BPM 2024 – One Step Beyond

BPM2024Eccoci qua, on stage again, a raccontarvi del nostro viaggio nella Repubblica Ceca e dei quilt che lì abbiamo visto.
Leggendo il titolo forse avrete avrete notato che l’acronimo della mostra ceca ora è BPM, ovvero Brno Patchwork Meeting, e non più PPM. Diciamo che Praga un po’ mi manca, e non solamente perché la trovo affascinante e complicata, ma anche perché lì ho scoperto tanti anni fa delle artiste che andavano cercando una loro via espressiva per staccarsi dalla scuola anglosassone e da quella francese. Oggi posso dire di aver visto lungo, e ammiro con soddisfazione le opere che le quilter ceche possono vantarsi di esporre le loro opere in tutto il mondo.
Come sempre il viaggio verso Brno è stato lento e complicato, e perciò piacevole. Partiti col sole, e già a Celje il bus procedeva tra i fiocchi di neve che scendevano copiosi, ma per fortuna l’esperienza ci aveva preparato a tutto. La prima tappa prevedeva una sosta a Vienna per una giornata di shopping. Badate bene, non sto parlando di vestiti, calzature e accessori, bensì di materiali e attrezzature per la calcografia e la pittura. Missione compiuta. Tutto ho trovato, e anche di più, e ora so dove andare quando mi servirà qualcosa che qua manco sanno che esiste. Già che eravamo lì abbiamo visitato il Wien Museum in Karlsplatz, appena riaperto da qualche mese, dove all’ultimo piano le pareti erano tappezzate di mirabili incisioni della Vienna del ‘600 e non solo.
Salutata Vienna abbiamo preso un autobus diretto in Moravia, e abbiamo ritrovato la stessa Brno dello scorso anno, con i suoi pregi e i suoi difetti. Stavolta però, terminati i nostri doveri di cronaca, abbiamo deciso noleggiare un’automobile per concederci qualche gita fuori città. Di questa puntatina in Moravia potrete trovare delle immagini nel postNon solamente Brno”, dal blog ultimelune.it del mio webmaster / fotografo / agenzia turistica / sherpa / ecc.
Ma immagino che voi siate qui per il patchwork, e che tutta questa menata del viaggio vi lasci abbastanza indifferenti, perciò eccomi pronta a soddisfare la vostra curiosità.
Innanzitutto il titolo “BPM 2024 – One Step Beyond”.
Dice tutto, dice che siamo a Brno, e dice che l’edizione del 2024 è stato un apprezzabile passo in avanti, un passo oltre gli standard che già conoscevamo, nella quantità e soprattutto nella qualità, e ciò grazie alla tenacia e alla professionalità di Jana Štěrbová, da sempre deus ex machina della manifestazione ceca, e alla dedizione di tutte le persone impegnate a mantenere in evidenza una mostra che si confronta con altre che godono di ben altro supporto mediatico.
Mi si permetta un pizzico di vanità se racconto che a Brno ho incontrato un folto gruppo di quilter di Bassano del Grappa, giunte lì anche grazie alla curiosità scaturita dai miei report delle mostre di Praga e di Brno.
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Inizierei con un doppio omaggio, uno alla Moravia che ospita la mostra, e un altro all’artista morava che dà una mirabile rappresentazione del suo paese.
Sto parlando di Jaroslava Grycová, la quale con la tecnica “confetti” realizza dei quadri degni di una pinacoteca. Quest’anno lei ci ha portato delle suggestive immagini dei boschi che si trovano sui monti Jeseníky, la più grande catena montuosa della Moravia-Slesia. Si tratta di un’area paesaggistica protetta (dal 1969), dove regnano l’abete rosso, il faggio, l’acero, la betulla e il sorbo.

Si dice che tra i monti Jeseníky si possa respirare l’aria più pulita di tutta l’Europa Centrale, e se l’aria non vi basta c’è pure l’acqua, alle terme Priessnitz di Gräfenberg, il centro dove un semplice contadino, Vincent Preissnitz appunto, attorno al 1820 gettò le basi dell’idroterapia, la stessa alla quale si sarebbe ispirato trent’anni dopo il più famoso Sebastian Kneipp (sì, è quello del malto Kneipp). In capo a pochi anni a Gräfenberg sorse uno stabilimento termale dove arrivarono a curarsi anche personaggi famosi, come lo scrittore Nikolai Gogol, l’arciduca d’Austria Anton Victor e il reggente dell’impero austriaco Franz Karl, tanto per fare dei nomi.
Ecco allora che Jaroslava Grycová, oltre a deliziarci con le sue bellissime opere, ci offre una buona scusa per fare un giretto nella sua Moravia. Cosa chiedere di più?
Jaroslava Grycová – Jeseníky in autumn

Jaroslava Grycová – Jeseníky in autumn

Jaroslava Grycová – Johann Shrot Trail-Jeseníky Mountains - 01

Jaroslava Grycová – Johann Shrot Trail-Jeseníky Mountains

Certamente conoscerete i marchi famosi come Pfaff, Brother, Bernina, Janome, Juki, perché sono quelli che sempre tornano in associazione ai nomi delle quilter di maggior successo, e in più oggi si assiste all’arrivo di macchine da cucire sempre più tecnologiche, elettroniche, computerizzate, fantascientifiche, quando invece Jaroslava riesce a creare i suoi quadri tessili con una semplice Lada a pedali, e ciò conferma un antico detto in uso dalle mie parti: “no conta el penel, conta el soramanigo”.
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E ora, con la coerenza che sempre mi contraddistingue, da un gradevole stile che si avvicina al pittorico luminismo passiamo a un più complesso astrattismo, lo stile che cerca di dare forma visuale ad  aspetti non immediatamente percepibili, come per esempio le emozioni.
Karen Rips ha inteso rappresentare una aspetto della vita della donna ancora troppe volte sottovalutato, ovvero la depressione perinatale.
Karen Rips – Perinatal Depression

Karen Rips – Perinatal Depression

Come in ogni opera astratta, l’artista suggerisce e chi osserva interpreta. Qui viene mirabilmente rappresentato il senso di solitudine che attanaglia la donna prima e dopo il parto, e le infinite preoccupazioni, la catena di problemi fisici, sociali, affettivi, tutti aspetti connessi che generano quel velo nero tra lei e il mondo esterno, quest’ultimo abbastanza freddo come il colore blu acciaio che ha scelto, un mondo che della sua sofferenza psichica afferra ben poco, solamente quella punta dell’iceberg.
Quest’opera fa parte del progetto “Minimalism” che troverete descritto in seguito.

