PPM 2023

341512459_1455918538278149_9185444930607691383_nPeggio di un treno della Renfe, stavolta abbiamo veramente accumulato un ritardo imperdonabile, e proprio per un articolo che ci tenevo a pubblicare in tempi brevi.
Capita che le divinità dell’informatica non si mostrino benevole, e infatti, come ho riportato nel post precedente, un grave problema alla scheda madre del computer ci aveva lasciati a terra. Purtroppo il ricambio non si trovava, e dopo alcuni tentativi falliti di ripararla ci siamo decisi a eseguire un revamping della macchina, un aggiornamento dell’hardware in buona sostanza, sostituendo scheda, processore e memorie. Certo, avremmo fatto prima comprando un nuovo PC, però la nostra indole ci spinge sempre verso il recupero, e anche questo computer è una sorta di patchwork elettronico, senza dimenticare il vantaggio di aver speso meno di un terzo di quanto avremmo dovuto lasciare alla cassa di un negozio di informatica.
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Bene, passiamo alla narrazione del nostra spedizione in Moravia.
Anzi no, ci fermiamo prima a Vienna.
In autunno avrò bisogno di un vestito abbastanza elegante adatto a una cerimonia, e disperando di trovare nei paraggi qualcosa di carino a prezzi “umani” mi è venuta voglia di farmelo da me. Va da sé che per bel un capo elegante ci vuole anche la materia prima adeguata, ma il panorama delle stoffe disponibili negli empori locali era, ed è, disperante: qualità bassa, colori improbabili, fantasie banali e scelta minima, per non parlare della provenienza “esotica” della maggior parte dei prodotti.
La mia agenzia di viaggi / webmaster / fotografo / sherpa / redattore / pusher / ecc. mi ha proposto un’idea interessante, ovvero invece di andare direttamente in Moravia ci saremmo fermati a Vienna, e poi partire da lì per andare a visitare il PPM a Brno, a meno di un’ora e mezza di treno, e così abbiamo fatto. Lo scopo era di spendere un’intera giornata girando per i negozi della capitale austriaca a caccia di stoffe.
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Si sa che l’uomo propone e Dio dispone, e anche stavolta le cose hanno preso una piega inaspettata. Avevamo a disposizione un nutrito elenco di empori, tutti gli indirizzi, gli orari, le mappe per arrivarci, ma quando sono entrata nel primo negozio della lista, da Komolka, ho capito subito che il resto delle informazioni erano perfettamente inutili. Tre piani, duemila metri quadrati di negozio, stoffe di tutti i tipi, varietà di colori da far male agli occhi, e pure una zona dove consultare le riviste di moda per trovare l’ispirazione, ma non solo quella, anche per trovare il cartamodello su misura per il capo che si vuole realizzare. Poteva bastare? No, non poteva. A coronare il tutto aggiungo un dettaglio non trascurabile, un elemento che ha generato in me due sentimenti contrastanti, rabbia e piacere. Tutto ciò che avrei dovuto trovare a casa mia invece l’ho trovato lì, e ribadisco avrei dovuto, dato che la quasi totalità delle stoffe era made in Italy, e non aggiungo altro.
Dopo quasi tre ore sono uscita da quell’emporio con tutto, ma proprio tutto quello che mi serviva, e il resto della giornata sarebbe appena bastato per smaltire l’emozione di essermi imbattuta in una realtà della quale nemmeno immaginavo l’esistenza. Se avessi visto degli alieni scendere da un disco volante sarei rimasta meno impressionata.
Il giorno seguente, frühstück veloce e via a Brno, dove abbiamo fatto la conoscenza col sistema di pagamento del biglietto sui mezzi pubblici. Il tutto risulta estremamente semplice: si sale, si passa la carta di credito contactless accanto alla macchinetta, si aspetta il bip di conferma e voilà, il gioco, anzi il biglietto è fatto, 25 Corone, un’ora di validità. Niente cartine, monete, prevendite, obliteratrici, ecc. Pratico, no?
Questa volta al Brno Exhibition Centre ci siamo orientati un po’ meglio (è grande, molto grande, pure troppo), anche grazie a delle indicazioni che l’anno scorso latitavano, perciò abbiamo trovato l’ingresso senza troppi patemi.

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Ecco, appena entrati giusto una rapida occhiata al volo prima di soffermarsi su qualche opera particolarmente interessante.

