Val d’Argent 2021

ticketDue anni, o quasi.
Era l’alba del 26 ottobre 2019 quando salivo sul treno diretto in Austria per vedere una mostra patchwork ad Althofen.
Ben ventitré mesi sono passati da allora, mesi drammatici, lunghissimi, deprimenti, caotici, inaspettati e inconcepibili, durante i quali ogni contatto con il patchwork, per obbligo o per prudenza, è rimasto confinato tra le mura domestiche.
Ricordo che, in primavera, l’arrivo del vaccino mi regalò un alito di speranza, presto smorzato dai bollettini che rinviavano sine die l’uscita da questo malefico tunnel che c’ha regalato la Cina.
Del Festival of Quilts di Birmingham manco a parlarne, tanto più che la situazione sanitaria nelle Midlands era in peggioramento, e inoltre le complicazioni derivanti dalla Brexit fanno del loro peggio per dissuadermi dal frequentare la terra degli albioni.
Vi confesso che, nonostante io ami molto l’Alsazia, la perfetta cornice per il Carrefour Européen du Patchwork, a malincuore c’avevo già rinunciato; troppi i rischi di contagio connessi al lungo viaggio in treno o in autobus. L’aereo, già lo sapete, poco mi garba, e guidare l’automobile per 1700 chilometri (tra andata e ritorno) sarebbe stato uno stress di non poco conto per il mio sherpa/fotografo/guida/interprete/webmaster/tuttofare/ecc.
E allora?

Allora è successo che, una decina di giorni prima della mostra, alcuni amici bassanesi di animo gentile e infinita pazienza c’abbiano offerto la possibilità di aggregarci su un pulmino che avevano noleggiato per fare una gita in Alsazia. Non avevano nemmeno finito di parlare che noi avevamo già confermato la nostra partecipazione.
Così è stato che siamo riusciti a compiere un’incursione corsara in Val d’Argent, magari un po’ mordi e fuggi rispetto ai nostri standard, però del tutto inattesa, e perciò massimamente benvenuta.
Ecco, certe opportunità vanno sempre colte al volo, senza ragionarci troppo sopra, e dopo due anni siamo finalmente in grado di inserire nel blog qualcosa di interessante.
Ora che il ghiaccio è rotto si sarebbe potuto anche andare al Patchwork Gilde Austria in ottobre. Peccato che tale manifestazione si svolga in un remoto paesino dell’Alta Austria privo di una ragionevole possibilità di collegamento col mondo tranne che con l’automobile o l’elicottero (o anche il paracadute per le più temerarie). Siamo alle solite Calimero, pare proprio che si faccia apposta per non attirare il pubblico.
Basta con queste caustiche recriminazioni, è ora che vi parli un po’ del 26e Carrefour Européen du Patchwork.
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Va da sé che non si trattava della solita edizione, non poteva esserlo. Le restrizioni, le rinunce, i timori, la crisi, e tutti gli altri aspetti derivanti dalla pandemia che ancora morde mi conducevano a temere il peggio, ovvero a una manifestazione in scala ridotta, a delle esposizioni organizzate al minimo sindacale, e invece di tutte mancava solamente una mostra, e un’altra era stata accorpata in altra sede.
Niente male.
Ciò nonostante ne ho ricavato delle impressioni contrastanti, agrodolci si potrebbe dire, e a tal riguardo cercherò di spiegarmi meglio.
Il livello delle opere esposte era mediamente elevato (e non poteva essere altrimenti), e anche se, a parer mio, sono mancate le stupefacenti “vette” artistiche che ti fanno sentire un’incapace totale, non ho trovato insoddisfacente nessuna mostra. Credetemi, non è cosa da poco.
Detto ciò, si potrebbe presumere che nel cielo della mia visita in Val d’Argent abbia sempre brillato il Sole, ma non è così. Purtroppo non ho potuto fare a meno di scorgere un fronte di nuvole nere all’orizzonte, e anche se per il momento il tempo tiene, il futuro non è molto promettente, e temo che nessun ombrello potrebbe salvarci.
A ogni uragano viene dato un nome, e quello che ci minaccia ha un’identità ben precisa, si chiama “età”. Non so come stiano andando le cose in altre parti del mondo, ma qui non c’è da stare allegre, e in troppe occasioni sono stata colpita dalla presumibile età media delle artiste e delle visitatrici; alta, troppo alta.
Vita brevis, ars longa, queste le sagge parole di Ippocrate, e noi sappiamo bene che artiste tessili non ci s’improvvisa. In assenza di un pronto ricambio generazionale è molto probabile che dopo di noi arrivi il diluvio, portato appunto da quella scura nuvolaglia che mi è capitato di presentire quest’anno.
Magari non è vero, magari è solamente una mia impressione derivante da uno sconforto generalizzato, magari si tratta di pessimismo congenito, magari il prossimo anno verrò clamorosamente smentita, però, nel caso che non mi sbagliassi, approfitterei di questo “pulpito” per lanciare una proposta audace e non convenzionale: la prossima volta che andate per mostre portate con voi una persona giovane, hai visto mai che poi si appassioni al patchwork
Bene, torniamo a ciò che ho visto, e iniziamo con le buone notizie.
Quest’anno il primo premio è andato (finalmente) a una quilter che ho avuto il piacere di conoscere e apprezzare: Angela Minaudo.
Per una volta mi trovo perfettamente d’accordo con la valutazione della giuria. Sua è l’opera che ha saputo interpretare in maniera originale ma immediatamente comprensibile il tema proposto, ossia “Sauvage” (selvaggio).
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In un mondo dove i ragazzini “devono” essere accompagnati a scuola fino alla terza media, dove non ci si deve sporcare, accapigliare, accaldare, se non nelle società sportive istituzionali, dove ogni sbucciatura è un dramma, ogni mistero è un pericolo, ogni avventura è sospetta, questo novello Cosimo ha deciso di esplorare a modo suo un mondo colmo di prospettive, di nidi d’uccello, di fiori, di frutta, di una visione differente e più alta del mondo.
Sappiamo bene che l’essere umano, dal concepimento in poi attraversa una sorta di accelerata sinossi biologica della sua evoluzione, fino alla sua forma definitiva di mammifero. Niente mi vieta di immaginare che tale evoluzione prosegua anche dopo la nascita, ovvero ricalcando i passi del suo stato di essere selvaggio, e che tale impulso si debba liberamente manifestare nei suoi comportamenti all’aperto durante l’infanzia. Ogni costrizione per soffocarli sarebbe innaturale, anche se poi quasi sempre il ragazzo si evolve da sé in una persona “posata”.
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Angela Minaudo – Wild Boy