 

Già nel 2022 riimasi colpita dal patchwork di un artista tedesco a me ignoto. Si trattava di “Between the Worlds” di Jochen Hüttermann. Confesso che fui attratta dalla forza espressiva dell’opera, s’imponeva alla vista, ma sul momento rinunciai a cercare cosa si celasse dietro (o dentro) quei due centri gravitazionali (due Soli?) che sembravano voler distruggere fa figura centrale.
Oggi, scavando più a fondo e vedendo un’altra sua opera, penso di aver intuito quali sono le spinte emozionali che inducono l’artista a rappresentazioni per certi versi drammatiche. 
Jochen Hüttemann - Inside-Outlook-Perspective

Jochen Hüttemann – Inside-Outlook-Perspective

Jochen Hüttemann - Inside-Outlook-Perspective - Detail

Jochen Hüttemann – Inside-Outlook-Perspective – Detail

Per decenni Jochen Hüttermann si è interessato di terapia occupazionale, e suppongo che inevitabilmente abbia sviluppato una certa empatia, o perlomeno una sensibilità verso chi aveva bisogno del suo sostegno.
Osservate l’opera qui sopra, è una rappresentazione simbolica del mondo col quale ha condiviso dialoghi, problemi, speranze, diverbi, delusioni, passioni e successi. Guardate quei volti, sono tutti di fronte, come quelli delle persone che a lui si rivolgono, sono le finestre di un edificio sociale che inquadra e separa, finestre chiuse, finestre aperte, finestre vuote, finestre sbarrate da un’inferriata.
E poi il titolo, un capolavoro: “Inside-Outlook-Perspective”, prospettiva di una previsione, una mentalità, una visione (outlook) interna, in un mondo piatto che offre ben poche prospettive.
Se potessi associare un pezzo musicale a quest’opera sceglierei senz’altro “I Talk to the Wind” dei King Crimson.

 

Magari a prima vista potrebbe sfuggirvi un dettaglio di quest’opera, e allora eccomi qui a farvelo notare.
Vor einem großen Walde wohnte ein armer Holzhacker mit seiner Frau und seinen zwei Kindern; das Bübchen hieß Hänsel und Gretel…
Si tratta delle prime righe di una fiaba molto popolare scritta dai fratelli Grimm: “
Hänsel e Gretel”.
Gabi Fisher – Hänsel and Gretel

Gabi Fisher – Hänsel and Gretel

Gabi Fisher – Hänsel and Gretel - Detail

Gabi Fisher – Hänsel and Gretel – Detail

Devo dire che finora conoscevo solamente i lavori che Gabi Fisher aveva realizzato con il gruppo SnipSISter, assieme a Gonhild Murmann e Eva Wöhrl, ed erano centrati sulla figura femminile, perciò questo richiamo alle sue fantasie d’infanzia mi ha sorpreso, come pure sono rimasta piacevolmente stupita dalla sua scelta di sovrapporre il testo della fiaba al quilt di fondo, ma non sperate che io vi riveli come c’è riuscita :-)
Quest’opera fa parte di un suo progetto teso a dare forma tessile alle fiabe che ancora le sono care, principalmente quelle dei fratelli Grimm, rappresentate con un una rilettura più adatta ai tempi e all’età.
Il quilt sottostante al testo raffigura una foresta, per un certo verso aperta e amena all’imbocco, che però si fa più fitta e minacciosa quando ci si inoltra al suo interno. Si tratta della foresta dove Hänsel und Gretel vengono abbandonati dal padre e dalla matrigna, perché essi non sono in grado di sfamarli a causa del periodo di carestia, pur essendo consapevoli che così facendo li esporranno a pericoli mortali.
Per Gabi questa scelta è troppo simile a quella imposta a chi accetta far partire i figli verso il cosiddetto “Primo Mondo” perché nel loro paese imperano carestia e disperazione, e quel viaggio non è meno irto di pericoli mortali di quanto non lo sia la foresta della fiaba, compreso il miraggio di una vita più facile e colma di tutto, proprio come la casa della strega, allettante nell’aspetto ma illusoria nel messaggio e crudele nella sostanza.

 

Un concetto simile viene espresso da Angela Minaudo, con la sua opera che è stata premiata al Carrefour Européen du Patchwork.
Troppe volte capita di passare oltre, di girarsi dall’altra parte, di far finta di non vedere, persino di provare fastidio, quando qualcosa o qualcuno ci ricorda che in fondo godiamo di alcuni privilegi, meritati o meno.
Pur nella sua relativa opulenza, la società divide le persone in due categorie, ossia gli “integrati”, i quali in varia misura sfruttano i vantaggi a loro offerti (anche se sono persone perennemente insoddisfatte), e i “disintegrati”, coloro che, come dice il prefisso “dis”, non si integrano perché non trovano una collocazione accettabile (per indole, per sfortuna, per inadeguatezza). Alla fine gli ultimi diventano anche invisibili, in quanto non solamente vengono tenuti ai margini, ma per garantire la nostra pace sociale e psicologica vengono distrutti socialmente, disintegrati appunto. Devono “sparire”.
Angela Minaudo - Invisibile

Angela Minaudo – Invisibile

Se Angela ha trovato l’ispirazione per quest’opera che in quello che purtroppo capita di scorgere tutti i giorni, la chiave sta all’interno della canzone “Gli invisibili” di Ermal Meta, nelle seguenti parole del testo “Siamo gli ultimi, ci vedi sullo sfondo, siamo gli invisibili che salveranno il mondo“.

 

Già che siamo di strada, mi va di proporvi un’altra opera presentata in Val d’Argent. Si tratta della riproduzione con la stoffa di un’opera di Yulia Brodskaya.
Isabel Muñoz – Native Woman

Isabel Muñoz – Native Woman

Di Isabel Muñoz ricordo ancora bene quel fantastico volto di Bruja Piruja quasi totalmente in bianco e nero che presentò nel 2022, e qui dimostra (ma non ce n’era bisogno) che se la cava benissimo anche col colore.
Lei dichiara di aver scelto di riprodurre quell’opera perché era rimasta affascinata dallo sguardo profondo e sicuro di quella donna. lo sguardo fiero di chi conosce il valore del suo passato e lo affida alle generazioni che verranno.
Permettetemi due parole su Yulia Brodskaya, un’artista nativa di Mosca ma residente da anni nel Regno Unito. Lei ha trovato con successo nuove forme espressive per il quilling, raggiungendo vette artistiche degne di un museo d’arte moderna. Se vi interessa vedere di cosa è capace, questo è il sito web di Yulia Brodskaya.
 
Curiosa, questo è l’aggettivo che mi va di utilizzare per un’opera che è bi/tridimensionale. Bidimensionale perchè in buona sostanza tutti gli elementi lo sono, e tridimensionale perché il loro assemblaggio li stacca dal piano per offrire un nuovo modo di vedere il patchwork
20 Perspectives Group Work – Celebration of Color

20 Perspectives Group Work – Celebration of Color

20 Perspectives Group Work – Celebration of Color - Detail

20 Perspectives Group Work – Celebration of Color – Detail

Si tratta di una realizzazione dell’associazione 20 Perspectives Group Work, che unisce le abilità di venti quilter che sono riuscite ad abbattere le distanze geografiche e stilistiche. Provenienti da dieci paesi diversi,  hanno composto un interssante quilt nel quale si manifestano i rispettivi leitmotiv, e i colori sono stati accostati con raro gusto. Andate sul loro sito web e provate a riconoscere le artiste in quella festa cromatica.

