicolore di una cultura secolare. Ogni anno tornano in Val d’Argent, come fanno talvolta gli emigranti che vanno a visitare il loro paese di origine e lo trovano molto diverso da come lo avevano lasciato. Il patchwork è molto cambiato da allora, se in peggio o in meglio lascio decidere a voi.
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Amish

Amish

Amish

 

Chi si muove nel solco della tradizione ha la vita dura; non esistono scorciatoie, gli effetti speciali sono banditi, e la struttura dev’essere quella codificata: backing, batting, top. A pesare inoltre contribuiscono le dimensioni del lavoro che variano da “generose” a “esagerate”. Per riuscire in tale impresa la quilter dev’essere munita di infinita pazienza, armata di notevole abilità, mossa da ferma determinazione, e dotata di una grande visione (e buona vista).
Claudine Taillez - Vols autour du carré

Claudine Taillez – Vols autour du carré

Non serve neppure esagerare col colore, anche perché in origine la quilter non poteva scegliere alcunché, tagliava e cuciva quel che aveva in quel momento a disposizione.
Josiane Bréhin - Fleurs de jardin

Josiane Bréhin – Fleurs de jardin

 

Per l’opera che vedete qui sotto Louise-Marie Stipon si è ispirata a un quilt del 1865 di Ernestine Eberhard Zaumzeil. Vediamo se riuscite a riconoscere tutte le piante che vi sono rappresentate…
Louise-Marie Stipon - Page botanique

Louise-Marie Stipon – Page botanique

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Louise-Marie Stipon – Page botanique – Detail

 

Bene, ora si cambia registro, ovvero come passare da Händel a Maderna, da Canaletto a Klee, da Stendhal a Saramago. Confesso che il più delle volte incontro qualche difficoltà a cogliere alcuni aspetti espressivi dell’arte contemporanea, e a questa regola non sfugge neanche il patchwork, ma ciò dipende esclusivamente da una mia carenza di preparazione artistica. Resta il fatto che, anche senza comprenderle, mi trovo spesso a restare affascinata da opere “border line“, lavori che in genere fanno storcere il naso alle puriste del patchwork. Ciò che conta, almeno per me, è che non facciano il verso a stili pittorici già morti e sepolti mezzo secolo fa, ma che invece trovino un punto di unione tra abilità e idea.
Per questi motivi non riesco mai a rimanere indifferente ogni volta che mi trovo di fronte alle opere portate alle mostre da Quilt Art.
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Quilt Art

 

Si sarà già capito che ho una predilezione particolare verso i lavori di Eszter Bornemisza, e per vari motivi.
In primo luogo la ammiro per l’originalità della composizione (indimenticabile il “Delicate Balance” visto a Praga nel 2011) e per la sorprendente varietà dei materiali utilizzati, dalla carta ai fili elettrici. Eszter poi non ama i colori sgargianti, ma nemmeno le facili nuance, anzi le sue opere potrebbero persino fare a meno del colore e sarebbero belle egualmente; sono dei capolavori fedeli a sé stessi come lo era la maschera di Buster Keaton, niente sorrisi o ammiccamenti, ma con una forte carica emotiva. E in ultimo mi va di far notare che le sue opere non sono sono un mero esercizio estetico, bensì contengono, o perlomeno suggeriscono un messaggio non sempre rassicurante, come nel lavoro qui sotto nel quale par di capire che speranza, dolore, gioia e tutto ciò che proviamo nella vita altro non siano che scene di una specie di film la cui trama straordinaria non può che esserci inafferrabile. 
Eszter Bornemisza - The Filmmaker

Eszter Bornemisza – The Filmmaker

 

“Contatto” questo è il tema dei quilt di Ann Johnston, inteso come luogo dove elementi geologici diversi coesistono, talvolta in maniera sofferta e concorrente. Il percorso logico della rappresentazione di tali intrusioni geologiche non poteva che portare al contatto di queste con l’intruso per eccellenza: l’essere umano.
Ann Johnston - The Contact

Ann Johnston – The Contact

Data l’enorme diversità tra i due soggetti del contatto, è stata un’idea felice quella di sottolineare la transietorità umana rispetto alla permanenza della roccia mediante quel che vi è di più effimero e inconsistente, ovvero un’ombra. In queste opere il granito della Sierra Nevada si è dimostrato un eccellente motivo di ispirazione artistica e di riflessione esistenziale.
Restiamo in tema.
Conosco due sole maniere per avvicinarsi alle antiche pietre: osservarle o farsi osservare. Nel primo caso se ne possono apprezzare la foggia, la fattura o lo sforzo profuso per lavorarle, magari si può provare anche soggezione, persino sgomento dinnanzi alla loro scabra severità. Oppure si può accettarle per ciò che sono state, sono e sempre saranno, ovvero testimoni dalla memoria inesauribile.
Il fatto che siano testimoni silenziose non significa che non riescano a dirci qualcosa, anzi il silenzio è proprio la loro lingua madre, l’idioma universale che unisce il calcare delle piramidi col marmo del Partenone, la scalinata di Swayambhunath con quelle di Chichén Itzá, le teste dell’Isola di Pasqua con quelle del Monte Nemrut. Anche se a noi manca la capacità di interpretare i loro secolari discorsi, possiamo restare in silenzio a farci osservare, minuscole e fragili entità, quasi ridicole per quanto ci mostriamo velleitarie. Solamente nel loro, e nostro, silenzio ci parleranno di vita, di fatiche, di speranze, di giorni, mesi, anni, secoli spesi a guardarsi senza capirsi.
Denise Labadie - Irish Church Ruin