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Così, su due piedi, direi che il numero di lavori esposti esposte sia maggiore rispetto allo scorso anno. Adesso non resta che verificarne la qualità…
Le prime opere che incontriamo sono quelle di Birgit Schüller, un’artista nel vero senso del termine, in quanto ha da tempo deciso di fuggire dalle rappresentazioni classiche del patchwork per esplorare nuove vie espressive, pur senza tradire la tecnica o aggirare le difficoltà.
Birgit Schüller – Hole Cloth

Birgit Schüller – Hole Cloth

Questo panno ha dei buchi, e perciò si potrebbe credere che abbia perso valore. In realtà potremmo considerare che si tratta di accidentali finestre che danno su un panorama ben più colorato e attraente del prevedibile monocromo quotidiano.
Mi verrebbe da interpretarlo come un’esortazione a ogni quilter che lo sta osservando, e dice: strappate la tela, liberate la fantasia e datele una forma espressiva!
Birgit Schüller – Vanishing Points

Birgit Schüller – Vanishing Points

Il patchwork è spesso questione di punti di vista. A coloro che difendono a spada tratta i blocchi tradizionali rispondono altrettante voci che li dichiarono superati, e non c’è modo di accordarsi, come in una sorta di guerra fredda. C’è chi imputa alle quilter “progressiste” l’utilizzo di scorciatoie per evitare le difficoltà tecniche che la realizzazione di una trapunta tradizionale comporta, e dalla barricata opposta si inneggia alla libertà espressiva tout court, l’unico ponte verso l’arte.
Birgit Schüller ci dimostra che in fondo si tratta solamente di un punto di vista, un elemento che nell’arte contemporanea ha perso importanza, perlomeno da Picasso in poi, e non solamente nell’arte, anche nella fisica e nella filosofia. Nelle sue opere sono presenti in egual misura la tecnica e la sperimentazione, con soluzioni cromatiche finemente elaborate.
 
Se non ricordo male, è dal 2013 che incontro i patchwork di Anke Pradel-Schönknecht al PPM e, sempre se mi non ricordo male, i colori dominanti erano freddi, il verde, il grigio, il viola. Stavolta invece lei ha acceso la luce, con opere quasi accecanti per la loro brillantezza, sia cromatica che estetica
Anke Pradel-Schönknecht – Desert Adventure

Anke Pradel-Schönknecht – Desert Adventure

Nessun dubbio sul fatto che Anke Pradel-Schönknecht sia un’artista eclettica in grado di dominare i colori più smaglianti come pure le tinte più cupe.

Qualcosa di Elke Klein mi era già capitato di vedere in Val d’Argent, ma a Brno le stata dedicata un’intera sezione espositiva. Non poteva essere altrimenti viste le dimensioni “generose” delle sue opere tessili.
Elke Klein

Elke Klein

Elke Klein – Tiles #15 - Falling rain

Elke Klein – Tiles #15 – Falling rain

Se in futuro andrete per mostre sono certa che incontrerete i patchwork di Elke Klein, e nemmeno passeranno inosservati. Non potrebbe essere altrimenti stante l’alto impatto espressivo di ogni sua opera, il risultato di una paziente ricerca dove pittura e struttura si sposano perfettamente, anche se, per fortuna, non stabilmente.
Vi chiederete il perché di quel “per fortuna”. Quando vi capiterà di osservare una delle sue opere provate focalizzare l’attenzione sulle striscioline che, in maniera ordinata o sapientemente disordinata, suggeriscono una trama, un disegno, un progetto, e a quel punto dimenticate schemi, disegni e progetti. Allora le vedrete vibrare, muoversi, cadere, volare, una vera e propria fuga dalla struttura dove chi osserva è complice inconsapevole di questa evasione formale.
 
Ospite dell’edizione 2023 del PPM è stata la Polonia, e le opere delle quilter polacche sono state molto apprezzate, tanto da mettersi in evidenza anche nei concorsi di quest’anno. Per me non è una novità in quanto già nel 2016 ebbi modo di constatare a Treviso la loro abilità.

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Inizierei con un’opera abbastanza sfarzosa di Sylwia Ignatowska, intitolata “Stone Ring of Power”, che si è classificata al primo posto nel concorso dedicato al tema “Wedding Rings“.
Sylwia Ignatowska - Stone Ring of Power

Sylwia Ignatowska – Stone Ring of Power

Sylwia Ignatowska - Stone Ring of Power - Detail

Sylwia Ignatowska – Stone Ring of Power – Detail

Si tratta di un tema classico che capita spesso di incontare nelle mostre di patchwork, noto anche come “Bali Rings” o “Bali Wedding Star“, e che presenta discrete difficoltà esecutive.
 
Sylwia Ignatowska non me ne voglia, sarò sincera (come quasi sempre), ma ho apprezzato di più il patckwork “With hope” di Milena Kankrlíková, dalla Moravia. L’ho preferito per la scelta di colori, per la ricerca di una variante compositiva di un tema molto tradizionale e per la contaminazione dovuta a un curatissimo ricamo che impreziosisce l’opera
Milena Kankrlíková – With hope

Milena Kankrlíková – With hope

Milena Kankrlíková – With hope - Detail

Milena Kankrlíková – With hope – Detail

Anche il titolo dice tutto: “With hope”. Quando ci si sposa lo si fa col cuore pieno di speranza, un sentimento magari ingenuo, magari fragile, magari malinteso, magari effimero, e dovrebbe essere sempre così perché se non ci fosse la speranza niente avrebbe senso.
 