 

Per affinità geometrica, ecco un’altra opera abbastanza inconsueta e sicuramente affascinante come questo coloratissimo paravento realizzato dalla polacca Sylwia Ignatowska.
Sylwia Ignatowska - Szalony Parawan

Sylwia Ignatowska – Szalony Parawan

Mi chiedo se tutti questi colori siano quelli che lei ritrova nei fiori in primavera e in estate, sulle rive dei fiumi o nei parchi naturali della sua regione, la Precarpazia.

 

Negli spazi dedicati a Sylwia Ignatowska erano esposte altre opere di grande impatto visivo, nonché di notevole fattura, e alcune sono presenti nel mio spazio Flickr. Non sapendo decidermi su quale inserire qui, avrei scelto quella per me più atipica e per certi versi forse più riconducibile all’artista.
Sylwia Ignatowska – Pierwszy Śnieg

Sylwia Ignatowska – Pierwszy Śnieg

Sylwia Ignatowska – Pierwszy Śnieg - Detail

Sylwia Ignatowska – Pierwszy Śnieg – Detail

“Pierwszy Śnieg”, ovvero “La prima neve”.
Nel paese di Sylwia la neve arriva già in autunno, quando ancora le piante rifiutano di arrendersi al gelo che avanza e conservano sui rami i ricordi estivi sotto forma di rade foglie ingiallite. Io m’immagino un tramonto, le fronde in controluce, e i primi fiocchi che scendono, lenti, senza vento, senza fretta. Tutto allora diventa incerto, ambiguo, possibile, trascendente.
Il valore aggiunto di quest’opera è che l’artista ha lavorato per sottrazione, ottenendo le zone più luminose dallo schiarimento di una pezza di lino nero, un metodo che assomiglia, ma con direzione inversa, a quello di una preziosa acquaforte. Ciò che nella calcografia si ottiene con vernici bituminose e acidi corrosivi qui è stato ottenuto con le foglie del suo giardino e della candeggina. Una quiltatura molto curata ha fatto il resto.
Sono grata a Sylwia per aver illustrato passo-passo sul suo sito web l’originale procedimento da lei seguito. Non capita spesso.
Sylwia Ignatowska - Logo

Sylwia Ignatowska – Logo

 

Ospite d’onore di questa edizione del BPM era l’Austria, che si presentava così, con questa contaminazione di patchwork e abito tradizionale.
Dscn3735L’associazione Patchwork Gilde Austria organizza la sue esposizioni ogni volta in una regione diversa. Una delle più interessanti che ho avuto la fortuna di vedere si è svolta a Friesach nel 2015, anche grazie a una collocazione molto suggestiva. Quest’anno niente show, tutto è rimandato al 2025, a Wiener Neustadt.
Ecco un quilt molto gradevole, senza esperimenti, significati nascosti ed effetti speciali, solamente una stradina, alcune antiche abitazioni e delle fronde ombrose. Par quasi di udire il il fruscio delle foglie mosse da una leggera brezza.
Rilassante
Edith Peitl – Kellergasse

Edith Peitl – Kellergasse

Edith Peitl – Kellergasse - Detail

Edith Peitl – Kellergasse – Detail

Kellergasse sta per vicolo delle cantine, e si tratta di una situazione tipica di alcuni villaggi della Bassa Austria, più precisamente una zona riccha di vigneti denominata Weinviertel. In realtà non si tratta di una collocazione geografica definita da confini, bensì di un assieme di piccoli vigneti che si estendono a macchia di leopardo dal confine con la Cechia fino alla Slovacchia.
Per fare un esempio, uno dei vini tipici è denominato Brünnerstraßler, perché veniva ricavato da vigne presenti lungo la strada da Vienna a Brno. Oggi il vitigno che va per la maggiore è il Grüner Veltliner, ma non mancano vini più noti come il Riesling, il Müller-Thurgau e il Muskateller.
Non so quale sia la strada riportata su stoffa da Edith Peitl, ma sono sicura che se c’è andata avrà passato una splendida giornata (a meno che sia astemia…).
Weinviertel - topographische Karte

Dal sito web guidavino.wein.plus

Bene, ora che ho la mappa so dove andare al prossima volta che mi trovo a Vienna. Se volete, ci vediamo lì.
Sempre grazie a Edith Peitl non ho potuto fare a meno di soffermarmi davanti a questo angolino di mondo, giusto qualche albero, un sentierino appena tracciato, una panchina e un piccolo fiume per far scorrere il grande fiume dei nostri sogni infantili.
I bei ricordi spesso sono ingannatori, ma aiutano a sopportare la vita, e se lei tornasse a sedersi su quella panchina non so se ritroverebbe la bambina che era, forse si sentirebbe più vicina a Siddharta, e tutto sommato non sarebbe neanche male.
Edith Peitl – Childhood Memory

Edith Peitl – Childhood Memory

Edith Peitl – Childhood Memory - Detail

Edith Peitl – Childhood Memory – Detail

Di lei mi piace molto la sua filosofia di riutilizzo dei materiali, lo spirito autentico del patchwork. Troppo facile infatti procacciarsi bellissimi batik, stoffe disegnate, kit di colori cromaticamente assiemati, elementi tipici del mood consumistico “tutto e subito” dove basta pagare.

 

In occasione del Quilt Fest 2023, le artiste austriache hanno presentato una serie di opere a tema, un tema in verità abbastanza perticolare: il gruccione.
Ecco il suo caratteristico verso che ho pescato sul sito di carrozzadergambini.it.
Si tratta di un piccolo e varipinto uccello che a causa del riscaldamento globale si sta spostando sempre più verso Nord, quindi da un po’ è presente anche in Austria. Tra le caratteristiche di questo volatile andrebbe notato che la femmina che il maschio sfoggiano pressoché gli stessi colori.
Edeltraud Girlinger - Birdland

Edeltraud Girlinger – Birdland

Irene Prendinger – Flucht vor dem Bienemfresser

Irene Prendinger – Flucht vor dem Bienemfresser

Claudia Kreindl – The unexpected poise of a bee eater

Claudia Kreindl – The unexpected poise of a bee eater

 

Chiuderei questo capitolo dedicato all’Austria passando dall’aria all’acqua, ovvero dagli uccelli ai pesci.
Roswitha Schmit – School of Fish