Denise Labadie – Irish Church Ruin

Dove si ergeva la montagna dalla quale è stata cavata la roccia?
Dove sono ora le mani di coloro che posarono pietra su pietra?
Dove andranno a finire questi massi quando tutto rovinerà?
Dove sarò io quando l’ultima pioggia ne consumerà i frammenti?
Da nessuna parte, tutto è semplicemente qui e ora.
(S.V.)
Denise Labadie - Eightercua Stone Row

Denise Labadie – Eightercua Stone Row

Non è un caso che Denise Labadie sia rimasta affascinata dall’aura di augusto mistero che circonda questi antichi monumenti litici.
I suoi avi avevano lasciato l’Irlanda per l’America più di un secolo prima, e lei, nata e cresciuta in un paese relativamente “giovane” e in continua evoluzione, ha voluto rivedere la terra delle sue origini, e forse lì ha trovato qualcosa che va molto al di là delle sue radici genetiche, qualcosa che ha a che fare con le leggende di un’epopea che si sarebbe ormai persa nelle nebbie del tempo se non ci fossero “loro” a farla riecheggiare.
Ma Denise è andata oltre, non si è limitata a “fotografare” un suggestivo paesaggio irlandese, lei ha cercato di trasmetterci le sensazioni che ha provato, e lo ha fatto tramite l’uso del colore, trasformando le verdi colline d’Irlanda come i mari cangianti di Monet.
Denise Labadie - Piperstone II

Denise Labadie – Piperstone II

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Denise Labadie – Piperstone II – Detail

 

C’è stato un momento nel quale mi sono vergognata di me stessa.
Stavo ammirando un grande patchwork e nel contempo mi lamentavo del fatto che la rizoartrosi della quale soffro da un po’ mi stesse impedendo di realizzare dei lavori di tale portata, quando una bravissima quilter mi ha mostrato com’era messa la sua mano: stava molto, ma molto peggio della mia. Ancora adesso non riesco a capacitarmi come sia riuscita a sopportare il dolore, tutore o non tutore.
Così, oltre a sentirmi una mezza calzetta, mi sono pure data della frignona…
Jutta Böhmler-Hahn – Those were the Days

Jutta Böhmler-Hahn – Those were the Days

Eh sì, quelli erano giorni, tutti di fuoco, di energia, di contrasti, di gioventù, ma si sa, tempus fugit
Jutta Böhmler-Hahn – Strahlenchaos

Jutta Böhmler-Hahn – Strahlenchaos

Jutta Böhmler-Hahn – Strahlenchaos - Detail01

Jutta Böhmler-Hahn – Strahlenchaos – Detail

 

Chi sono le SnipSISter? Sono le quilter Gabi Fischer, Gonhild Murmann e Eva Wöhrl che hanno deciso di mettere al centro della loro espressione artistica la donna, ponendo l’accento sul suo talento e sulle mille sfaccettature della sua personalità.
“Advanced” è il titolo della loro esposizione, e non so se sia una constatazione oppure una speranza. In ogni caso, come ci dice Gabi, c’è ancora da lottare.
Gabi Fischer - Kampf

Gabi Fischer – Kampf

Gli uomini prendono in giro le donne affermando che esse parlano, parlano, parlano sempre… come se i signori uomini non amassero discutere per ore su un rigore negato, su un motore truccato, su uno sguardo rubato. Chissà che non siano tutti dei meri preconcetti…
Ma di cosa parlano le donne? Di tante cose e delle mille sfumature della loro vita. Gonhild ha posto al centro dell’opera una donna più coraggiosa delle altre, una voce fuori dal coro, una che, purtroppo per lei, non sempre avrà la vita facile, semmai possa essere facile la vita della donna.
Gonhild Murmann – Frauen reden über...

Gonhild Murmann – Frauen reden über…

Invece Eva ha suggerito un collegamento tra alcune caratteristiche del femminile con il mondo vegetale, fiori soprattutto. Non so in questo caso quale pianta potrebbe rappresentarmi meglio, forse l’ortica, forse la palma di Tromsø, o magari proprio l’eringio ametistino.
Eva Wöhrl - Petunia