Contaminazione dicevo, e funziona anche senza andare a caccia dell’effetto speciale, senza tentare ardite e improbabili sperimentazioni, senza assemblare uno zibaldone di stili. In questo caso è sufficiente utilizzare con pazienza e fantasia una tecnica quanto mai comune: il ricamo
Eva Linhartová – Vyšívané mandely

Eva Linhartová – Vyšívané mandely

Eva Linhartová – Vyšívané mandely - Detail 01

Eva Linhartová – Vyšívané mandely – Detail

Eva Linhartová ha realizzato ad ago 48 piccoli mandala, tutti uno diverso dall’altro, come colori e come disegno, a punto catenella, punto pieno, punto margherita, eccetera.
Magari non segue le mode del momento, magari non palesa velleità artistiche, magari non è frutto di un progetto studiato a tavolino, però l’abilità, in questo caso, non si discute.
 
Si sarà capito che non vado in cerca solamente dell’espressione artistica “a ogni costo”, in quanto mi affascina anche e soprattutto ciò che è originale, e allora come non innamorarsi di quest’opera?
Hana Crhová - Motýli

Hana Crhová – Motýli

Potrebbe rappresentare benissimo l’essenza del patchwork, dove ciò che è materiale o predefinito, come il colore nei tubetti e i blocchi che li contraddistinguono, trova una forma più alta, più leggera, più complessa e più libera grazie alla fantasia dell’artista, ovvero in una sorta di gestalt tessile dove “il tutto è più della somma delle singole parti”.
 
Del concorso che aveva per tema l’energia ho scelto di mostrare qui due opere di lettura solo apparentemente facile, e comunque completamente diverse nel trattamento del soggetto proposto.
Barbara Pieczynska – The energie of the sun

Barbara Pieczynska – The energie of the sun

A prima vista si potrebbe pensare che stiamo guardando il sole, ma, almeno secondo me, non è così. Barbara Pieczynska ha inteso dare forma visiva all’energia bruciante del nostro sole, e l’ha fatto mediante delle variazioni cromatiche, rappresentando i colori (o non colori) ai quali colleghiamo l’intensità dell’energia che ci piove sulla testa durante tutta la giornata.
 
Altro discorso, ben diverso, per questa sibillina opera di Ivana Brzáková, per la quale il mio giudizio rimane ancora sospeso (il che è un punto a suo favore, s’intende…).
Ivana Brzáková – Energy of men

Ivana Brzáková – Energy of men

Ciò che vi è raffigurato si presta a interpretazioni diverse, direi addirittura antitetiche, e già il titolo pone il primo interrogativo.
“Energy of men”, energia degli uomini, fin qui è semplice, ma anche generico in quanto per “uomini” talvolta si intendono tutti i componenti del genere umano. Essendo qui rappresentati solamente dei maschi e volendo indicare specificatamente la “loro” energia vitale, sarebbe stato più corretto “Energy of males”.
Comunque soprassediamo a questo dettaglio lessicale e soffermiamoci sulle figure rappresentate nel quilt. Possiamo vedere che accanto a figure che svolgono varie forme di attività fisica ne sono presenti quasi altrettante che sembrano evitarla, da chi sta bighellonando a chi è stato messo fuori combattimento dagli eccessi alcolici.
Mi verrebbe da pensare che l’artista abbia inteso “smitizzare” la presupposta energia maschile, relegandola a mera manifestazione di forza, non sempre costante e non sempre produttiva, quando sappiamo bene che, seppure con valori minori come “potenza” pura, le donne hanno da sempre energia da vendere, e in misura ben superiore.
 
Come sempre, al PPM non mancavano delle opere di artiste ben note.
Elisabeth Nacenta-de la Croix – Water Movements

Elisabeth Nacenta-de la Croix – Water Movements

Elisabeth Nacenta-de la Croix ha portato una serie di opere “liquide”, ovvero che, anche se con titoli diversi, ricordavano l’acqua, i suoi colori, i suoi chiaroscuri, le sue trasparenze.
 
Uta Lenk – A Scrap a Day

Uta Lenk – A Scrap a Day

“A Scrap a Day”, un pezzetto, un ritaglio, uno sfrido al giorno, e giorno dopo giorno Uta Lenk ha realizzato quest’opera astratta decisamente originale.
 