Roswitha Schmit – School of Fish

Roswitha Schmit – School of Fish - Detail

Roswitha Schmit – School of Fish – Detail

A Roswitha questo tema riesce benissimo. Già presenti in un suo bel miniquilt, i pesci raffigurati in quest’opera più grande trovano il giusto spazio e la visibilità che meritano. Notevole l’equilibrio cromatico tra il rosso e l’azzurro, dove il primo non si perde ma nemmeno s’impone alla vista, e il secondo che accoglie senza risultare dominante. Complimenti.
Rimane da stabilire il programma di studi di quei pesci…

 

Attraversiamo il confine e torniamo in Cechia.
La storica associazione Bohemia Patchwork Club sviluppa progetti sempre interessanti e mai banali. L’anno scorso presentò a Brno una serie di opere che avevano per tema le finestre delle sinagoghe presenti nella Repubblica Ceca. Nel 2023 si sono dedicate al barocco, in occasione del tricentenario della morte dell’architetto Jan Blažej Santini-Aichel, nato nel 1677 e nipote di Antonin Aichel, un muratore originario di Roveredo che si era spostato a Praga attorno al 1630. Dal padre, abile scalpellino, egli imparò i segreti della lavorazione della pietra, e nonostante un grave handicap fisico (una parte del corpo era paralizzata fin dalla nascita) si recò a Roma per studiare i maestri italiani, principalmente il Borromini. Tornato in Boemia iniziò la sua carriera di architetto, proponendo lo stile gotico-barocco che costraddistingue molte costruzioni ceche.
Appena venticinquenne fu incaricato della ricostruzione della chiesa di Nostra Signora di Sedlec, la quale era andata semidistrutta durante le guerre hussite, proseguendo la sua breve ma intensa attività fino al suo ultimo capolavoro, il s
antuario di San Giovanni Nepomuceno, un edificio originale dove predomina il simbolismo e la numerologia.
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Chiesa di Nostra Signora di Sedlec. Da: tourismato.cz

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Santuario di San Giovanni Nepomuceno. Foto di Anna Prokopová

Le quilter boeme hanno realizzato quindi delle opere dove viene rappresentato questo stile architettonico, presentandole in una mostra nel quartiere barocco di Skalka, e da lì in altre esposizioni della Repubblica Ceca, BPM compreso, ovviamente.
Magari vi stavate aspettando una serie di cupole, colonne, vetrate, statue, eccetera, e invece io vi propongo un’opera di Alena Vave Zemanová che interpreta in maniera molto personale e apprezzabile il tema della mostra.
Alena Vave Zemanová – Schody do nebe

Alena Vave Zemanová – Schody do nebe

Alena Vave Zemanová – Schody do nebe - Detail

Alena Vave Zemanová – Schody do nebe – Detail

“Schody do nebe” significa “Scala verso il cielo”, e questo può essere inteso come il Paradiso. Nulla a che fare con la “Stairway to Heaven” dei Led Zeppelin, si tratta invece della rappresentazione dell’altissima scala a chiocciola autoportante che si trova nella  chiesa di Nostra Signora di Sedlec.
Poteva forse mancare Romana Černá al BPM? Ovviamente no.
Romana Černá - Mikuláš

Romana Černá – Mikuláš

Se andate a Praga, in Malostranské náměstí, sopra i tetti degli edifici ottocenteschi potrete vedere come su tutto domina la cupola della chiesa di S. Nicola (S. Mikuláš), la chiesa barocca più famosa della città. La sua costruzione durò un intero secolo, tanto che gli elementi più recenti come il campanile sono già in stile rococò.
Qui Romana è tornata alle sue tinte tradizionali, il verde e l’azzurro, volendo forse richiamare i colori della cupola in bronzo e rame.

Come ogni anno era presente una sezione dedicata al patchwork tradizionale, e come sempre, pur non provando più un particolare trasporto verso questa tecnica compositiva, mi capita di provare un moto di ammirazione verso qualche quilter che dà prova di particolari abilità e gusto sopraffino.
È il caso di Danuše Březinová, la quale ha portato a Brno un patchwork di grandi dimensioni, quiltato perfettamente, e che aveva degli elementi particolarmente interessanti, come gli inserti in merletto e alcune stelle crazy a cinque punte, queste ultime molto complesse da realizzare e quantomai rare.
Danuše Březinová – Rub Al Khali

Danuše Březinová – Rub Al Khali

Danuše Březinová – Rub Al Khali - Detail

Danuše Březinová – Rub Al Khali – Detail

Col nome “Rub Al Khali” viene identificato il grande deserto sabbioso che si trova nella parte meridionale della penisola arabica, e significa letteralmente “Il quarto vuoto”.
Immagino che qui l’artista abbia voluto utilizzare tutte le sfumature di quella distesa sabbiosa, sulla quale piove senza tregua l’accecante luce dell’implacabile Sole al centro. 
 
Non è la prima volta che Milena Kankrlíková appare in questo blog. Già nel 2019 (eh, bei tempi…) ebbi modo di ammirare un’interpretazione molto personale del Dresden Plate, un patchwork dove la scelta dei motivi delle stoffe utilizzate era stata particolarmente ricercata, un’attenzione che ho ritrovato solamente nelle opere di Gabrielle Paquin.
Milena Kankrlíková - 8015 Pieces

Milena Kankrlíková – 8015 Pieces

Milena Kankrlíková - 8015 Pieces - Detail

Milena Kankrlíková – 8015 Pieces – Detail

Vi lascio indovinare cosa significhi il titolo. Io comunque i pezzi non li ho contati, le credo sulla parola. In questo caso il blocco pineapple è stato utilizzato nella maniera più tradizionale possibile, però con una scelta cromatica che dona al suo patchwork una seconda giovinezza.

Volete sapere come si chiama lo stile di Eva Bovoli? Semplice, si chiama “Eva Bovoli”.
La si potrebbe definire come la quilter di due mondi. Infatti le sue origini boeme, il suo background culturale e artistico si è spesso confrontato con quello dell’Italia, il paese nel quale si è trovata a vivere per un lungo periodo, e dove medita di sistemarsi al caldo sole del Sud.
Questo pendolo tra due mondi le ha permesso di sviluppare una sua visione del patchwork, informale e raffinata, attenta alle sue tradizioni ma aperta alle contaminazioni. Fin da quando mi ricordo (era il 2011) non ha mai smesso di stupirmi, senza effetti speciali e nemmeno fughe in avanti, semplicemente lavorando con il massimo dalla libertà che la stoffa e il colore concedevano.
Quella libertà era anche frutto della sua scarsa propensione all’esibizionismo, non avendo come obiettivo l’applauso, il consenso, il premio, il successo mondano. Tutto girava e ancora gira attorno al Sole della fantasia che illumina le sue opere tessili.
Eva Bovoli – Ginger Bread House

Eva Bovoli – Ginger Bread House

Eva Bovoli – Ring Original

Eva Bovoli – Ring Original

Eva Bovoli – Ring Original - Detail

Eva Bovoli – Ring Original – Detail

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Eva Bovoli – Trousse

 