Eva Wöhrl – Petunia

Ecco, se pensate che sia troppo dura verso me stessa non avete che da proseguire nella lettura di questo post, dato che più o meno inconsciamente ho gettato le premesse per quanto ho da commentare in seguito.
Quest’anno avevo un motivo in più per andare in Val d’Argent, un valido motivo: il concorso internazionale «La magie de la couleur». Ebbene, è ora che ve lo dica, a quel concorso partecipavo anch’io e, vi prego di credermi, già il fatto che il mio lavoro fosse stato selezionato costituiva per me il massimo traguardo raggiungibile, il vertice di una travagliata carriera di quilter, o per meglio dire “alchimista tessile”.
Sia subito ben chiara una cosa, mai ho pensato di vincere alcunché, e anzi, a volerla cercare,  la mia opera sarebbe stata facilissima da individuare, ero certa che sarebbe apparsa come la meno bella.
Ancora prima di partire per l’Alsazia le mie aspettative erano elevatissime, fondate su quanto di pregevole avevo visto in passato (in foto e di persona), e il tema del concorso era il più invitante che potesse desiderare un’artista: tradurre il colore in magia e viceversa, il tutto con la massima libertà espressiva. Fantasticavo su labirinti cromatici, giochi di luce, arditi accostamenti, composizioni lisergiche, e altre folgoranti astrazioni che mai io sarei riuscita a concepire, neppure vivendo mille anni. Immaginatevi un mix di Kandinskij, Escher, Kubrik, LaChapelle e i Pink Floyd, ecco, ci siete quasi. Invece l’impressione che ne ho ricevuto è quella di un’occasione mancata, un gol mangiato a porta vuota, la paura di spiccare il volo, di osare, di turbare l’armonia.
Mutuando un famoso tormentone televisivo, mi è venuto spontaneo di dire: concoorso? Mi stai diludendo…
Ma il peggio doveva ancora arrivare, al momento della premiazione.
Quello non era certo il primo concorso che vedevo, e mi era già capitato di restare perlomeno dubbiosa sulle alcune scelte della giuria. Ricordo un’intervista alla validissima Annabel Rainbow nella quale anche lei esprimeva forti perplessità nei confronti dei concorsi. Si aggiunga il fatto che giusto lo scorso anno è stata premiata un’opera pedestremente tratta da un’immagine pubblicitaria, e quindi ero un po’, come si potrebbe dire…, prevenuta. Quindi ho fatto un bel giro tra i lavori, li ho squadrati ben bene, da lontano e da vicino, e infine mi sono creata una mia personale classifica.
Ebbene, una sola delle opere che avevo considerato ammirevoli ha ricevuto il riconoscimento che meritava, e mi va di mostrarvela subito.
Ethelda Ellis – Forty Shades of Green

Ethelda Ellis – Forty Shades of Green

Ethelda Ellis è quella che si dice “un’amante della natura”, perché solamente chi sa coglierne la magia è in grado di apprezzarla come merita.
Sono veramente quaranta le sfumature di verde in questo quilt? Io non lo so, non sono andata a contarle, ma quel che è certo è che ci sono tutte quelle necessarie a rendere “magica” una passeggiata nel bosco, che sia di tronchi e foglie o di cotone e abilità. I rettangoli sono un suo leit motiv, dei mattoncini con i quali, più che descrivere, fa emergere un’impressione, come del resto aveva già dimostrato nel suo quilt dedicato ai fiori di Keukenof.
Brava, bravissima, secondo me la migliore.
E il resto? Già… il resto. Da dove cominciare? Magari da un’opera che essendo completamente fuori dalle dimensioni imposte dal regolamento non doveva essere nemmeno accettata, e che, pur essendo una pedissequa trasposizione su stoffa di una fotografia pescata su Internet, è stata pure premiata. Provata perplessità anche per un altro lavoro che mi è parso un remake di un altro simile di qualche anno prima sempre della stessa autrice. Quindi, tra premi a opere palesemente fuori squadra, opere la cui cifra artistica ancora mi sfugge e opere realizzate con l’aiuto del computer, alla fine di quel pomeriggio ero, mi si passi il francesismo, abbastanza incazzata.
Mi va invece di mostrarvi alcune delle opere che, secondo me, avrebbero meritato un riconoscimento, sia per la pregevole fattura che per l’interpretazione originale e allo stesso tempo fedele del tema proposto.

 

Guardate i bambini, quelli ancora non plagiati dagli ammiccanti media audiovisivi: sono tutti diversi perché ancora non concepiscono l’omologazione, l’accettazione sociale, l’unanimità, la coerenza; si comportano istintivamente, secondo il loro estro del momento, perciò sono spesso chiassosi, turbolenti, incontrollabili.
Angela Minaudo - Matite colorate

Angela Minaudo – Matite colorate

Prendete tutti quei bambini e mettete loro sotto al naso un foglio di carta bianco, e accanto a quello una serie di matite colorate. Dopo poco li vedrete tutti chini sulle loro opere d’arte più o meno astratte, e il colore, proprio come il pifferaio di Hamelin, se li porterà via con sé, almeno per un po’. Se non è magia questa ditemi voi cos’è.

 

Da qualche parte che ora non ricordo devo aver letto una bella storia che parlava di una farfalla blu. Si narra di bambina che si era messa in testa di gabbare un venerato saggio ponendogli una domanda alla quale egli non avrebbe che potuto dare una risposta sbagliata.
La bimba allora catturò una farfalla blu, e facendo molta attenzione la imprigionò tra le sue manine. Sarebbe andata dal saggio per chiedergli se la farfalla che teneva nelle mani fosse viva o morta; se egli avesse risposto che era viva la bimba avrebbe schiacciata la farfalla quel tanto per farla morire, mentre se la risposta fosse stata che era morta lei avrebbe lasciato volare via la farfalla ancora viva. In ogni caso il saggio avrebbe sbagliato e sarebbe stato screditato.
Giunta che fu davanti a lui chiese: “dimmi, tu che sai tutto, la farfalla blu è viva o morta?”. Al che il vecchio saggio socchiuse gli occhi, le sorrise e disse: “dipende da te, essa è nelle tue mani”.
Barbara Lange - The Magic of Color

Barbara Lange – The Magic of Color

Non so se Barbara Lange abbia mai letto questa storia, una storia nella quale la semplice farfalla posta come una domanda diventa invece “la risposta”, ma è certo che se desideriamo una vita animata dalla magia dei colori e della grazia di una farfalla blu dobbiamo lasciarla libera di spiccare il volo. Dipende da noi.