A Brno ho ritrovato un’artista che fu una delle piacevoli sorprese nel 2021 in Val d’Argent. Dalla freddissima Riga, Elina Lusis-Grimberga ha portato delle opere nelle quali dominano spesso i colori poco intensi, i neri, i grigi, e le sovrapposizioni.
Elina Lusis-Grimberga – Flight

Elina Lusis-Grimberga – Flight

In genere lei preferisce il contrasto tra chiari e scuri, con le forme che a tratti danno la sensazione che stiano cercando autonomamente un difficile equilibrio.
Comunque anche quando Elina Lusis-Grimberga si cimenta con colori più vivaci, il risultato di trasparenze e accostamenti imprevisti è notevole.
Elina Lusis-Grimberga – XXX

Elina Lusis-Grimberga – XXX

 
Originale, anzi no, interessante, anzi no, impegnativa, anzi no, divertente, insomma, non so che aggettivo scegliere per questa idea di concorso a percorso obbligato intitolato “Project Veba – Africa”.
In genere, nei concorsi viene proposto un tema da interpretare, e l’artista fa del suo meglio con i materiali che ritiene i più adatti per ottenere il risultato che ha in mente. Al PPM la faccenda invece è più difficile, è una vera e propria sfida.
BVV Trade Fairs Brno, l’ente organizzatore delle fiere di Brno, e Veba, un’azienda tessile ceca, hanno fornito 4 pezze di stoffa di 40 x 40 cm, con i colori e disegni che potete vedere nell’immagine sottostante. badate, non si trattava di una stoffa qualunque, bensì era  broccato africano, ovvero un tessuto 100% cotone con finitura lucida.
Oltre a quelle stoffe potevano essere aggiunti altri materiali, ma sempre con una funzione ausiliaria rispetto allla figura principale. Va da sé che ogni patchwork doveva avere per tema l’Africa.
P1050038Eccovi tre esempi di come, partendo dagli stessi materiali, il tema sia stato sviluppato in direzioni completamente diverse, il che ci porta a ragionare su una sorta di paradosso, cioè che più limitazioni vengono imposte alle quilter, più la loro fantasia troverà modo di esprimersi liberamente.
Marcela Lístiková – Mask

Marcela Lístiková – Mask

Heike Rosenbaum – Beauty of Africa

Heike Rosenbaum – Beauty of Africa

Renata Edlmanová – African sun

Renata Edlmanová – African sun

Sinceri complimenti alle artiste che hanno partecipato e a chi ha organizzato questo concorso.
 
Da più di dieci anni non c’è edizione del PPM senza Romana Černá, e posso dire che non mi ha mai deluso, anzi mi è capitato di osservare quanto lei abbia più volte percorso nuove strade stilistiche, ma senza facili fughe in avanti.
Romana Černá – The volcano

Romana Černá – The volcano

Romana Černá – The volcano - Detail

Romana Černá – The volcano – Detail

Ciò che mi piace di lei è la versatilità, quella che le permette di passare da temi astratti al figurativo, dai colori accesi alle nuance più delicate, dal sogno alla realtà
Romana Černá – Rychlost

Romana Černá – Rychlost

Dovevo ancora incontrare una quilter appassionata di auto sportive, come quella qui sopra, un bolide più accennato che rappresentato, quasi un predatore accucciato in attesa di scattare sotto una pioggia battente che lo mimetizza.
 
Penso che “Textile jazz” sia la denominazione perfetta non solo per l’opera sottostante, ma anche per tutta la produzione di Gerlinde Merl. Infatti, come nella musica jazz, troviamo una libertà espressiva che si appoggia a una tecnica eccellente.
Gerlinde Merl – Textile jazz

Gerlinde Merl – Textile jazz

Gerlinde Merl – Textile jazz - Detail

Gerlinde Merl – Textile jazz – Detail

Qui lo stesso colore, il verde, è stato “declinato” in strutture diverse, è stato “sfumato” in varie gradazioni, è stato “sporcato” da altri colori, è stato “ingabbiato” in cinque temi separati, eppure tutto si tiene, come i tempi di un pezzo musicale.
 
Ricordate i wedding ring che avete visto all’inizio di questo post? Bene, anche questi qui sotto sono anelli, ma solo se si intende sposare una strega.
Monika Smičková – Monika Voříšek Vágnerová - Witch'rings

Monika Smičková – Monika Voříšek Vágnerová – Witch’rings

Monika Smičková – Monika Voříšek Vágnerová - Witch'rings - Detail

Monika Smičková – Monika Voříšek Vágnerová – Witch’rings – Detail

Tutto concorre a creare un’atmosfera stregonesca, i colori cupi, la forma degli anelli, la scelta delle stoffe, l’irruzione di acuminate punte nelle zone arrotondate, la suggerita pesantezza della rete che gli anelli formano, e nonostante tutto ciò questo patchwork non risulta opprimente, tutt’altro.
 