Brava Angela, anche nella tecnica, giacché stavolta ha saputo osare con più decisione, con più spessore, come se fosse una pittrice materica, e bella l’idea di quelle strisce di tulle per rappresentare i raggi di luce che filtrano tra i rami.
Chapeau.
Non so se ho tanta voglia di parlare delle altre opere del concorso, non perché non fossero belle, tutt’altro, ma perché in più di qualche caso mi hanno lasciata interdetta.
Lasciamo stare il mio regolare dissenso con le scelte della giuria, in fondo si tratta puramente di una questione di gusti, e preferisco soprassedere sul rispetto delle dimensioni imposte. Diciamo che per questa edizione ne salvo due su cinque, e chi mi conosce sa già che è un risultato da non sottovalutare. Però, come già successo in altre occasioni, è la declinazione del tema che mi lascia interdetta.
A parer mio, alcuni lavori sfioravano molto marginalmente ciò che potremmo definire “selvaggio”, mentre in altri apparivano delle fin troppo prevedibili rappresentazioni, quelle che il mio sherpa/fotografo/guida
/ecc. definisce “Tema: il mio compagno di banco”.
Se avete voglia di vederle tutte, sono certissima che in rete ne troverete di immagini. Io, sovrana assoluta di questo blog, mi arrogo il diritto di riportarne qualcuna di quelle che mi hanno favorevolmente impressionato (e che non sono state premiate ça va sans dire).
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Teresa Gai – Rainforest

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Troppo forti queste, non saprei come definirle, bobinette di filo, probabilmente avvolte attorno al dito.
Sono occhi, milioni e milioni di occhi che scrutano, cercano, vigilano, fissano, guatano, esplorano, mirano, ma non guardano, perché nella foresta pluviale non c’è tempo di soffermarsi a guardare, perché gli occhi servono per sopravvivere, per mangiare e non essere mangiati. E questo ininterrotto osservare si compie dappertutto, dal cupo sottobosco fino all’ultima foglia che si rivolge al cielo.
Però non riesco al levarmi di dosso la sgradevole impressione che tutti quegli occhi stanno osservando noi, un muto rimprovero per la cieca devastazione ecologica della quale, in varia misura, siamo tutti responsabili.

 

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Geneviève Roc Bonniot – Enchevetrement

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Torniamo a casa, nel senso che dobbiamo lasciare la foresta pluviale per dare uno sguardo a ciò che succede accanto alle nostre confortevoli abitazioni.
Ormai di selvaggio dalle nostre parti c’è solo il consumismo, o il parcheggio, o per i cinefili il mucchio, e la natura è confinata negli ordinati giardini, nei vasi sul balcone e nei cartoni animati.
Se pensate che entrando in un bosco vi state immergendo nella natura selvaggia, vi sbagliate di grosso. Ogni foresta nostrana è frutto di un compromesso con l’uomo, con i suoi bisogni e i suoi confini, si tratta di un patto secolare di mutua convivenza, e anche gli antichi signori che un tempo ne percorrevano liberi le piste, oggi si celano per timore di quel bipede distruttivo.
Ebbene, Geneviève ha avuto la fortuna, l’accortezza, la predisposizione d’animo per catturare ciò che è veramente selvaggio, e l’ha fatto praticamente dietro l’angolo di casa sua. Quello scorcio di bosco le ha fatto comprendere che non ci sono cacciatori e prede solamente nel mondo animale, ma che pure le piante conducono una lotta incessante per la supremazia, per la sopravvivenza, per la riproduzione, e che si contendono il suolo, l’acqua, l’aria, e soprattutto la luce.
Noi non ce ne accorgiamo, perché è una guerra silenziosa, lentissima, aliena, ma è fatta di battaglie combattute all’ultimo sangue, o per meglio dire all’ultima linfa, e solamente dopo anni possiamo osservarne gli esiti. Tutto ci sfugge giacché non vediamo battaglioni, schieramenti, manovre, attacchi ordinati e precipitose ritirate, tutto ciò che possiamo notare è un groviglio inestricabile dove niente sembra avere senso, quando invece proprio lì si palesa, veritiero e terribile, il selvaggio senso dell’esistenza.
L’artista è stata sicuramente sopraffatta da quella rivelazione e l’ha trasposta su stoffa come meglio non si poteva fare, con una composizione volutamente priva di ogni cura formale, ma colma di quell’indeterminatezza che talvolta si manifesta con stupefacente bellezza.