 

Impossibile.
Impossibile non avvertire la forza che emana questo quilt, la forza di un’accesa passione.
La passione, quella vera e incontenibile, ha il colore rosso del sangue che scorre impetuoso nelle vene, e il bianco dei nervi che fremono nell’eccitazione dei sensi. Quando non c’è la passione i colori si spengono, restano soltanto le morbide sfumature della simpatia, i gradevoli accostamenti della tranquillità, le stinte tonalità della rassegnazione, e gli infiniti grigi della sopportazione.
Impossibile resistere all’attrazione, e per un istante desiderai di toccarla, magari appena sfiorarla, ma non osai.
Rita Dijkstra-Hesselink - Passion

Rita Dijkstra-Hesselink – Passion

Perché la passione non è cosa da poco, è un fuoco che scalda il corpo e l’anima, ma in quel braciere ci si consuma per alimentare la fiamma.
Si può anche decidere di essere una candela, ardere piano per illuminare tutta una vita, ma con la la passione non si scherza, si diventa come Candela, una focosa gitana che si improvvisa strega per amore in “El amor brujo” di Manuel de Falla.
L’amore è uno stregone, e per le sue magie passionali non ha bisogno di formule segrete e arcani rituali, siamo noi formula, alambicco, pozione e vittima, artefici ignari di un’impossibile pazzia.

 

Nel quilt sottostante non c’è nulla, nulla di più di quello che serve per richiamare alla mente un’ultima bella giornata di un autunno inoltrato. In quest’opera la magia del colore è sottolineata dalla quiltatura, foglie su foglie sopra, spazio su spazio sotto, e giusto qualche segno a suggerire l’esistenza di un sole pomeridiano.
Marloes Van Rees - Fall colors of New England

Marloes Van Rees – Fall colors of New England

Inutile cercare del realismo in questa rappresentazione autunnale, niente può essere così uniformemente rosso, tranne forse un ricordo, o un sogno. La magia in questo caso è stata quella di far ammettere come vero ciò che vero non è, ma siccome la realtà è spesso frutto di un clamoroso travisamento, non è detto che la magia sia ingannatrice.

 

Eccoli i colori, finalmente! Cinquantasei colori diversi, e per ognuno di essi Marisa Marquez ha utilizzato una quiltatura diversa, e ha pure aggiunto un pizzico di simbolismo esoterico mediante dei piccoli glifi. A un’idea semplice, lineare, si contrappone la difficoltà di accostare i tutti quei colori in maniera che con non si scannino l’un l’altro per emergere.
Marisa Marquez – Diversity in Color

Marisa Marquez – Diversity in Color

Mi piace immaginare che dentro a ogni “uovo” Marisa abbia voluto racchiudere il suo stato d’animo del momento, forse per conservarlo, forse per ragionarci da lontano, forse per separarsene definitivamente, o magari attendendosi una magica schiusa in grado di farle rivivere un’emozione. Chissà…

 

Intanto voi starete pensando: questa parla, parla, ma non si decide a mostrare il lavoro che ha realizzato per il concorso. Come mai?
Avete ragione, però mi premeva esporre in evidenza prima le opere che secondo me erano di un livello superiore alla media. Ora che il mio dovere (e piacere) l’ho fatto posso concedermi cinque minuti di vanità.
Inizio coll’ammettere che per la scelta del soggetto sono stata un po’ “ruffiana”.
Non penso che sia un’eresia affermare che in Francia aleggia in varie forme la brezza di un tradizionale sciovinismo, forse anacronistico, ma per certi versi persino attraente per la sua ingenuità, e perciò ho scelto il colore più francese che c’è: il bleu de Lectoure. Attorno a quel paesino posto sul versante francese dei Pirenei, già civitas sotto i romani col nome di Lectora, crescevano bene le piante di guado (nome scientifico Isatis Tinctoria), e nel Rinascimento fu inventato un procedimento per tingere di blu la stoffa utilizzando appunto le foglie di guado, il che fece la ricchezza di quelle terre. Come allora anche oggi le foglie triturate e macerate vengono raccolte in una specie di palla, cocagne in francese, e per via di quella fortunata risorsa Lectoure divenne appunto il paese di cuccagna.