“Tutte le strade portano a Roma”, questo è un detto che risale al Medioevo, con un doppio significato. Il primo e più evidente è che in quell’epoca le uniche strade della penisola italica ancora in buono stato erano quelle tracciate mille anni prima, quando Roma era la capitale di un vasto impero, il resto erano sentieri e carrarecce dal tracciato incerto.
La seconda chiave di lettura la si deve alla presenza del Papa a Roma, perciò in un epoca durante la quale la religione cattolica aveva l’ultima parola su tutto e tutti, Roma costituiva la cerniera di tutta la politica dinastica continentale, e tutto faceva capo sulle rive del Tevere. 
Marta Moran Poza – Todos los caminos llevan s Roma “La Olmeda”

Marta Moran Poza – Todos los caminos llevan s Roma “La Olmeda”

Marta Moran Poza – Todos los caminos llevan s Roma “La Olmeda” - Detail

Marta Moran Poza – Todos los caminos llevan s Roma “La Olmeda” – Detail

Marta Moran Poza vive a Saldaña, una cittadina della nella Comunità autonoma di Castilla y León, e a pochi chilometri da casa sua si trova il sito archeologica della villa romana “La Olmeda”, i cui resti risalgono al IV secolo. Il sito (coperto) si sviluppa su 4400m2, con ben 1400m2 di mosaici, considerati i più preziosi di tutta la Spagna.
Direi quindi che i percorsi del blocco “Volo d’oche” sullo sfondo crazy simboleggiano appunto quelle strade, magari non più fisicamente presenti ma storicamente incancellabili.

 

Tra le associazioni presenti a Brno, la più famosa è certamente lo Studio Art Quilt Associates, più noto come SAQA, che quest’anno ha portato una serie di opere facenti parte del progetto “Minimalism”.
Lo stile minimalista è nato negli USA a metà degli anni ’60, come movimento estetico che si opponeva all’opulenza del consumismo, il quale si riverberava anche nell’arredamento e nelle convenzioni sociali. Il motto “Less is more” naque proprio in quel periodo. La “Minimal Art” consisteva nella riduzione del tutto all’essenza, agli elementi base necessari alla definizione di un dipinto, una stanza, un testo, un gesto.
Connie Rohman – Here and Now

Connie Rohman – Here and Now

Lo so che sembra difficile da comprendere il senso di questo quilt, ma in buona sostanza si tratta di una sorta di Carpe Diem tradotto artisticamente in inglese.
Il senso del minismalismo sta nel inserire il messaggio col mior numero possibile di elementi, e qui le parole “Here and Now” si nascondono nel pannello, sono intrecciate, sovrapposte, stravolte, ma il concetto è  inequivocabile, tutto esiste solamente qui e ora, azioni, pensieri, ricordi, parole, e noi dovremmo sottometterci a tale limitazione istantanea se desideriamo vivere pienamente la vita.
Più minimalista di così si muore…
Jill Kerttula – Spring Emerges in the Midwest Fields

Jill Kerttula – Spring Emerges in the Midwest Fields

Jill Kerttula – Spring Emerges in the Midwest Fields - Detail

Jill Kerttula – Spring Emerges in the Midwest Fields – Detail

A prima vista sembrerebbe un semplice lavoro bicolore, un elementare esercizio cromatico, ma, uno, semplice non è perché ci vuole una certa abilità per realizzare quella fitta quiltatura senza che la trapunta perda la planarità e si deformi, e due, ci porta in un luogo per noi lontanissimo e per certi versi alieno.
Nel nostro continente, a meno che non ci si rechi in mare o in qualche landa remota della Finlandia, è difficile trovare uno spazio dove l’orizzonte è lontanissimo e non spezzato da elementi verticali, un edificio o un albero per esempio.
Il Midwest è diverso, e non di rado si incontrano distese di campi coltivati che si allargano per miglia e miglia senza soluzione di continuità. È probabile che l’artista abbia incontrato questa distesa nevosa in una frizzante giornata primaverile, e che abbia inteso dare l’idea di uno spazio sconfinato e della promessa di una prossima primavera.

La quiltatura orizzontale ha due scopi, sul cielo quello di dare profondità, sul bianco quello di richiamare i solchi della precedenta aratura.

 

Perdonatemi, ma tra tutte le splendide opere della collezione “Minimalism” questa è la mia preferita. Non solamente per la forma inconsueta, ma anche per gli effetti di chiaro-scuro ottenuti mediante una sapiente composizione degli elementi in stoffa denim, e per di più riciclata.
Beth and Trevor Reid – The Voice of Water

Beth and Trevor Reid – The Voice of Water

Questi due artisti vivono nella torrida Australia, perciò l’acqua lì è utilizzata con parsimonia. Quando una costruzione utilizza quel prezioso elemento come parte caratterizzante del design si tratta sicuramente di un edificio di alto valore sociale e architettonico.
In questo caso Beth and Trevor Reid hanno voluto raffigurare la “scultura d’acqua” che si trova di fronte alla sede dell’Alta Corte d’Australia, a Camberra. L’ho cercata in internet, e ho scoperto che si tratta di una sorta di scalinata lunga decine di metri sulla quale l’acqua scende saltando da gradini inclinati, proprio come nel quilt, e le diverse intensità di colore richiamano le trasparenze e i riflessi.

 

Saprete già come la penso sui concorsi, perciò da tempo ho smesso di citare premi e vincitori, non per questo motivo però troverei logico non inserire le immagini di alcune opere che reputo interessanti.
Devo dire in questa edizione del BPM è stato proposto un tema molto originale, sto parlando di “Zero Waste”, per il quale si richiedeva l’esecuzione di un quilt che utilizzasse materiali di recupero alternativi alla stoffa. Mi è parso subito molto intrigante (e non solo a me…).
Era il 2012 quando a Vicenza ammirai per la prima volta un’opera di Uta Lenk, e poi nel 2019 a Praga rimasi molto colpita dal messaggio (purtroppo ancora attuale) del suo pregevolissimo patchworkMediterranean Blood Count“.
Uta Lenk – Seeing red

Uta Lenk – Seeing red

Uta Lenk – Seeing red - Detail

Uta Lenk – Seeing red – Detail

Per realizzare “Seeing Red” Uta Lenk ha utilizzato solamente degli avanzi, un po’ da tutte le parti, dai suoi lavori precedenti, da scampoli di biancheria, da ricami del progetto Guldusi (Deutsch-Afghanische Initiative) e altro ancora. e infine ha raccolto per mesi i tappi copriago delle siringe per dialisi per comporre quei due percorsi.
La traduzione italiana del titolo è “Vedo rosso”, e da noi si usa dire cosi quando è impossibile contenere l’ira, quindi in senso figurato si carica come un toro alla corrida. Non so se anche Uta Lenk sia stata ispirata dalla collera, vero è che di questi tempi è difficile restare imperturbabili, perciò si oscilla tra furore e depressione.