 

Parliamo ora di poesia, di sogni, di una visione delicata del mondo. Sono sensazioni che ci regala Ghislaine Dumontier, un’artista (definirla solamente quilter sarebbe riduttivo) che sulle rive dell’Isère, poco a Nord di Grenoble, crea visioni fantastiche, che al pari dei quelle create dai fratelli Mirrel (autori di Myst) o di Jean Giraud (in arte Moebius) danno una nuova dimensione fiabesca della realtà, però senza perderne mai i contorni del comprensibile.
Quest’opera è stata meritatamente premiata al concorso ART TEXTILE (del quale purtroppo non so nulla), e posso affermare che si tratta di una delle cose più belle viste quest’anno in Val d’Argent.
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Ghislaine Dumontier – Ma ville sospendue

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Dettaglio

 

Nella fotografia è sempre stato così, ma ora anche al cinema e in televisione si è iniziato a riscoprire il fascino del bianco e nero. Ci vuole un’abilità speciale per lavorare in monocromatico, poiché al posto del colore è necessario utilizzare un componente sfuggente e mutevole: la luce.
Allora, dopo questa primo assaggio variopinto, eccovi alcune opere di un’eleganza tutta particolare, affascinanti nella loro austerità.
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Elina Lusis-Grinberga – Tile of Life.

Elina Lusis-Grinberga non è arrivata per caso a questi risultati suggestivi. Figlia d’arte, ha conseguito in Lettonia il Master in Arti Tessili, e da quel momento in poi ha iniziato la sua esplorazione delle infinite possibilità offerte da filo e stoffa.
In quest’opera lei ha inteso superare la struttura classica che impone forme e colori riconoscibili, per suggerire un gioco di ombre e trasparenze, i chiaroscuri che sempre si presentano nella vita.

 

Mannaggia, ad averlo saputo prima…
Qualche anno fa ero a Sète, una cittadina dell’Occitania affacciata sul mare. C’ho passato una bellissima giornata, e vi confesso che lì svernerei volentieri per scappare dai miei inverni cupi e rabbiosi.
p1120037_rIl fatto che in Occitania, e probabilmente proprio a Sète, Isabelle Piron realizza le sue opere d’arte. Lei è scappata dalle piovose terre della Francia nordoccidentale per trovare lì la luce e l’ispirazione che le erano necessarie.
Chissà, magari potrei anche averla incrociata passeggiando sul lungomare, o lungo le viuzze che portano verso il monte Saint-Clair.
Il fatto è che quella cittadina ha con l’arte un rapporto molto particolare. A Sète sono nati Paul Valéry, uno dei più grandi poeti francesi del Novecento, Georges Brassens, il cantautore le cui opere sono arrivate in Italia grazie a Fabrizio De André, ed Hervé Di Rosa, uno dei fondatori della “Figuration Libre”, l’equivalente della “Transavanguardia” italiana.
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Isabelle Piron – Roots

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Dettaglio

Nella sua opera Isabelle ha sposato la pittura con il cucito, ma in una modalità che ancora mi mancava di vedere, con una soluzione tecnica semplice, e perciò molto elegante.

 

Anche se so benissimo che nei musei vengono esposte opere di artisti non più in vita, magari da parecchi secoli, e lo stesso vale ovviamente per le donne che hanno realizzato i patchwork “storici” esposti in Val d’Argent, mi ha fatto comunque una strana sensazione, quasi un brivido, la scoperta che l’opera sottostante è di una quilter che c’ha lasciato solamente qualche anno fa.
Non potendo, per ovvi motivi, farle giungere il mio apprezzamento, mi accontendo di interpretare la sua opera come una testimonianza, quella sì sempre viva e percepibile, del suo amore per l’arte tessile.
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Aina Muze – Iceberg

Consentitemi ancora una breve annotazione. Aina Muze era la madre della quilter Elina Lusis-Grinberga (vedi sopra), ed è lei che si occupa di far esporre le opere di Aina Muze affinché non vengano dimenticate. Da parte nostra possiamo solamente immaginare la soddisfazione di madre nel constatare con quanta abilità la figlia andava portando avanti la tradizione artistica di famiglia.
Ogni volta che mi capita di osservare qualche lavoro come questi sopra, mi ritorna sempre in mente un episodio accadutomi molti anni fa in un negozio di stoffe della mia città quando chiesi di vedere delle tonalità di grigio, e la risposta che ricevetti fu alquanto sbrigativa e perentoria: “ma signora, nel patchwork non si usa il grigio!”. Ridicoli…
Se vi va di fare un mezzo sorriso, date un’occhiata a questo breve filmato nel quale viene ben descritta la leggendaria disponibilità dei commercianti triestini.

 

Prima di tornare ai colori sgargianti, attraversiamo il ponte cromatico che ci offre questo meraviglioso quilt di Daphne Taylor.
Lei ci insegna tre cose:
1 – Quilting makes the quilt (trad. Solo la trapuntatura dà vita a un quilt).
2 – Rispettare la tradizione non significa restare restare ferme.
3 – Semplice e facile non sono sinonimi.
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Daphne Taylor – Quilt Drawing #24

Iniziamo dall’ultimo punto. In buona sostanza si tratterebbe solamente di un pezzo di stoffa trapuntato, con un cerchio giallo a fare punto di attrazione ottica, niente di più semplice, ma…
Ma intanto è stato necessario scegliere bene dove porre quel cerchio giallo oro, per non farlo sparire o, al contrario, per non farlo diventare il dittatore assoluto della composizione. E poi la scelta cromatica, non troppo marcata, non troppo debole, non ruffiana ma nemmeno imposta a forza, la definirei sospesa tra la la luce e il buio, in poche parole perfetta.
Vi invito a osservare due dettagli. Il primo è una strisciolina azzurra in alto, la quale rappresenta il cielo, comunque lo si voglia intendere. Si tratta di una porta, e attraverso quella l’occhio (e noi con lui) attraversa il confine che divide due mondi, intesi con lo stesso metro della scelta precedente.
Il secondo sono dei rettangolini bianchi alternati ad altri grigi, sul bordo in basso. Si tratta di un richiamo ideale, o per meglio dire un suo omaggio personale, ai motivi in bianco e nero dell’architettura italiana da Giotto in avanti.
E poi, provateci voi a quiltare tutti quei cerchi concentrici sulla seta, rigorosamente a mano, come se invece di un ago si stesse adoperando un pennello sottile (alla maniera proprio di Giotto). Io ho fatto due conti, così, a spanne. Su questa superficie di seta grande quasi un metro per un metro è stata eseguita una quiltatura manuale, a punti piccoli, lunga più di un centinaio di metri, e chi ha dimestichezza con tale tecnica si sarà già resa conto che abbiamo di fronte il risultato di almeno un anno di  lavoro.
Quindi tutto ciò spiega il punto 1, ovvero che senza la paziente quiltatura, una lavorazione che non aggiunge nessun colore, quest’opera meravigliosa non avrebbe spessore, non avrebbe senso, non avrebbe vita.
Per quanto ne possa capire io d’arte, ritengo che la collocazione ideale di questa composizione sia la Galleria internazionale d’arte moderna, a Ca’ Pesaro, accanto a Klimt e Kandisnky, eppure non vi è niente di più tradizionale della tecnica e del pensiero di Daphne Taylor.
Lei ha deciso di non tradire le sue radici quacchere, seguendo la scala di valori che esse indicano, e tra quelli ella pone tra i primi la semplicità e il silenzio. Di conseguenza ha deciso di percorrere sì nuove strade espressive, ma nel pieno rispetto della sua tradizione, e l’ha fatto con opere frutto di infinita pazienza e prive di ogni facile esibizionismo. E così anche il secondo punto del suo insegnamento ha trovato la sua ragion d’essere.