La magia sta tutta nel processo di colorazione, poiché la stoffa che esce dal bagno di tintura di guado è giallastra, ed è solamente quando viene messa ad asciugare all’aria che diventa blu, l’unico e inconfondibile bleu de Lectoure.
Rossana Ramani - Birth of a Blue

Rossana Ramani – Birth of a Blue

Mi va di sottolinerare che il mio quilt, pur non essendo al livello delle opere migliori del concorso, ha evitato i prevedibilissimi soggetti ispirati alle colorate festività orientali, come pure non ha cercato il colore in composizioni d’effetto, bensì è andato a scovare la magia proprio dove dovrebbe stare, nella realtà, meglio ancora se tessile. E scusate se è poco… 

 

Basta, ora parliamo d’altro.
Avevo già avuto modo di apprezzare il gusto delle quilter lettoni, e precisamente a Friesach nel 2015. Qui a Lièpvre gli ambienti sono più ampi, perciò anche le opere trovano il loro “spazio vitale” per esibirsi al meglio delle loro qualità.
Bello avere un’amica, una che dai suoi viaggi non ti porta dei souvenir di cattivo gusto, bensì delle immagini ispirate, fotografie che entrano nel paesaggio, esotico o familiare che sia, come sa fare l’occhio di chi ha il dono di notare il dettaglio che fa la differenza.
Maryte ce l’ha questa amica, si chiama Rita, la quale le regala le suggestive immagini dell’acqua che lei incontra per il mondo. Niente di più semplice, niente di più comune, niente di più familiare, eppure l’acqua si dimostra ogni volta un’artista insuperabile in grado di trasfigurare ciò che la circonda in visioni mai scontate.
Maryte Collard - Water Marks 1

Maryte Collard – Water Marks 1

Diificile capire da dove provenga questa superficie immobile, da un’ansa del Danubio, da un lago in Cambogia, da una palude della Louisiana, e chi lo sa. Ciò che invece si percepisce è il senso di pace che il quilt di Maryte riesce a trasmetterci.
Dovevate vederlo lì questo patchwork, da solo dava luce a tutta l’area circostante. La fotografia non rende assolutamente giustizia alla composizione così algida eppure così dinamica, talmente dinamica da sospettare che d’un tratto gli sposi sarebbero potuti uscire dalla stoffa per volteggiare in mezzo alla sala.
Rita Simane - Silver Weddings

Rita Simane – Silver Weddings

 

Spostiamoci da Nord a Sud, dal Daugava al Danubio; e che saranno mai quei millecinquecento chilomentri dal Mar Baltico fino in Pannonia?
Ungheria non significa solamente Eszter Bornemisza.
Alcune artiste magiare hanno dato vita al Modern Műhely / Modern Movement, un’associazione che ha lo scopo di promuovere nuovi modi di interpretare il patchwork, e a giudicare dai risultati ci stanno riuscendo benissimo, come del resto avevo già potuto intuire a Parma più di tre anni fa.
Gyöngy Váradi - Embers

Gyöngy Váradi – Embers

Beh, con questa scelta di colori così aggressiva, con il loro confinamento entro una geometria estremamente rigida, e con una simmetria tanto esatta quanto innaturale, queste braci non mi danno la stessa sensazione di un calore salvifico, ma sembrano piuttosto le porte dell’Inferno. Badate, questa non è una critica, giacché c’è stato qualcuno che descrivendo a parole l’Inferno si è garantito l’immortalità. Purtroppo nel corso della storia umana (o disumana) sono ciclicamente apparsi dei pazzoidi che hanno tentato di passare dalle parole ai fatti, e per somma sfortuna ci sono al mondo ancora tante persone di memoria corta… 
I colori della musica di Carl Orff per quest’opera in due atti di Piroska Pásztor.
C’è effettivamente qualcosa di medievale nella sua scelta delle tinte forti, ma cupe, nella ripetizione e nell’assenza di prospettiva. Durante quei secoli così ricchi di rovina e di morte il canto licenzioso dell’ubriaco era uno sberleffo in faccia al potere, sia esso detenuto da un principe, una chiesa, una pestilenza, un destino infame. 
Piroska Pásztor – Carmina Burana

Piroska Pásztor – Carmina Burana

I due pannelli sono simili per costruzione, e diversi nell’aspetto, come lo sono i carmina di Orff. Quello a sinistra mi ricorda “Ecce gratum“, mentre per quello a destra non ho dubbi: “In taberna quando sumus“.

 

Avevo già visto a Praga una sua opera, però solamente a Sainte Croix aux Mines ho finalmente compreso Rachel Covo, ovvero la grande suggeritrice.
L’artista israeliana infatti è abilissima nell’indurre l’osservatore a creare e a condividere una sua visione spaziale di grande respiro, e lo fa con elementi che non descrivono, ma evocano, utilizzando con rara maestria la forma e il colore.
Rachel Covo - Migrating birds north

Rachel Covo – Migrating birds north

Mediante la sovrapposizione di piani non coerenti, e semplicemente tratteggiando dei profili puramente bidimensionali, Rachel Covo riesce nell’inganno tridimensionale, ottenendo una profondità inarrivabile con la classica rappresentazione prospettica.
Rachel Covo - Deep Water

Rachel Covo – Deep Water

Ditemi allora se non vi sembra di essere allo stesso tempo in acqua e in aria, come se foste un delfino che ha del “non mare” una visione approssimativa e misteriosa.