 

Le quilter ungheresi del gruppo Modern Movement sono apparse più volte in questo blog, a cominciare dall’artista più nota, ossia Eszter Bornemisza. Se date un’occhiata a qualche post precedente e cercate qualcuna di loro potrete rendevi conto dell’alto livello che hanno raggiunto, nonché del loro eclettismo.
Magdolna Acélosné Solymár – The potato net’s new life

Magdolna Acélosné Solymár – The potato net’s new life

Magdolna Acélosné Solymár – The potato net’s new life - Detail

Magdolna Acélosné Solymár – The potato net’s new life – Detail

Lo so che ormai imperano gli shopper in plastica, le confezioni monouso e monoporzione, gli involucri altisonanti di marchi televisivamente imposti, e quasi solamente fuori città si usano ancora le sporte riutilizzabili e simili. Forse anche nel paese di Magdolna Acélosné Solymár resistono le borse in rete per le arance, le patate, i limoni e poco altro.
Come che sia, lei ha trovato il modo di riutilzzale per ottenere un’opera originale di grande effetto, offendo una nuova vita a degli oggetti che in genere contribuiscono invece a far crescere il volume dell’immondizia da eliminare.
Complimenti.

 

Tra i parametri del concorso c’era quello di utilizzare dei materiali che in genere sono considerati degli “scarti”. Dunque, quando vi capita di mangiare una caramella magari è necessario togliere l’involucro esterno, in parole povere si scarta la caramella. Ma contrariamente a quanto si potrebbe intendere letteralmente, non è la caramella lo “scarto”, bensì quel fazzolettino di carta o di plastica. Nel quilt sottostante quegli originali scarti compongono la cornice esterna e le zone di trencadis.
Stelio Vascotto - La dolce vita

Stelio Vascotto – La dolce vita

Stelio Vascotto - La dolce vita - Detail

Stelio Vascotto – La dolce vita – Detail

Badate che sarebbe troppo facile restringere il tutto a un collegamento diretto tra l’aggettivo “dolce” e lo zucchero delle caramelle e dei cioccolatini. La faccenda è un tantino più complessa.
Innanzitutto i materiali, sicuramente alternativi. Il top è in Evolon, sul quale è stato dipinta a mano con l’acrilico la locandina di quel famoso film. Per iI batting è stato utilizzato del vello in lana grezza, quello col quale si avvolgono le piante del giardino affinché non gelino in inverno. Anche il backing è in Evolon.
E adesso torniamo al film, che è la vera chiave di lettura di quest’opera. Rimando chi non l’avesse visto alla pagina relativa su Wikipedia. In poche parole, gran parte della vicenda racconta la vita futile e sregolata della Roma benestante alla fine degli anni ’50, la quale trovava il suo fulcro in Via Veneto. Tutti quei personaggi sono eccessivi, vistosi, sfacciati, effervescenti, luccicanti come gli incarti delle caramelle del quilt, e come questi ultimi sono altrettanto privi di spessore. Anche la quiltatura della cornice, assolutamente casuale, è simbolica. Essa racconta di come la rete di relazioni in quel mondo (nel film sembrerebbe che tutti conoscano tutti) fosse assolutamente futile e priva di uno scopo al di fuori dell’immediata gratificazione personale.
Forse vi starete chiedendo come mai io sia in grado di descrivere con tanta precisione tutti quei dettagli tecnici e significativi. La risposta sta nel fatto che conosco fin troppo bene questo artista (nonché fotografo / webmaster / guida / sherpa / ecc.).

 

Le opere di Hilde van Schaardenburg che fanno parte della serie “Radiation” hanno una caratteristica in comune, sono state realizzate da lei e sua madre, Ruth Kübler. Si tratta di una felice collaborazione generazionale, contraddistinta da due tecniche molto diverse. Ruth si è occupata della zona centrale, totalmente ricamata, mentre Hilde ha espanso quella zona con dei motivi radiali cha partono dal centro dell’opera. Il risultato è, come potete vedere, impressionante, e che suggerisce una sorta di aspirazione morale, ovvero che la bellezza, in quasiasi forma essa sia stata creata, è destinata a irradiarsi oltre i confini del nostro tempo.
Hilde van Schaardenburg – Strahlung 10

Hilde van Schaardenburg – Strahlung 10

Va detto che per Hilde van Schaardenburg questa tipologia di opere è stata una sorta di scommessa, una frattura col suo stile che è caratterizzato da linee curve o motivi appena accennati.
Hilde van Schaardenburg – Berlin Reichstag

Hilde van Schaardenburg – Berlin Reichstag

In questo quilt è rappresentato uno scorcio della spettacolare cupola del Reichstag di Berlino, vista dall’interno. Questo importante edificio ha sofferto negli anni del suo valore simbolico. I primi a danneggiarlo pesantemente furono i nazisti che appiccarono un incendio col fine gridare al complotto comuista e sospendere tutte le garanzie democratiche. Il palazzo non fu restaurato in quanto vestigia di un regime parlamentare che i nazisti ripudiavano. I bombardamentri della seconda guerra mondiale fecero il resto, ma nemmeno dopo il 1945 il Reichstag venne riportato a uno stato accettabile, in quanto la capitale della Germania Ovest era Bonn. Una prima messa in sicurezza del palazzo fu effettuata più di una decina d’anni dopo, ma si dovette attendere la riunificazione delle due Germanie per vederne il restauro completo, compresa la nuova cupola in vetro inaugurata nel 1999.

 

Le quilter olandesi del gruppo Colorminds hanno portato a Brno ben 41 opere, più questo spettacolare banner lungo più di 7 metri realizzato nel 2023 da tutte le artiste in occasione del decimo anniversario di costituzione del loro gruppo. Ecco chi sono le autrici di questo banner (da sinistra):
Suze Termaat
Rita Dijkstra
Ellen Lodder-Veurman
Nienke de Lange
Marjolijn van Wijk
Corinne Zambeek-van Hasselt
Rineke van Zeeburg
Mariëlle Huijsmans
colorminds-xxl-10-year-anniversary-brno

Immagine da: colorminds.nl

Già dall’immagine soprastante appare evidente che nelle loro scelte artistiche il colore è la chiave dominante, come del resto il nome della loro associazione lo sottolinea.
La particolarità è che ogni quilt deve rispondere a un predeterminato accostamento cromatico, per esempio Blu-Rosso-Verde, oppure Rosso-Arancio-Giallo, e la difficoltà sta nel trovare il giusto equilbrio tra colori e forma, impatto e peso, contrasto e accostamento, però possiamo ben dire che i risultati sono stupefacenti.
Suze Termaat - Limited