 

A proposito di Kandinsky…
Immagino che quella sorta di arresti domiciliari che abbiamo subito un anno e mezzo fa abbia portato alcuni cambiamenti nella vostra vita, e probabilmente vi sarete accorte di quando sia importante la serenità di potersi muovere in libertà, per riuscire a fare tutto ciò che il tempo e le forze ci concedono.
Invece, chiuse in casa, in quel periodo c’è chi ha divorato quintali di libri, e se erano libri di cucina, poi quintali di torte fatte in casa; altre si sono anestetizzate davanti alla televisione con le repliche delle repliche del tenente Colombo (per fortuna almeno ci hanno risparmiato l’ispettore Derrick); altre ancora hanno fulminato i loro smartphone a furia di messaggiare tra le amiche. Cani, gatti e piccioni sono diventati i migliori confidenti, sempre disponibili ad ascoltare in cambio dei croccantini o di una manciata di briciole. Insomma, ogni cosa era buona per distrarre la mente dai tragici bollettini che incalzavamo come cavalloni durante una bufera in mare.
Nella verde Irlanda, durante il lockdown Loretta O’Brien ha realizzato questo quilt, cercando proprio in Kandinsky un punto dove ancorarsi per non lasciarsi portare via dallo sconforto.
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Loretta O’Brien – Circling to the Point of Kandinsy

 

Paola Zanda è già apparsa una volta in questo blog, con un originalissimo quanto divertente lavoro di gruppo, un’opera che avevo scelto per concludere degnamente il mio articolo sul Carrefour Européen du Patchwork del 2016.
Il post è intitolato “I Girasoli“.
Quest’anno lei ha avuto l’onore di una personale, con grandi lavori dai vividi colori. Spero che non se ne abbia a male se tra tutti i quilt esposti io ne ho scelto uno che se ne stava un po’ defilato, però è quello che ho trovato più in accordo col mio attuale stato d’animo.
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Paola Zanda – Freedom

Casomai aveste voglia di sapere qualcosa di più su questa bravissima artista del Canton Ticino, vi rimanderei all’articolo a lei dedicato sulla e-zine Arte Morbida.

 

Chi non si fa mancare nessun colore della tavozza è Maya Chaimovich, anzi sono certa che se un giorno ne inventeranno di nuovi lei sarà la prima ad utilizzarli nel patchwork.
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Maya Chaimovich – The Water Level

Sembra incredibile come lei riesca a disporli senza creare delle tendenze cromatiche dominanti e senza cadere in facili accostamenti. Come in questo caso dove, invece di indagare su tutti i colori che possono richiamare alla mente l’acqua (operazione illogica in quanto l’acqua è in realtà trasparente), lei ha preferito immaginare una superficie solida con le sue tinte forti e contrastanti che viene lentamente sommersa dalla marea, o brutalmente sconvolta da uno tsunami, scegliete voi.

 

Quest’anno in Val d’Argent era presente anche Quilt Italia, con dei lavori realizzati per il 25° anniversario dell’associazione.
Tra le opere esposte ho presto notato quella di una delle mie quilter italiane preferite: Rita Frizzera
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Rita Frizzera – Phantasmagoria

E ora vi spiegherò il motivo della mia predilezione, la quale va oltre la semplice valutazione estetica.
In questi dieci e passa anni che continuo a incrociare qualche sua opera alle mostre che visito ho potuto osservare una costante evoluzione del suo stile, nel quale si avverte la perenne ricerca di nuove forme e diverse tecniche, dalle classiche a quelle più sperimentali.

Purtroppo per lei si tratta di un atteggiamento autolesionista, in quanto la sperimentazione non è sempre ben accolta, e in più si deve confrontare con artiste che, trovata la loro formula espressiva, non la cambiano più e si limitano a perfezionarla, senza rischi o salti nel buio, il che è per loro garanzia di successo.
Grazie Rita per il tuo coraggio e per la generosa dedizione all’arte tessile.

 

L’opera sottostante è un’esplosione, ma non solo di colori e di forme, bensì anche di abilità.
Solamente cinque anni sono passati da quando vidi per la prima volta un suo quilt, e invece guardando quest’opera potrei giurare che ne sono passati più del doppio.
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Paola Barani – Cristal Lights

Badate, non è solamente la manualità che conta, bensì anche la scelta compositiva. Nel suo caso lei ha deciso che il mondo vegetale e quello minerale dovevano fondersi, contaminarsi, sostenersi a vicenda. Le foglie e la suggerita sagoma floreale posano su un letto di coloratissimi geodi, pare quasi che la vita nasca direttamente dai cristalli.
Irreale e bello come un sogno.