 

La sua compagna di banco, volevo dire di esposizione, Orna Ron esponeva dei lavori di grande impatto visivo caratterizzati da forti contrasti cromatici e di luce.
Orna Ron - Mazed

Orna Ron – Mazed

Mazed, ovvero smarrirsi in un labirinto psichedelico, forse per imprudenza, forse per malasorte, o forse per nascondersi dagli abitanti di un mondo troppo schematico. Chissà se smarrire la retta via non porti talvolta a qualcosa di buono, come se quello di Arianna non fosse un filo, ma una catena.

 

Molto rare sono le volte che mi capita di andare in un ristorante, io sono più tipa da trattorie di campagna o da locali ancora più “rustici”, ma quando ciò avviene amo soffermarmi sul piacere gastronomico, dilatanto i tempi tra una portata e l’altra, per esempio ordinando un sorbetto, giusto per rinfrescare il palato e ravvivare il piacere dell’attesa.
Ecco, i lavori che seguono (in disordine sparso) sono una specie tie break, quel tanto che basta per tirare il fiato prima del piatto forte, delle chicche non meno interessanti di quelle che avete visto finora.
Girando per mostre mi capita spesso di incontrare qualche opera di Gillian Travis, ed è sempre una piacevole sorpresa.
Gillian Travis - Returning Home

Gillian Travis – Returning Home

Dall’India ci ha portato questa rappresentazione del mondo femminile, fatto di fatica, forse di rassegnazione, ma anche di colore e di comunanza.

 

C’è ci torna e chi arriva.
Il titolo dell’opera di Brigitte Kopp potrebbe suggerire che lei sia rimasta suggestionata in passato da una vecchia serie televisiva, “The Arrival”, anche perché non ci sarebbe stato tempo per tradurre in stoffa il film “Arrival”, uscito appunto nel 2016. Ma sia che abbiano l’aspetto di stelle marine oppure di baccelli, che siano dei ferocissimi aracnidi oppure un’inarrestabile massa informe, che arrivino per l’acqua oppure per farci evolvere, questi “nuovi arrivi” sono sempre sentiti come una minaccia, persino quando non appaiono per niente, come per esempio nel magistrale “Incontro con Rama” di Arthur C. Clarke.
Brigitte Kopp - The Arrival

Brigitte Kopp – The Arrival

Chi sta arrivando allora, e da dove? E chi lo sa, magari provengono da un lontanissimo pianeta chiamato “Terra”, un mondo dove gli alieni portano il burqa, il gessato, il taccododici, la pistola, il pacchetto azionario, la pelle bucata, e altre mille alienazioni.

 

Anche Katalin Székely parrebbe manifestare un suo disagio nei confronti di un mondo in bilico tra ordine programmato e caos distruttivo, tra stasi e fuga, tra obbedienza cieca e odio inestinguibile, una scelta tra opzioni di certo non desiderabili, almeno per me.
Katalin Székely - Crossroads

Katalin Székely – Crossroads

Però, anche con questo vago senso di angoscia che mi pervade (avete presente i film di Kieślowski? Ecco, siamo lì), non posso non restare affascinata da questa composizione.

 

Ci sono un po’ di cose sotto il piumone di Gudrun Heinz, ma del resto con tutto quello che c’è da misurare, tagliare, accostare, cucire e quiltare, di tempo per le faccende di casa ne rimane poco. Anni fa lessi questa felice massima: “La vera quilter deve poter passare davanti a una sedia stracolma di roba da stirare senza batter ciglio”.
Gudrun Heinz - Unter der Bettdecke

Gudrun Heinz – Unter der Bettdecke

Questa è la prima volta che un’opera di Gudrun Heinz appare sul mio blog (lei sa perché…), e spero proprio che non sia l’ultima.

 

Questo è il tipo di opere che mi aspettavo di vedere al concorso «La magie de la couleur», un lavoro caratterizzato da una densità cromatica talmente elevata che la stoffa di fatto sparisce, come se Edith Bieri-Hanselmann avesse direttamente spremuto sul backing dei tubetti di colore, alla maniera del primo Jackson Pollock.
Edith Bieri-Hanselmann - Splash

Edith Bieri-Hanselmann – Splash

Il titolo farebbe supporre che qualcosa sia stato gettato sulla superficie e, come succede per qualsiasi oggetto pesante gettato in acqua, dal centro di caduta si propaga un moto ondoso circolare.
Invece (e ti pareva…) credo che l’artista abbia creato degli archi e dei cerchi sempre più stretti, fino ad arrivare al centro, il punto dove “Splash” non è l’effetto ma il desiderio, quello di tuffarsi nell’opera e divenire tutt’uno con essa.

 

Tenetevi forte perché ora arrivano.
Chi? Come sarebbe a dire chi, ma i patchwork giapponesi, che diamine, il meglio del meglio, le opere che riportano i (nostri) piedi per terra, e anzi ci levano pure anche qualche centimetro in altezza.
Keioko Shimoyama – Figures of lucky omen in Japan

Keioko Shimoyama – Figures of lucky omen in Japan

Keioko Shimoyama – Figures of lucky omen in Japan - Detail01

Keioko Shimoyama – Figures of lucky omen in Japan – Detail

Cizuko Tokuda - Mother's Beijyu

Cizuko Tokuda – Mother’s Beijyu

Cizuko Tokuda - Mother's Beijyu - Detail01

Cizuko Tokuda – Mother’s Beijyu – Detail

Ho faticato un po’ per capire cosa significasse Mother’s Beijyu. A quanto ho capito si tratta del festeggiamento di una persona per il suo raggiungimento di una determinata e venerabile età.
Anticamente questa celebrazione avveniva al traguardo del sessantesimo complenno, fino a quando la Fornero non l’ha spostata al sessantasettesimo compleanno.
Kinoshita Mitsuko - Joy