Suze Termaat – Limited

Suze Termaat - Limited - Detail

Suze Termaat – Limited – Detail

Suze Termaat ama lavorare con materiali diversi e forme non convenzionali. In quest’opera, lei sottolinea l’intrinseca delicatezza e fragilità di alcuni aspetti della vita, la casualità e l’intreccio, e tutto sommato la loro transitorietà, scavando sotto ai quali si può guardare oltre i nostri limiti.
La composizione cromatica scelta per questo quilt è “Giallo-Verde-Blu”.
Di più immediata interpretazione ma non per questo meno pregevole il motivo proposto da Rineke van Zeeburg, su un quilt che fa parte del gruppo cromatico “Rosso-Blu-Giallo”. La raffinatezza dell’accostamento cromatico, combinata con le forme del soggetto principale e la quiltatura che ne suggerisce altre sullo sfondo, rende difficile non soffermarsi di fronte alla bellezza che la natura ci regala anche nelle piccole cose.
Rineke van Zeeburg – Daucus Carota

Rineke van Zeeburg – Daucus Carota

Rineke van Zeeburg – Daucus Carota - Detail

Rineke van Zeeburg – Daucus Carota – Detail

Quelli che vedete rappresentati nel quilt sono i fiori dell’antenata selvatica della ben nota carota arancione. In verità le carote si possono trovare anche in altri colori, viola, gialle, nere, rosse, bianche. Sono tutte commestibili, e variano per il contrenuto di zuccheri, di antiossidanti, di vitamine, eccetera. La carota arancione è stata creata e diffusa dagli olandesi tra il XVI e il XVII secolo in omaggio alla loro casa reale, gli Orange.
A parer mio una delle opere della mostra di Brno che più tendono all’arte pura è “Reflection”, di Marjolijn van Wijk.
Per la serie “Monochrome” lei ha scelto di utilizzare tante sfumature del blu e dell’azzurro, dal cobalto al pavone, dal polvere al celeste, al fine di far risaltare sia la luce che la profondità delle ombre.
Marjolijn van Wijk - Reflection

Marjolijn van Wijk – Reflection

Marjolijn van Wijk - Reflection - Detail

Marjolijn van Wijk – Reflection – Detail

Anche il processo di creazione di quest’opera denota una padronanza di mezzi artistici che vanno ben oltre ago e filo.
Lei è partita da un suo disegno base realizzato su carta mediante acrilico e collage, che poi è stato riportato su stoffa. Su quella sono stati aggiunti altri dettagli pittorici, e infine la quiltatura ha dato l’ultimo tocco artistico.
Che dire, non so ho provato più ammirazione o più invidia, e vi assicuro anche vedendolo ora su questo monitor, pur essendo la fotografia non totalmente fedele, la mia emozione rimane inalterata.
In questo post ho inserito “solamente” quattro opere del gruppo Colorminds, non perché le altre non fossero degne di nota, tutt’altro, ma per solleticare la vostra curiosità. Altre le potrete trovare nel mio album Flickr, ma io vi invito a visitare la loro pagina web, dove potrete ammirare tutte le loro creazioni con una qualità fotografica che rende loro giustizia. Fidatevi.

 

Jana Dohnalová propone una sua tecnica che si chiama “Trapunto dipinto”. Si tratta di ottenere fantastici effetti cromatici e di texture unendo la quiltatura e la pittura. Sapendo che l’arte del dipingere la stoffa non si apprende in quattro e quattr’otto, e che comunque potrebbe sempre presentare delle difficoltà, lei ha immaginato una tecnica che si presenta facile come colorare un libro per ragazzi.
Jana Dohnalová – Crossroads

Jana Dohnalová – Crossroads

Jana Dohnalová – Crossroads - Detail

Jana Dohnalová – Crossroads – Detail. Da: janadohnalova.cz

Come vedete qui sopra, i risultati sono più che apprezzabili, e dimostrano ancora una volta (manco ce ne fosse bisogno…) che la fantasia delle quilter è inesauribile.
Qualora vi interessasse il trapunto dipinto, non avete che da seguire uno dei suoi corsi su internet tramite il suo sito web o andando a Praga, tanto il ceco lo sapete, no?

Passerei dai colori vivaci ai colori appena appena visibili, quasi sottintesi, ma quanto mai suggestivi.
Isabelle Wiesler – Birkenwald

Isabelle Wiesler – Birkenwald

La betulla è uno degli alberi più aggraziati che possiamo trovare nei nostri boschi. Ha un fusto snello ed elegante, con una corteccia bianchissima screziata di nero. I rami sono molto flessibili, e se soffia un pò di vento è uno spettacolo vederli ondeggiare, anche perché questi alberi possono raggiungere i trenta metri d’altezza, e quindi intercettano ogni corrente d’aria di passaggio. Nei boschetti di betulla trovano riparo stormi di piccoli lucherini, i quali accompagnano col loro cinguettio lo stormir di fronde.
Come molti altri artisti, uno per tutti, Gustav Klimt, anche Isabelle Wiesler si è innamorata di un bosco di betulle e ci regala l’atmosfera tranquilla che quello infonde nello spirito.

 


ELG, ovvero Elina Lusis-Grinberga. Figlia d’arte, questa artista lettone esplora sempre nuove forme espressive, con forme e materiali inconsueti.
Talvolta gioca con le trasparenze e le sovrapposizioni, ma comunque predomina quasi sempre un senso di indeteminatezza, come se ciò che stiamo osservando sia momentaneo e mutevole
Elina Lusis-Grinberga – Bring me sunset in a cup

Elina Lusis-Grinberga – Bring me sunset in a cup

Elina Lusis-Grinberga – Bring me sunset in a cup - Detail

Elina Lusis-Grinberga – Bring me sunset in a cup – Detail

Può capitare che l’ispirazione per un’opera visuale sorga da aspetti che trascendono il senso della vista. In questo caso sono stati la musica e un ricordo ad aver offerto a Elina gli elementi fondamentali per realizzare un quilt. Il ricordo è sicuramente quello di uno struggente tramonto, forse incontrato all’orizzonte di acque più calde (in tutti i sensi) di quelle del Mar Baltico. Sembrerebbe proprio che un Sole abbia ceduto i suoi colori al contenitore sottostante.
La musica invece fa rifermento a una composizione per soprano e violoncello barocco che Anna Veismane, anche lei lettone, ha scritto per le figlie di Elina, e si intitola “Bring me sunset in a cup” in quanto le parole sono quelle dell’omonima poesia di Emily Dickinson.
Riporto qui la prima stanza di quell’opera.
Bring me the sunset in a cup,
Reckon the morning’s flagons up
And say how many Dew,
Tell me how far the morning leaps —
Tell me what time the weaver sleeps
Who spun the breadth of blue!
Portami il tramonto in una tazza
conta le anfore del mattino
le gocce di rugiada.
Dimmi fin dove arriva il mattino –
quando dorme colui che tesse
d’azzurro gli spazi.