 

Nel 2018 è nata una nuova associazione nel mondo dell’arte tessile
Il suo nome è TEXNET2, e scorrendo un po’ di nomi direi che promette bene. Come si dice, se son rose fioriranno, anche se, lo sappiamo bene, la rosa è come il patchwork, ha le sue belle spine…

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Texnet2

 

E chi di noi non è mai partita da casa in barca per un viaggio di un anno e mezzo fino a Trinidad e Tobago? Beh, Linda Anderson l’ha fatto, ma poi c’ha preso gusto a viaggiare ed è tornata nella sua California solamente dieci anni dopo.
Vi consento di invidiarla.
Però lei della sua decennale esperienza ha fatto tesoro, e dato che pare se la cavi benino con il disegno e il cucito, ha deciso di andare oltre i banali album di ricordi, creando con la stoffa delle opere di grande impatto, sia dimensionale che artistico.
Il suo messaggio è abbastanza chiaro, ovvero che, tutto sommato, le esperienze umane sono simili in tutto il pianeta, cambiano solamente il fondale e i costumi di scena, giacché, parole sue, un filo ci attraversa tutti.
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Linda Anderson – Trini Dancer

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Linda Anderson – Spellbound

Mi piace pensare che lei vada “a memoria”, ovvero che non si limiti a trasporre su stoffa una fotografia. In questo modo lei può distillare la pura sensazione provata in un momento trascendente che superava l’esperienza visiva.
Osservate l’opera qui sopra, intitolata “Spellbound” (trad. “Incantata”). Sarebbe superficiale supporre che si riferisca allo stato d’animo dell’artista, non ve ne sono i presupposti estetici. Incantata è invece la donna al centro della composizione, fisicamente presente ma mentalmente presa dai suoi pensieri, portata via da un sogno, da un cruccio, da una nostalgia, da un amore (cliccate sull’immagine per ingrandirla).
Se Linda fosse stata lì solo per scattare una fotografia, quella donna mai avrebbe potuto mostrare quell’espressione “incantata”, sarebbe stata distratta dall’evento tecnologico, e in quel frangente “alieno”.

 

Dato che siamo in giro per il mondo, scendiamo un momento in un paese che pur essendo molto lontano, allo stato direi quasi irraggiungibile, è molto presente nel nostro immaginario, e lo è perlomeno da due decenni.
Potrei facilmente supporre che se pronuncio la parola Afghanistan a voi vengano in mente solamente disgrazie, violenza e miseria, e magari neppure sbagliereste di tanto poiché la tragedia di quella terra è stata ben descritta nel libro di Siba Shakib “Afghanistan, dove Dio viene solo per piangere”, oppure nel film “Osama” (Golden Golbe 2004).
Come già successo in passato, quella regione è stata nuovamente sconvolta da eserciti in armi, e la popolazione civile è rimasta stritolata tra incudine e martello. Non tutti però sono rimasti indifferenti o morbosamente curiosi dinnanzi a quel dramma.
Da qualche anno è presente in Val d’Argent l’associazione Deutsche-Afghanische (D.A.I.), costituitasi a Freiburg im Breisgau per offrire un aiuto concreto alla popolaziona afgane, soprattutto nelle aree rurali. L’associazione non si è limitata a interventi di emergenza, bensì ha realizzato un corollario di iniziative socioculturali di auto-aiuto, promuovendo progetti di ricostruzione e di sviluppo economico.
Non servirebbe aggiungere che è stata rivolta la massima attenzione nei riguardi della condizione femminile, sia come un processo di evoluzione personale e sia come un riconoscibile supporto al magro bilancio famigliare. Per cercare di connettere la cultura dell’Afghanistan con il resto del mondo, Pascale Goldenberg, una delle anime dell’associazione, organizza periodicamente delle mostre nelle quali vengono esposti i ricami realizzati dalle donne afgane, dei piccoli lavori che si possono aquistare per aiutare le autrici, e anche delle opere realizzate a quattro mani assieme ad artiste tessili tedesche.
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Bärbel Helfrich with Nigina – Verstand

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Cornelia Noller-Klak with Nasrin – hOpe

I titoli delle opere sono abbastanza esplicativi.
“Verstand” significa comprensione, e dovremmo chiederci cosa significa veramente comprendere, perché non basta “capire”, un processo troppo razionale, è necessario “fare nostro” un concetto, ovvero valutarlo come se l’avessimo sviluppato noi.
“hOpe” è una speranza, una pianta delicatissima che va sostenuta da molte mani operose, e non per caso sono stati usati dei guanti medicali. Il significato però è duplice in quanto la parola Ope in lingua pashto è collegata all’azione di aprire, ed essendo lì cronicamente disorganica l’assistenza a feriti e malati, si potrebbe intendere che quelle mani mantengono aperta la porta della speranza.
Temo purtoppo per il futuro di queste iniziative, in quanto le notizie che riescono ad arrivare qui raccontano di una brutale repressione verso ogni aspetto di convivenza civile e di libertà di pensiero, con un particolare accanimento contro ogni forma di emancipazione femminile.
Evidentemente l’integralismo religioso fa gli stessi danni dell’alcol: uccide i neuroni.

 

C’è poco da fare, un certo occhio ce l’ho.
Era nel “lontano” 2013 quando a Praga un’opera mi emozionò particolarmente, anzi la definii ipnotica (qui ci sono le prove), e poi il suo ghiacciaio “Spuren-Aletschgletscher” fu uno dei migliori lavori dell’edizione 2019 (vedere qui).
Ora me la ritrovo in Alsazia con qualcosa di ancora più spettacolare.
Isabelle Wiessler - Rindenspiel 4

Isabelle Wiessler – Rindenspiel 4

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Dettaglio

Già lo so, le puriste storceranno il naso, anzi se potessero darebbero fuoco a quest’opera, come una volta si usava per gli eretici.
Manca tutto, manca il batting, manca la quiltatura, manca una forma misurabile, comprensibile, accettabile, però c’è tutto il resto, il colore, la dinamica, lo spazio, la forza espressiva, l’enigma, in poche parole, l’arte.