In genovese si usa dire “fà sciortì sàngoe da ‘na pria” (far uscir sangue da una pietra) per definire una missione impossibile, eppure le artiste di Art Quilt Harbour sono riuscite nell’impresa di raffigurare il sangue delle pietre, i colori le vene, i grumi, le ferite, in una serie di opere sul tema “Kameny”.
Eva Brabcová – Kameny III

Eva Brabcová – Kameny III

Irena Zemanová – Kameny II

Irena Zemanová – Kameny II

Jana Štěrbová – Kameny V

Jana Štěrbová – Kameny V

Jana Štěrbová – Kameny V - Detail

Jana Štěrbová – Kameny V – Detail

Mission impossible? No di certo per queste artiste ceche, le quali hanno formato un gruppo che non teme di confrontarsi  con sempre nuove sfide. Chissà cosa staranno architettando ora…
 
Se vi piacciono i gatti questo patchwork di Anna Zychowa Duda fa al caso vostro.
Anna Zychowa Duda – Koci karnavał

Anna Zychowa Duda – Koci karnavał

Anna Zychowa Duda – Koci karnavał - Detail

Anna Zychowa Duda – Koci karnavał – Detail

Questo è il carnevale dei gatti, una festa polacca durante la quale si indossano maschere da gatto. Ovviamente è perlopiù dedicata ai bambini, ma l’artista ha inteso rappresentare lo stretto legame tra noi e quei felini che, pur non essendo espansivi come i cani, riescono a rubarci il cuore.
 
Lo scrittore James Boswell riporta nel suo “Visita a Rousseau e a Voltaire” un interessante dialogo col famoso filosofo svizzero.
Rousseau: «Vi piacciono i gatti?».
Boswell: «No».
Rousseau: «Ne ero sicuro. È un segno del carattere. In questo avete l’istinto umano del dispotismo. Agli uomini non piacciono i gatti perché il gatto è libero e non si adatterà mai a essere schiavo. Non fa nulla su vostro ordine, come fanno altri animali».
Boswell: «Nemmeno una gallina, obbedisce agli ordini».
Rousseau: «Vi obbedirebbe, se sapeste farvi capire da essa. Un gatto vi capisce benissimo, ma non vi obbedisce.»
Renata Edlmanová – Rochovor s kocourem

Renata Edlmanová – Rochovor s kocourem

Il titolo di questo bel patchwork è appunto “una conversazione con il gatto”. E ditemi, voi ci parlate col vostro gatto? E lui che fa poi, vi risponde, vi ignora, si arruffiana?
 
Marty Ornish, o come lei preferisce, Marty-O, è anche definita “la donna che sussurrava ai quilt“.
Mi spiego. Lei non realizza solamente dei patchwork da appendere, ma anche dei patchwork da indossare, e lo fa, badate bene, riutilizzando vecchie trapunte in parte rovinate. Già di per sé un patchwork ha più valore se vengono utilizzate delle stoffe di recupero, e lei ha deciso di elevare al quadrato il riuso di quei materiali.
Qui mostrerò solamente delle opere bidimensionali (o quasi…), ma vi invito a dare un’occhiata al suo sito web per vedere gli abiti meravigliosi che ha concepito.
Questa attività fa riferimento alla sua filosofia di consumo sostenibile, quella stessa che condanna lo spreco di materiali utilizzati nei “junk clothes“, i vestiti spazzatura, che appunto in breve tempo sono destinati a diventare veramente spazzatura, e veramente inquinanti.
Non servirebbe ricordarvi che la maggior parte di ciò che trovate negli scaffali dei grandi magazzini (e magari anche nelle boutique) è stato realizzato da maestranze sfruttate e sottopagate, perolopiù donne, quindi dei soggetti ancora più deboli socialmente. Sapevatelo.
Marty Ornish – The Pill of Rights #2

Marty Ornish – The Pill of Rights #2

Marty Ornish – The Pill of Rights #2 - Detail

Marty Ornish – The Pill of Rights #2 – Detail

Appunto sui diritti delle donne Marty-O punta il suo focus, come nell’opera qui sopra che identifica nella pillola anticoncezionale una fondamentale e imprescindibile tutela della libertà femminile. Grazie alla pillola finalmente la maternità cessava di essere una situazione casuale, subita, involontaria, punitiva, direi quasi doverosa, e finalmente la donna era in grado di godere del suo corpo senza quella spada di Damocle sopra la testa. Sempre grazie alla pillola non era più necessario ricorrere a metodi più o meno affidabili, più o meno consentiti, più o meno disponibili per interrompere una gravidanza indesiderata. Non dimentichiamoci dei rischi che le nostre nonne correvano quando dovevano “liberarsi” dell’ennesima gestazione affidandosi a metodi arcaici, improvvisati, da sole o con l’aiuto di figure non sempre competenti e limpide, fermo restando l’opprimente senso di vergogna che una società bigotta aveva sapientemente instillato in loro.
Non dimentichiamocene perché oggi capita di osservare una sorta di tendenza al ritorno di quei tempi bui, un furore integralista e retrogrado che si maschera dietro a sedicenti politiche a favore della natalità a prescindere, con la benedizione ovviamente delle istituzioni clericali, e mi spiace constatare che troppo spesso a cadere in quella trappola mediatica sono le donne.
Quindi, se pensate che un patchwork sia solamente una bella decorazione realizzata con della stoffa state facendo un torto a tutte quelle artiste che, nonostante le difficoltà imposte dalla tecnica e dai materiali, tentano di far passare un messaggio importante.
Marty Ornish - When Will We Stop Banning Books (question mark)