Kinoshita Mitsuko – Joy

Kinoshita Mitsuko - Joy - Detail01

Kinoshita Mitsuko – Joy – Detail

Che dire, non ci sono parole per descrivere adeguatamente la sontuosità di tali capolavori.
Un tempo almeno ci potevamo consolare affermando che i patchwork giapponevoli erano belli, sì, ma allegri come i crisantemi a Novembre. Ora neppure questo ci rimane da quando loro hanno imparato a dosare bene anche i colori più vivi, e a noi non resta altro che abbozzare e morire di invidia.

 

Visto che siamo nei paraggi, con quattro bracciate nel Mar del Giappone possiamo arrivare in Corea del Sud. Qui la Han Quilt Association ha importato la tecnica delle mola, una tecnica tessile tradizionale dell’Isola di San Blas, vicino a Panama.
Se la tecnica è simile, la differenza sta tutta nel significato delle mola. Per i Kuna, gli abitanti di San Blas, le molas sono la rappresentazione di quello che per loro è l’universo, ovvero una serie di strati sovrapposti, mentre in Corea le mola costituiscono un’occasione per rappresentare in maniera nuova e accattivante alcuni temi della loro tradizione.
Jeon Seong Sook - The cerimonial walk of the royal king

Jeon Seong Sook – The cerimonial walk of the royal king

 

Come sempre capita in Val d’Argent, è difficile trovare un’esposizione che non sia men che bella, ma quest’anno è stato diverso, poiché mi è capitato di ammirare delle opere che da sole valevano tutta la fatica del viaggio.
È raro, ma quando succede è un’esperienza indimenticabile.
Voi cosa vedete?
Si tratta di un tratto di pavimentazione in masegno, a Venezia; è notte, e ha appena smesso di piovere; un lampione in alto fa brillare la scabra superficie di trachite euganea, da secoli resistente alla salsedine e al passaggio di milioni di suole; la luce si specchia nelle piccole pozze, le quali, complice l’umidità di casa in laguna, resteranno identiche fino al mattino seguente. Il tempo, nelle sue due forme, ha scacciato la massa di turisti, e restano a vagare per le calli solamente le persone che amano fare un bagno di silenzio a Venezia. Malin Lager è una di queste, è una cacciatrice di immagini, ma non i soliti ponti/canali/gondole/chiese/palazzi/panorami, no, lei osserva Venezia con la lente di ingrandimento, in cerca di dettagli unici.
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Malin Lager – Lustrous Reflections of Venice – 01

Bene, ora che avete visto anche voi tutto questo, vi pregherei di avvicinarvi per osservare meglio l’opera di Malin Lager. Ecco…
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Malin Lager – Lustrous Reflections of Venice – 01 – Detail

… ora lo sapete anche voi, non si tratta di stoffa dipinta, è filo!
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Malin Lager – Lustrous Reflections of Venice – 02

Malin Lager è anche una bravissima ritrattista in grado di cogliere l’espressione che rende unico e inconfondibile il soggetto, e già questo sarebbe bastevole per definirla un’artista.
Evidentemente per lei ciò non era sufficiente, così ha pensato bene di trasformare i suoi ritratti in opere tessili che definire originali sarebbe perlomeno riduttivo.
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Malin Lager – Portrait

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Malin Lager – Virve

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Malin Lager – Virve – Detail

Osservate lo sguardo di questa ragazza, non giudica e non vuole essere giudicata, ma lei vi vede dentro.

 

Bene, ora che ho calato il carico da undici posso anche chiudere questa partita.
Sarete d’accordo con me che i due giorni di viaggio tra andare e tornare sono stati ben spesi quando si ha la fortuna (insperata) di ammirare tali capolavori.
Come sempre mi sono accorta che le “vere” artiste più sono brave e più si dimostrano persone semplici, modeste, anzi mi è capitato di vederle spesso imbarazzate per la profusione di complimenti che ricevevano, e Malin Lager non faceva eccezione. Un altro pianeta…
In futuro… già, il futuro, cosa vedremo domani?  Io un’idea ce l’avrei, e dopo tanti capolavori vorrei concludere questa mia esposizione con un’opera che contiene in sé una delle mie maggiori aspirazioni, ma nel contempo uno dei miei maggiori crucci.
Non so come vadano le cose all’estero, spero meglio che da noi, ma dalle nostre parti è molto difficile promuovere il patchwork presso le generazioni più giovani. Le associazioni spesso non hanno forza e appeal sufficienti per avvicinare chi potrebbe portare nuova linfa, e sulla scuola poi stendiamo un velo pietoso. Parola, preferirei trovare una persona giovane alla quale trasmettere quel poco che so piuttosto che vincere un premio tra quilter della mia età.