 

Va da sé che andare al Carrefour Européen du Patchwork è come entrare in una grande gelateria, ci sono tutti i gusti possibili, e perciò anche chi ama le composizioni classiche ha di che soddisfarsi.
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Martine Crabe-Lanux – Flower Quilt

Come, per esempio, con questo lavoro “monumentale” di Martine Crabe-Lanux, la quale ama riproporre fedelmente i motivi di più di in secolo fa. Le dimensioni erano tali che ho faticato un po’ per riuscire a catturarlo per bene con la mia macchina fotografica.
Nella Villa Burrus di Sainte-Croix-aux-Mines erano esposte le opere di Sue Ross.
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Sue Ross

Restiamo ancora un po’ sul patchwork formale.
Delle edizioni precedenti ricordo che le mostre nella chiesa Saint-Joseph-Travailleur di Sainte-Marie-Aux-Mines erano un po’ sacrificate, nel senso che essendo la collocazione abbastanza decentrata avevano meno visitatori, e anche le opere esposte, seppur belle, vantavano meno richiamo.
Quest’anno invece è stata una grande sorpresa, nel senso che Gabrielle Paquin ha portato lì dei patchwork di fattura superlativa.
Gabrielle Paquin - Etoiles kaléidoscope

Gabrielle Paquin – Etoiles kaléidoscope

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Niente da fare, la classe non è acqua, nel suo caso è un Taittinger del 2002.
I suoi lavori stanno lì a dimostrare che quando sono ben presenti il senso del colore e dell’armonia, gli altri aspetti riguardanti la geometria e la precisione non sono  stucchevoli, anzi contribuiscono ad esaltare la scelta artistica.
Osservate nel dettaglio la cura con la quale lei assembla le stoffe. Non si tratta solamente di tagliare e unire con precisione, lei seleziona ogni singola stoffa in funzione del risultato finale, nel senso che anche il motivo stampato si accompagna perfettamente alla figura geometrica.
Però non si pensi che Gabrielle sia solamente un’abile mosaicista tessile, in quanto negli anni ho avuto modo di ammirare anche opere più libere, nelle quali comunque riusciva a imporre una struttura di “cluster” in rappresentazioni figurative.

 

Ci sono persone che hanno un talento particolare, e quello di Sue de Vanny le consente di catturare le immagini per non lasciarle scappare più. Lo fa tramite la pittura, la fotografia, e come potete vedere qui sotto anche con la stoffa.
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Sue De Vanny – On Reflection-Cape Town Harbour Fenders

Sue De Vanny - On Reflection-Cape Town Harbour Fenders - Detail_R

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La genesi di quest’opera è un po’ strana.
Lei stava trascorrendo un periodo di ferie in Sudafrica, e a Cape Town la sua camera d’albergo dava proprio sul Victoria and Albert harbour. Da eccellente fotografa qual’è ha catturato quell’immagine particolare, e poi a casa ha realizzato questa magnifica opera tessile.
Pensate, due settimane e mezza in Sudafrica, e delle centinaia di fotografie di paesaggi mozzafiato, di animali selvaggi in libertà, e di tutti quegli aspetti esotici che si possono incontrare dal Kruger Park fino a Capo di Buona Speranza, lei si è innamorata di quella foto lì.
Se volete sapere qualcosa di più, andate a guardavi questo filmato sottostante, e avrete modo di apprezzare meglio l’abilità di Sue.
Una cosa mi ha colpito nella clip, la frase con la quale lei ha confessato che mai avrebbe pensato di vincere un premio. Lei…
Questo atteggiamento dovrebbe far riflettere più di qualche quilter che conosco.

 

Nuno Silk Felting, così si chiama la tecnica utilizzata da Laurine Malengreau per quest’opera che, a parer mio, ci sarebbe stata benissimo al concorso “Sauvage” al posto di tigri, leoni, pantere, uccelli e uccellini.
Selvaggia è la composizione, e, senza essere troppo riconoscibile, richiama il pelo di qualche animale indomabile, anche se in verità il titolo fa riferimento al Fengshui.
Lei non si limita a composizioni limitate nelle dimensioni, bensì realizza anche opere di grande impatto in grado di coprire una parete intera, quindi si potrebbe dire che in Val d’Argent lei c’ha portato un piccolo assaggio della sua abilità.
Laurine Malengreau - Tiangan

Laurine Malengreau – Tiangan

 

Non solamente stoffa per quest’opera di Stephanie Shore, ma è stata utilizzata anche carta di riso, chiamata washi, ovviamente non quella alimentare degli involtini primavera.
Il ricercato gioco di trama e sovrapposizione sottolineato da un’efficace quiltatura di contorno non è completamente percepibile nella foto, perciò la soluzione rimane una e una soltanto: andare alle mostre.
Stephanie Shore - Through the Canopy 4_R

Stephanie Shore – Through the Canopy 4

 

Anche Caroline Higgs è una giramondo, e anche lei è attratta da soggetti improbabili e poco spettacolari di quanto gli capita di incrociare nei suoi viaggi.
Questa vecchia finestra l’ha notata passeggiando in un bosco attorno a Cherveux, un villaggio dell’Aquitania dove si trova un grande castello medievale che fu dei Lusignano (sì, proprio quelli delle Crociate), e non se l’è fatta scappare.
Caroline Higgs - Vestiges du passé

Caroline Higgs – Vestiges du passé

Caroline Higgs - Vestiges du passé - Detail_R

Dettaglio

 