Marty Ornish – When Will We Stop Banning Books?

Come nell’opera qui sopra, il cui titolo dovrebbe dire già molto anche a chi non è americano. Sappiamo che è già capitato troppe volte che alcuni libri siano stati messi all’indice, sabotati, nascosti, distrutti, e sempre per motivi che nulla avevano a che fare con la letteratura, bensì perché erano “disturbatori” della pace sociale stabilita dal potere (politico, ecclesiastico, commerciale, patriottico, eccetera). Di manoscritti proibiti e distrutti si hanno notizie già nell’antica Roma, duemila anni fa, per arrivare ai libri bruciati in pubblico in osservanza alle odierne direttive della dittatura cinese.
Però esistono metodi anche più subdoli e altrettanto efficaci per distruggere un libro, ovvero è sufficiente boicottarne la distribuzione, e in una società poco avvezza alla lettura, nella quale l’economia libraria langue (tranne per i soliti e poco originali blockbuster), è fin troppo semplice fare pressione sugli editori.
“When Will We Stop Banning Books?” è un libro scritto nel 1968 da Maya Angelou, l’autobiografia di un’afroamericana che si e scontrata fin dagli anni ’30 col le problematiche del razzismo e della miseria. Il titolo fa riferimento alla poesia “Sympathy” composta nel 1899 da Paul Laurence Dunbar, considerato il primo afroamericano che ha “osato” scrivere romanzi ambientati nel mondo dei wasp (White Anglo-Saxon Protestant), e per questo motivo i suoi testi hanno spesso trovato scarsissimo accoglimento editoriale, costringendolo per anni a una vita grama.
Nella zona superiore del patchwork trovere un titolo che forse vi dirà poco. Si tratta del romanzo “To Kill a Mockingbird”, che forse vi è più noto nella sua trasposizione cinematrografica col titolo “Il buio oltre la siepe”. Anche in quel caso, essendo presente nel testo un’aperta condanna dei pregiudizi razziali, negli Stati Uniti il libro fu oggetto di campagne denigratorie (di cittadini bianchi ovviamente) che ne richiedevano l’esclusione da ogni biblioteca pubblica, con quella delle scuole in primis.
 
Dopo il successo ottenuto in Val d’Argent, Mattea Jurin ha scelto di continuare nella rappresentazione “forte” di ciò che significa essere una donna.
Mattea Jurin – A piece of fabric does not determine a woman’s

Mattea Jurin – A piece of fabric does not determine a woman’s

Cos’è un pezzo di stoffa? E soprattutto perché la stoffa incide in modo considerevole nel mondo femminile?
Il collegamento tra la realizzazione dei vestiti e la donna è spesso frutto di un malinteso, infatti da sempre sono esistiti i sarti, e suppongo in proporzione maggiore alla controparte femminile. Putroppo le disugualianze sociali hanno relegato le famiglie povere a occuparsi nella maniera più efficiente possibile della loro sopravvivenza, relegando l’uomo (maschio, robusto, dominante) ai lavori di fatica, e la donna (femmina, debole, succube) alla cura della casa e dei figli, e tra quelle mansioni ci stava anche la realizzazione e la manutenzione degli abiti.
Per le più fortunate (leggi ricche) un pezzo di stoffa non era semplice materia prima da utilizzare con parsimonia, bensì una scelta estetica, un modo distintivo di vestire, uno status symbol, peccato che, tranne rarissimi casi, si trattasse di una gabbia dorata nella quale la donna doveva seguire i dettami e le costrizioni del gusto maschile. In buona sostanza la catena di grezzo cotone era stata semplicemente sostituita da una di morbidissima seta.
Non andrebbero nemmeno dimenticate (e condannate) tutte quelle situazioni dove un pezzo di stoffa diventa una prigione nella quale la donna viene costretta a nascondersi, una reclusione a vita che ha il preciso scopo di farla sentirte una minus habens, e perciò sottomessa al potere maschile.

