To be, or not to be

Essere, o non essere, questo è il dilemma.
Ma chi sono?
Dicono che sia una quilter. Dicono…
Dicono che sia un’artista. Dicono…
Dicono che sia abbastanza brava. Dicono…
Io vi dico che non bisogna dar troppo credito alle parole della gente.
È vero, da vent’anni sono qui a tagliare e ricucire dei pezzi di stoffa o qualsiasi altro materiale che le forbici riescono a scorciare e l’ago a bucare. Questo basta per fare di me una quilter?
Dopo aver capito (male) come si assemblano dei poligoni più o meno regolari, più o meno esatti, ho smesso di farlo per inoltrarmi nella selva oscura e infida dell’espressione per l’espressione. Questo basta a fare di me un’artista?
Ho ricevuto la mia dose di complimenti (critiche mai, in questo ambiente non si fanno a viso aperto) e pure qualche riconoscimento ufficiale (leggi premio). Questo basta per farmi sentire brava?
Per tutte queste domande non ho una risposta e, come disse Rhett Butler a Rossella O’Hara, francamente me ne infischio.
Ammetto di non possedere il dono della precisione, ma in compenso ho ricevuto una dose abbondante di esitazioni. Più volte sono stata tentata di buttare la macchina di cucire nel fiume, specialmente dopo le fallimentari esperienze con i gruppi.
Tra le mie poche convinzioni, una delle più ferme è quella che non abbiamo nessun bisogno di correre dietro ai modelli d’oltreoceano. Di temi in grado di ispirarci ne abbiamo a iosa a casa nostra, e sarebbe il caso di farne tesoro. Un singolo esempio: tanto tempo fa, quando una ragazza di queste parti si sposava, era tradizione che lei portasse nella sua nuova casa tutto il corredo in una cassapanca nuziale, e le decorazioni di quello specifico oggetto erano caratteristiche per ogni paese, cosicché compii una ricerca in Italia e Slovenia intorno a questi antichi disegni e ne riportai più di qualcuno su stoffa. Risultato? Vox clamantis in deserto
I quattro punti cardinali mediante i quali mi oriento sono: recupero, contaminazione, condivisione e diavoleria.
Recupero, perché amo realizzare le mie opere con tessuti trovati qua e là, meglio se con una loro storia. Abiti smessi, campionari di varia provenienza, persino vecchi stivali sono le mie miniere.
Contaminazione, perché il suo contrario è la purezza, una stucchevole, sterile, antipatica purezza nella quale non mi riconosco. Non solamente cotone quindi, ma anche lana, seta, pizzo, pelle, organza, e tutto quanto riesco a scovare nei miei cassetti può diventare materia prima.
Condivisione, perchè credo nella trasmissione delle esperienze, e nonostante le delusioni patite non riesco a smettere di cercare una sponda. George Bernard Shaw così diceva: “Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela per uno. Ma se tu hai un’idea, ed io ho un’idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee.”
Diavoleria, perché su di me veglia sempre un diavolo che ha il compito di complicarmi la vita. Mano a mano che procedo con la realizzazione di un quilt o di un qualsiasi altro oggetto tessile, quel diavoletto mi suggerisce a tradimento nuove idee, sempre affascinanti, e a prima vista quelle sembrerebbero facili deviazioni di percorso, ma poi si rivelano come la via per infilarsi dentro spinosi e inestricabili gineprai.
Questo blog non è centrato su di me, bensì è una sorta di vetrina informativa su quanto ho la fortuna di vedere nelle esposizioni che riesco a visitare. Non sono molte, e sono quasi sempre le solite; del resto io non sono una giornalista, ma una semplice appassionata che con i limitati mezzi a sua disposizione è disposta a spendere del tempo per andare, vedere e descrivere. Vorrei sottolineare che i contenuti del blog non sono destinati unicamente alle quilter, anzi mi sarebbe di grande soddisfazione far comprendere a una persona digiuna di patchwork che c’è molto di più delle solite trapunte viste nei film americani, che il patchwork non è un’attività per far passare il tempo a casalinghe disperate, e non ha confini prestabiliti o modelli imposti, convincendola a guardare una stoffa non come semplice tessuto, bensì come fonte di elaborazione artistica. E poi, come si dice, “mal comune, mezzo gaudio”.
Va da sè che anch’io non sono esente da una certa dose di vanità, perciò se cercate bene riuscirete a trovare nel blog qualcosa sui miei lavori, però mi appello alla clemenza della corte.
Ancora una parola soltanto, i titoli di coda si potrebbe dire, cioè che per la redazione degli articoli affido le mie impressioni a Stelio come sceneggiatore e direttore della fotografia. Glielo devo.

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