Surya è una divinità induista che rappresenta l’equivalente indiano dell’Hḕlios greco, cioè il Sole, e proprio la parola nel centro  सूर्य sta in sanscrito per “La luce suprema” (non è che lo sapevo, ho cercato su Wikipedia).
Paula Rafferty - Surya

Paula Rafferty – Surya

Paula Rafferty - Surya_Detail

Dettaglio

Tutto questo sole mi viene buono per far luce su un non trascurabile dettaglio esecutivo che mi ha fatto (dolorosamente) notare il mio fotografo/sherpa/webmaster/guida/eccetera già qualche anno fa.
Nel patchwork, come suppongo anche in altri campi delle arti (manuali o meno), ci sono vari gradi di ortododossia.
Si parte da chi condanna l’uso di qualsiasi strumento che non siano le forbici e il filo, ovviamente per tagliare e ricucire esclusivamente della stoffa di recupero. Suppongo che tale integralismo arrivi a prediligere l’illuminazione domestica mediante un lume a petrolio.
Già la quiltatura a macchina è talvolta vista con sospetto, considerata troppo sbrigativa, o addirittura additata come scappatoia da una presunta incapacità manuale.
Per non parlare poi della contaminazione con materiali che non siano la stoffa, e l’assenza dei dogmatici tre strati, ovvero top, batting e backing.
A malincuore si è arrivati ad accettare la pittura su stoffa, considerandola, secondo me erroneamente, una forma d’arte più nobile del patchwork.
E va bene, panta rei diceva Eraclito, e quindi anche l’espressione artistica dovrebbe adeguarsi alla modernità, la quale richiede, direi addirittura che impone tempi più stretti dall’ideazione di un’opera alla sua completa realizzazione, e non vedo come anche noi potremmo sottarci a questa sfida. Però secondo me c’è chi si spinge troppo oltre, confidando forse nell’evidenza del risultato finale e nell’inesperienza di chi osserva.
Chi mi accompagna in questi viaggi è un bastardo di prima categoria, riesce sempre a scovare i difetti, le scopiazzature, i facili mezzucci che magari sfuggono a chi viene distratto dall’effetto scenico. Nel mio postIl cacciatore” descrivo bene la sua perfida abilità nel distruggere le illusioni con lo stesso cinismo di chi racconta a un bambino che Babbo Natale non esiste.
Bene, cioè male, nel senso che essendo lui un tecnico di larga esperienza, si era già accorto che alcune artiste utilizzavano il computer per digitalizzare un’immagine, poi applicavano una “tassellatura” cromatica con Photoshop o roba simile, oppure la utilizzavano così com’era, e infine la facevano riprodurre su stoffa mediante una stampante di grande formato, altrimenti nota come “plotter“, limitandosi a quiltarla, ovviamente a macchina, procedimento che è stato applicato anche per questo lavoro (invero bello).
Il fatto poi che lavori simili magari vengono pure premiati ai concorsi rende tutta al faccenda molto fastidiosa, e anche se il verbo “barare” è troppo forte, ingeneroso e fuori luogo, del resto in arte e in amore tutto è permesso (ah no, quella era la guerra, ma in fondo sono la stessa cosa), almeno riterrei opportuno che chi giudica un’opera dovrebbe possedere un pizzico di malizia.

 

Dopo aver visto per la prima volta un’opera di Wil Fritsma al PPM del 2019, l’ho ritrovata a Sainte-Croix-aux-Mines con la sua esposizione personale “Different Women”.
Il soggetto, non servirebbe precisarlo, è la donna, e l’inconfondibile forma femminile le è stata ispirata dalle opere di Josepha Brigette.
La silhouette è pressoché identica in questa serie di lavori, cambiano però i colori e la trama interna alla figura. Ne ricavo che lei intenda far passare il messaggio che se pure la società tenda a classificare le donne a seconda di come appaiono, vestono, lavorano e interagiscono, in realtà sono tutte differenti, e soprattutto differenti da come le si vorrebbe etichettare.
Wil Fritsma_R

Wil Fritsma

Oltre alle opere già note, lei ha portato in Val d’Argent una serie di figure più piccole, una sorta di diafane bamboline bidimensionali.

 

Dulcis in fundo, lasciate che vi mostri qualche opera di Renate Wilde.
Renate Wilde - Wasserfarbe_R

Renate Wilde – Wasserfarbe

Che dire? Sembra proprio di poterla toccare quell’acqua, anzi quasi si teme che essa esondi dal quadro e che ci porti via nel suo mondo misterioso e mutevole. Già se fosse una semplice fotografia sarebbe una stupenda immagine, da non potersi stancare mai di guardarla, ora provate a pensare che invece si tratta di stoffa e filo…
Sedetevi, è meglio, fidatevi.
Quando si vedono certe cose vien voglia di lasciar perdere tutto per dedicarsi a un’altra attività, a qualcosa che sia lontana anni luce dal mondo tessile.
Se ne stava lì quell’opera, in paziente attesa, quasi mimetizzandosi con la parete, pronta a catturare la sua preda.
Io che amo le “robe strane” ne ero la vittima predestinata. E infatti…
Renate Wilde - Kleines Strandstuck_R

Renate Wilde – Kleines Strandstuck

Renate Wilde - Kleines Strandstuck - Detail_R

Dettaglio

Pazzesco, non mi viene un altro aggettivo. Pareva proprio di stare sulla riva del mare, e se ve lo dico io che la conosco come un montanaro conosce gli aghi di pino e le pigne, potete credermi.
Ho preso coraggio e ho chiesto a Renate come aveva realizzato quell’opera. La sua risposta è stata estremante semplice: sbagliando e riprovando.
Proprio così, lei non può vantare un curriculum vitae fitto di corsi avanzati, sostegni artitistici di varia natura, insegnanti prestigiosi, master in giro per il mondo, lei è una che s’è fatta da sé, osservando, studiando, provando, sbagliando, imparando, ma guarda, proprio come me, solamente che al suo confronto vorrei sparire sottoterra tanto sono incapace.
Spero di non offendere nessuno se affermo che, almeno per me, questo è il più bel lavoro che ho visto nel 2021 in Val d’Argent.
Non è finita.
Andate in un bosco, in inverno, quando non si è distratti dalla visione di fiori e foglie, e poi alzate lo sguardo verso il cielo. Prima di arrivare a quello, alle nuvole e all’improbabile Sole, incontrerete i rami, una disodinata ragnatela che è la migliore testimone dell’immane sforzo che quelle piante hanno compiuto e continuamente compiono per arrivare alla luce.
Renate Wilde - Baumgefluster_R