 

Prendo spunto dalla musica per sottolineare come i miei resoconti delle mostre abbiano spesso l’andamento di un crescendo rossiniano, e le opere che vedrete di seguito non potranno che confermarlo.
Ricordo che nel 2015, dopo dieci anni di assenza dovuti a precedenti delusioni, iniziai di nuovo a frequentare la Val d’Argent, riscoprendo allora la qualità del Carrefour Européen du Patchwork, e tra le opere che mi colpirono così favorevolmente c’erano le farfalle di Béatrice Bueche, per la fattura dell’opera e per l’originalità del soggetto notturno-diurno.
A Brno lei ha portato molti piacevolissimi quilt, dei dipinti tessili delicati e suggestivi, ma i mei gusti bislacchi sono stati attirati dalle sue opere dove predominano il bianco e nero, come del resto già avvenne nel 2015.
Béatrice Bueche – Contrastes

Béatrice Bueche – Contrastes

Béatrice Bueche – Contrastes - Detail

Béatrice Bueche – Contrastes – Detail

In vita mia non avevo mai visto un contrasto così bene in accordo! Vero è che per immaginare una composizione quasi monocromatica con quel Sole rosso che sembra quasi gridare la sua impossibilità a dare colore e vita al paesaggio ci vuole un occhio artistico non comune.
Sulla stessa falsariga ecco questa coppia di zebre su uno sfondo i cui colori sfuggono al solito cliché Africa – savana – caldo. Per certi versi potrebbe trattarsi di un paesaggio notturno, una notte di luna piena con gli animali che vengono destati all’improvviso da un segnale allarmante.
Béatrice Bueche – Zebra

Béatrice Bueche – Zebra

Béatrice Bueche – Zebra - Detail

Béatrice Bueche – Zebra – Detail

Vedete come l’intreccio di bianco e nero quasi vi confonda la vista? Ebbene, si tratta proprio di una forma di difesa contro i predatori. La maggioranza dei mammiferi preferisce mimetizzarsi, prendere i colori dell’ambiente dove vivono, invece le zebre non si nascondono, anzi il loro manto è riconoscibile anche a grande distanza, però quando sono tutte assieme in branco il predatore vede una foresta di righe bianche e nere nella quale non riesce a distinguere bene dov’è una testa e dov’è una coda, quante zampe ci sono e di chi, perciò si trova indifficoltà.

 

C’è chi lavora di getto, quasi a braccio, e c’è invece chi “costruisce” un’opera d’arte seguendo (o inseguendo) un’idea progettuale ben precisa, stabilendo delle personalissime regole, scoprendo o inventando i medium necessari per giungere al traguardo di una composizione perfetta. Questo è il caso di Martina Hilgert-Vervoort, la quale ha curato fin nel minimo dettaglio l’esecuzione di questo patchwork.
Martina Hilgert-Vervoort – Reflections XIII

Martina Hilgert-Vervoort – Reflections XIII

Martina Hilgert-Vervoort – Reflections XIII - Detail

Martina Hilgert-Vervoort – Reflections XIII – Detail

Lei, tanto per cominciare bene, si occupa della tintura delle stoffe, avendo già ben chiaro in mente quale sarà l’effetto cromatico che vuole ottenere. Qui ha utilizzato delle striscioline per suddividere ulteriormente le zone di colore diverso, quasi a volerle trattenere al loro posto. Le simmetrie sono molteplici, quella volumetrica per incominciare. Se ci fate caso, noterete come la larghezza delle zone a tinta unita equivalga a quelle quadrettate. Anche i colori si ripropongono con una certa simmetria, riproponendo la stessa tinta sia per il filo da quiltatura e sia per la stoffa di base. Osservate i colori l’ultima fascia verticale a sinistra, sono più freddi, quasi spenti rispetto all’equivalente fascia centrale. Questo avviene quando un’immagine trova il suo riflesso in un specchio d’acqua, e in effetti tutto il disegno sembra percorso da un’increspatura che gli regala una meravigliosa irregolarità.
Credetemi, non mi stancherei mai di guardarlo.

 

Ci sarebbero altre opere da mostrare, e fin d’ora chiedo scusa alle artiste che non ho citato; se avessi voluto essere esaustiva questo post sarebbe stato lungo il triplo, e uscirebbe sul blog verso Natale o giù di lì. Inoltre mi dichiaro colpevole anche per aver fatto prevalere talvolta i mei gusti personali e pertanto mi affido alla clemenza della corte.
A mia parziale difesa vi ricordo che sul mio spazio Flickr sono presenti altre immagini che non ho riportato qui, e inoltre, come dico sempre, tutto questo fotografare, riportare, descrivere, commentare serve solamente per invitarvi a visitare le mostre di persona, perché c’è molto di più di quanto io riesca a registrare. Confido inoltre che quanto si trova sul blog possa costituire una sorta di scoperta per chi il patchwork non lo conosce, oppure lo considera alla stregua di un ornamentale hobby femminile. Vedete bene che c’è molto di più in un pannello elaborato con pazienza e gusto, ci sono l’aspirazione artistica, l’estro creativo, la storia personale, la cultura, la tradizione, la sperimentazione, l’idea di un futuro che non considera la bellezza una qualità inutile perché non monetizzabile.
Posso confermarvi che la mostra di Brno del 2024 ha rappresentato tutto questo, e lo ha fatto in misura e maniera superlative. Vi basti pensare che, sulla base delle nostre esperienze passate, avevamo preventivato di passare lì l’intera mattinata, mentre invece siamo entrati poco dopo l’apertura e al pomeriggio c’hanno quasi dovuto cacciare via perché chiudevano, il che la dice lunga circa l’interesse che abbiamo provato.
Come già scritto all’inizio di questo articolo, dopo la mostra ci siamo presi qualche giornata per girare attorno a Brno, per visitare un pezzetto di Moravia, giusto un assaggio, e posso dirvi che promette bene.
Turismo ancora abbastanza rarefatto, e molti aspetti caratteristici mantengono la loro originale identità culturale e storica. Ecco alcuni scampoli, mentre altre immagini le potete trovare nel postNon solamente Brno”.
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Kromeríž – Giardini

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Pernštejn – Castello

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Olomouc – palazzo arcivescovile

Per contro devo dire che pur arrivando lì in primavera inoltrata (anche se il meteo diceva il contrario…) abbiamo trovato alcuni monumenti ancora non visitabili, poiché pare che la stagione “turistica” parta da Maggio in poi.
Mi chiedo se non sarebbe il caso di spostare di qualche settimana il BPM, per offrire a chi arriva a Brno per la mostra l’opportunità di visitare la Moravia, e magari in termini numerici se ne avvanteggerebbe di riflesso pure l’esposizione di Brno.

P1060456

Ragionateci sopra….
Come per i reportage del passato, eccovi un breve filmato del BPM, giusto una veloce carrellata, più alcuni momenti del nostro viaggio in Moravia.
Enjoy!

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