Ecco allora l’opera che mi ha aperto il cuore, il lavoro di un gruppo appassionato al quale auguro il migliore dei futuri possibili.
Paola Zanda - Travail de groupe - Vive les vacances

Paola Zanda – Travail de groupe – Vive les vacances

Dal Canton Ticino, Paola Zanda ha portato in Val d’Argent un’opera realizzata dai suoi piccoli allievi di Massagno. Che dire… beati loro!
Se non vi basta, vi regalo ancora qualche parola.
Innanzitutto intendo scusarmi per il fatto di non aver potuto riportare nel post tutto quanto di bello ho avuto la fortuna di vedere: non era umanamente possibile. Altre opere che non sono presenti qui potreste trovarle sul mio album di Flickr dedicato all’esposizione di quest’anno.
C’è ancora un sassolino che mi dà fastidio, e penso che sia ora di levarmelo.
Se osservate bene sulla colonna di sinistra del mio blog troverete un simbolo e una nota sotto la voce “Diritti”. Cosa significano? Ecco allora una succinta spiegazione per chi già non conosce come funzionano le licenze Creative Commons.
In buona sostanza, se vi va potete liberamente copiare parte del mio blog su un altro blog, oppure su un’altra piattaforma, immagini comprese, a tre condizioni, che la destinazione dei miei contenuti sia no-profit (come lo è il mio blog), che venga sempre citata l’origine dei contenuti (il mio blog appunto), e che anche voi mettiate a disposizione i contenuti con la stessa libertà di condivisione del mio blog. Non serve altro.
Come già spiego nella mia pagina “To be, or not to be“, al centro di questo blog non ci sono io, c’è il patchwork, e tutto quel che qui combino è per promuovere questa forma d’arte tessile presso chi già la conosce e sperabilmente verso chi ancora ne ignora le potenzialità espressive. Non secondario però è lo scopo di condividere ciò che ho visto con chi non ha il tempo, i mezzi e le forze per andarci alle mostre, poiché non trovo giusto che si debba arrangiare con qualche scarna rivista o delle immagini più o meno rappresentative sui social network (leggi facebook), fermo restando il mio invito a chi può, di andarci alle mostre, giacché una fotografia è sempre una pallida imitazione della bellezza che si può cogliere vedendo un’opera dal vivo.
Il filosofo afferma che la bellezza è il denaro della natura, e che l’arte è solamente una maniera di coniarlo per darne corso. Così come il denaro ha valore solamente se circola, anche la bellezza trova il suo valore solamente quando viene condivisa e quand’è libera di essere apprezzata dal maggior numero possibile di persone.
Per questi motivi il mio blog è “aperto” alla condivisione, e sempre per questi motivi non apprezzo le ragioni di chi pone in atto delle strategie atte a interdire la libera diffusione della bellezza. Quindi avendo io scelto di mantenere libero questo mio blog, non posso dare spazio a chi questa libertà non la desidera e non ne comprende l’importanza.
Fine del sassolino.
C’è altro?
Non direi. Ho passato una settimana meravigliosa in Alsazia, ho scarpinato quanto basta, mi sono quasi persa tra i boschi dei Vosgi, ho provato quel tanto di fame e sete da apprezzare come si conviene il buon cibo e le bevande che quella terra sa offrire, e ho cercato di vivere quell’esperienza come se non ci fosse un domani, suggendone con avidità ogni stilla, perché veramente potrebbe non esserci un domani.
Perciò… à bientôt.

Ringraziamenti

Si ringrazia per la collaborazione

  • Giove Pluvio per essersi preso qualche giorno di vacanza via dall’Alsazia.

  • La società TER-SNFC per aver piazzato la fermata del bus per Sainte-Marie-aux-Mines proprio davanti al mio albergo.

  • La catena LECLERC per aver pensato a suo tempo di costruire un comodo supermercato accanto all’albergo nel quale avrei alloggiato anni dopo.

  • Il Restaurant Au Central di Sélestat per avermi fatto scoprire la migliore bière blanche che mi sia capitato di bere.

  • Il Bar Le Tigre di Sélestat per avermi fatto scoprire il gatto più grosso che mi sia capitato di vedere.

  • Il sistema GPS dello smartphone per aver evitato che terminassi la mia esistenza nella foresta.

  • La Mirabelle, buona per le torte, ottima per il suo liquore.

  • Il Kaiser Guglielmo II di Hohenzollern per aver fatto restaurare il castello di Haut-Kœnigsbourg

  • L‘Irish Pub Santa Lucia di Venezia nel quale, prima di ogni mio viaggio, prendo coraggio con una Kilkenny ottimamente spillata.

  • La linea Venezia-Paris di Thello per il solo fatto di esistere ancora.

  • Mme Gül Laporte per avermi fatto riscoprire la bellezza del Carrefour Européen du Patchwork.

  • La mia agenzia di viaggio per avermi sorpresa ancora una volta.

  • La buona sorte.

 

3 thoughts on “I girasoli

  1. Pingback: I girasoli | My3Place

  2. Complimenti sinceri per questo post ricco e arricchente, che rende possibile, anche a chi non ha potuto esserci di persona, di immergersi e vivere la magia del Carrefour Européen du Patchwork 2016.
    Le foto delle opere, le spiegazioni, i commenti, i filmati permettono di farsi un’idea e gustare quanto messo in mostra in val d’Argent!
    Ancora una volta, grazie! :-)

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