Renate Wilde – Baumgefluster

Potrebbe darsi che quei rami vi raccontino qualcosa, o che magari il loro caparbio rifiuto di arrendersi al gelo invernale vi trasmetta la fiducia in una primavera che prima o poi ha da venire.
Giusto quella sensazione dovrebbe aver provato Renate, e allora lei ha voluto trasformare dei rami spogli in un messaggio di speranza, mimetizzando tra quelli alcuni versi di una poesia di Cornelia Elke Schray.

Hab Geduld
flüstert das Land
ich schlafe.

Finde Frieden
flüstert der Himmel
ich bin da.

Ich werde
wieder kommen
flüstert das Licht

Sii paziente
sussurra la terra
io sto dormendo.

Trova la pace
sussurra il cielo
io sono qui.

Io farò
ancora ritorno
sussurra la luce.

Ecco, trovo queste parole le più adatte per cercare di concludere questa carrellata di opere tessili.
Tornerà la luce, dobbiamo crederci. Perché io voglio tornare a Sitges, a Praga, a Strasburgo, a Labastide-Rouairoux, e andare in tutti quegli altri posti che ancora non ho visto, Beaujolais, Karlsruhe, Biarritz, Nantes, Madrid, ecc.
Forse vi sarete accorte che, rispetto alle edizioni precedenti, sono state inserite meno immagini, ma, come ho già precisato sopra, non è che le esposizioni fossero scarse o poco interessanti.È solamente colpa mia.
Anche se non ci provo nemmeno a giustificarmi, almeno tenterò di offrirvi una spiegazione plausibile (ma so già che sarà dura…).
Vi sarà capitato qualche volta di saltare il pranzo o qualcosa del genere, di trovarvi cioè con lo stomaco vuoto e un appetito assassino. Ebbene, potrebbe darsi che non vi ricordiate più cos’avete mangiato per saziarvi, anche se fosse stata una prelibatezza da tre stelle Michelin. Capita perché si aggredisce il cibo per fame, non per il gusto, e lo stesso succede per il vino o la birra quando si ha troppa sete.
Ebbene, dopo due anni di astinenza noi ci siamo trovati catapultati al Carrefour Européen du Patchwork, a sorpresa, perché fino a una settimana prima manco pensavamo d’andarci.
Anche il viaggio si è svolto in modalità “rapida”, rispetto ai nostri standard s’intende. Così in Alsazia ci siamo ubriacati di quell’evento, ed è già tanto se siamo riusciti a fare delle fotografie accettabili e a “leggere” le opere esposte quel tanto che serve per riportare i miei commenti su questo blog.
Sono più che certa di non aver fatto del mio meglio per documentare come si conviene questa edizione del Carrefour Européen du Patchwork, ma tutto sommato penso di avervi fornito una testimonianza di prima mano abbastanza partecipata, almeno quel tanto che dovrebbe bastare per indurvi a prendere su il trolley e venire in Alsazia nel 2022.
Se avremo fortuna, io ci sarò.
Qualche altra immagine delle mostre di quest’anno la trovate sulla mia pagina Flickr lastoffagiusta2021.
Per le immagini degli anni precedenti potete andare sulle pagine Flickr lastoffagiusta2019 e lastoffagiusta2013.
E ora, per chiudere, ancora qualche fotografia del nostro viaggio, perché non si vive di solo patchwork.
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Sélestat

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Fucsie (enormi…)

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Cité du Train – Mulhouse

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Lago di Costanza

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Lago di Costanza

Per chi avesse voglia di vedere ancora qualcosa, ci sarebbe questo breve filmato della nostra escursione alsaziana, compresa la puntatina alla Cité du Train di Mulhuse.
Badate, non aspettatevi chissaché, abbiamo montato un po’ alla garibaldina delle brevi clip girate con la macchina piccola, giusto per tentare di portarvi con noi in Val d’Argent, almeno per cinque minuti.
Buon divertimento (forse…)

 

Ringraziamenti
  • Il mio sherpa/guida/fotografo/webmaster/ecc. ancora una volta, sperabilmente non l’ultima.
  • Mariarosa, Gisella, Toni e Francesco, per averci portato, supportato e sopportato.
  • Giove Pluvio, per aver lavorato solamente quand’eravamo nel furgone.
  • Il commesso serbo de La Maison Alsacienne de Biscuiterie di Riquewhir, per il gentile omaggio.
  • La Brasserie “Le Central” di Sélestat, per l’insuperabile Edelweiss.
  • AstraZeneca, per il vaccino che c’ha consentito di tornare a viaggiare.
  • Il “Platzer’s Bäckerei & Cafe” di Freiburg im Breisgau, per il primo caffè del mattino.
  • Il Carrefour Européen du Patchwork, per la perfetta organizzazione.
  • Il ristorante “La Vieille Tour di Sélestat, per la cena da sibariti.
  • Il nostro “vecchio” Lumia con la sua app di navigazione “Here”, per trovare sempre la strada.
  • Qualcuna delle quilter, per aver speso del tempo con noi.
  • Il tempo, per non essere passato troppo velocemente.
  • La Dea Bendata, per essere rimasta sempre al nostro fianco.

 

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