Altro discorso vale per la quilter, dai primi patchwork in avanti, ovvero da quando la stoffa perse le sue funzioni originali per diventare il seme di qualcosa di più grande, più espressivo, più distante dalle ristrettezze quotidiane o dalle imposizioni sociali.
Quindi trovo ragionevole pensare che un pezzo di stoffa dovrebbe cessare di essere un marchio estetico, sociale ed economico, e a quel punto ogni donna potrebbe guardare alla stoffa come a un mare sul quale navigare fin oltre l’orizzonte conosciuto, che sia una quilter o meno.
 
Ecco la dimostrazione di come un elemento quanto mai classico come l’esagono del “Giardino della nonna” possa essere declinato in maniera originale e artistica.
Fabia Delise - Falesia

Fabia Delise – Falesia

La falesia è un tratto roccioso di costa che scende a picco sul mare. Immagino che, almeno dal punto di vista mediatico, le falesie delle bianche scogliere di Dover siano le più note, come pure dovremmo ricordare bene quelle presenti nel famoso film “I cannoni di Navarone” (girato sulle Tremiti).
Mi piace pensare che Fabia Delise abbia voluto rappresentare le falesie di Duino, vicine a me, e per certi motivi vicine anche a lei.  
 
Sono convinta che un’associazione ha più forza quando riesce a immaginare delle iniziative condivise, ossia quando propone di interpretare con la stoffa una singola tipologia di soggetti. Al PPM2023 ho avuto occasione di ammirare alcune opere realizzate dalle quilter del Bohemia Patchwork Klub che hanno presentato una collezione di finestre delle sinagoghe presenti nella Repubblica Ceca.
Questa associazione raccoglie una trentina di quilter, e ogni estate hanno l’abitudine di trascorrere assieme una settimana nella cittadina di Neveklov (ma perché non sono nata a Praga?), per scambiarsi idee, impressioni, progetti, sogni e, non c’è niente di male, anche qualche pettegolezzo.
Essendo venute a conoscenza che esisteva un progetto locale di recupero della sinagoga e del cimitero ebraico, le quilter del BPK hanno deciso di collaborare con l’iniziativa “Patchworková okna synagog“, alla quale hanno partecipato, oltre a undici associate, altre sedici quilter ceche, e se non è un successo questo…
Il risultato ottenuto è un’interessante collezione di opere che sono state esposte a Praga e quindi a Brno. Missione compiuta, direi.
Nota a margine: le fotografie delle finestre originali non le abbiamo scattate noi, ma le abbiamo raccattate qua e là sul web. Chi avesse da ridire, non ha che da scriverci.
Hana Dlhá – Synagoga Luže

Hana Dlhá – Synagoga Luže

SynagogaLuže_01La sinagoga di Luže è del 1780, quindi in stile barocco, ma come tante altre è possibile che sia stata ricostruita sopra una precedente, dato che è segnalato un insediamento ebraico fin dal XVI secolo.
La sinagoga si è conservata abbastanza bene in maniera del tutto accidentale. Nel 1940 l’appartamento dello shammash locale venne occupato da una persona che si occupava della concia delle pelli di coniglio, processo che avveniva negli ampi spazi della sinagoga. Per essicare le pelli era appunto indispensabile che l’ambiente fosse asciutto, e inoltre i prodotti chimici utilizzati allontanavano gli insetti dannosi. Questi due fatti evitarono che muffa e tarli mandassero in rovina la sinagoga, anche se, a onor del vero, l’edificio sulla Zidovna (denominazione “ufficiosa” utilizzata dagli abitanti di Luže) patì l’abbandono totale dopo il conflitto, e persino vennero sottratte alcune preziose lapidi del cimitero. Il restauro, iniziato alla fine degli anni’90, ha ripristinato lo stato della sinagoga all’aspetto del 1930, anche se non si svolgono più funzioni religiose. Sia l’edificio che l’annesso cimitero sono visitabili.
 
Božena Zámečníková – Vinná réva – Synagoga Kolín

Božena Zámečníková – Vinná réva – Synagoga Kolín

Kolín-synagoga

L’attuale sinagoga di Kolín venne eretta nella seconda metà del XVII secolo, sullo stesso sito di una sinagoga precedente del XIV secolo. Se si esclude la sinagoga di Praga, quella di Kolín è la più antica della Boemia.
Dopo la guerra la sinagoga tornò alla sua funzione di edificio di culto fino al 1953, quando cessò di esistere una comunità ebraica a Kolín, e divenne monumento nazionale della Repubblica Cecoslovacca. Gran parte degli arredi vennero portati in una sinagoga di Denver, mentre gli oggetti più piccoli si trovano nel Museo Ebraico di Praga.
 
Anna Bradiková – Klausová synagoga Praha

Anna Bradiková – Klausová synagoga Praha

KlausovásynagogaPraha_01Questa qui sopra non è veramente la finestra di una sinagoga, trattandosi invece di una di quelle della sala cerimoniale del Cimitero di Praga che fa parte della Sinagoga Klausen di Praga, e più precisamente si tratta di un edificio legato alla “Chevra Kadisha Gomlei Chasadim” (La Santa Confraternita di coloro che compiono opere di beneficenza), un’organizzazione nata settecento anni fa che ha lo scopo di assicurare che tutti gli ebrei siano sepolti secondo i dettami della tradizione ebraica. Non sto qui a descrivere le operazioni che la confraternita della Chevra Kadisha compie prima della sepoltura, mi sembrerebbe macabro e fuori luogo. Comunque, se vi va di saperlo, sul web troverete sufficienti notizie, compresa quella che a quel processo di preparazione della salma partecipano molte donne, in taluni casi in proporzione doppia rispetto agli uomimi. Come dire, i compiti ingrati capitano sempre a noi…
 
Marcela Listíková – Golem – Vysoká synagoga Praha

Marcela Listíková – Golem – Vysoká synagoga Praha

Confesso che avendo visitato Praga più volte, compresa la Sinagoga Alta, ma non ho memoria di una finestra raffigurante il Golem. In ogni caso questo pannello patchwork ha un suo fascino (oscuro).
Costruita nel 1577 sulle fondamenta di un antico edificio medievale, la Sinagoga Alta deve il suo nome anche posizione leggermente più elevata che la metteva al riparo delle frequenti inondazioni causate dalla Vltva (Moldava) che affliggevano il quartiere di Josefov.
Comunque anche sulla leggenda del Golem ci sarebbe un discorsetto da fare.
Nel lontano (ma neppure tanto) 1915 usciva nelle sale cinematografiche “Il Golem”, un film ispirato alla leggenda del gigante d’argilla creato nel XVI secolo da un potente rabbino del ghetto ebraico di Praga, rabbi Loew.
In realtà (la realtà sulle origini di questa leggenda e non la realtà di un essere immaginario) già nel XII secolo, a Worms, a 500km da Praga, in un trattato mistico venne ipotizzata la creazione di un Golem mediante un rituale magico. Invece in nessuna parte della ponderosa documentazione lasciata da rabbi Loew si accenna a un Golem, pertanto è da escludersi un suo collegamento con questa leggenda, neanche ipotetico.
È probabile che la storia del Golem abbia viaggiato nei secoli come fiaba orale, forse per spaventare i bambini, forse per vaticinare una protezione suprema contro un sempre possibile pogrom, fatto sta che nel 1838 un certo Klutschak, giornalista di belle speranze, pubblicò alcuni racconti suggestivi sul vecchio cimitero ebraico, sul famoso rabbi e sulla sua creatura d’argilla: il Golem (anzi, sbagliando, il Golam). Dieci anni dopo questo racconto di fantasia fu ripreso da altri autori, con maggior risonanza, fino ad arrivare alla ribalta mondiale della settima arte, diventando oggetto di credulità generale tra coloro che cedono volentieri al fascino dell’occulto.
Vorrei far notare una piccola coincidenza temporale.
Nel 1818 usciva nelle librerie “Frankestein o il Prometeo moderno”, un romanzo gotico della giovanissima Mary Shelley, ripubblicato poi nel 1831. Potrebbe darsi benissimo che Klutschak, visto il successo del best seller londinese, abbia pensato bene di dare forma scritta a quella storiella del ghetto per ricavarsi una fettina di celebrità.
 
Basta misteri, basta tristezze, basta storia, è il momento di una boccata d’aria fresca, meglio se profumata dai coloratissimi fiori di Květa Surá, un quilt a chilometro zero, essendo lei un’artista del Patchworkový Klub Brno.
Květa Surá – Crazy růže

Květa Surá – Crazy růže

Květa Surá – Crazy růže - Detail

Květa Surá – Crazy růže – Detail

Come si dice, il presagio nel nome. Infatti Květa sta per fiore in ceco, e direi che questa quilter morava ha trovato subito la sua strada.
 
Altra quilter, altri fiori, altro stile.
Mirosłava Pucek – Blue Garden_01

Mirosłava Pucek – Blue Garden

Da quel che ho intuito, Mirosłava Pucek ama particolarmente i fiori, quando ci sono, nei prati o sugli alberi in primavera e in estate. oppure sui patchwork, in autunno e in inverno (e si sa che l’inverno polacco non scherza…).
In questo prato blu potrebbero esserci dei fiordalisi, dei nontiscordardime, dei papaveri blu, fate voi, comunque l’effetto è notevole.
 
Per sopravvivere è necessario adattarsi, bisogna aprirsi all’arte, a nuovi materiali, a nuove forme, a nuove tecniche, in buona sostanza a nuovi incroci, perché solamente così potranno crescere nuove forme espressive, e solo allora chi ammira ma non ama il patchwork tradizionale troverà il coraggio di esporsi.
Adelheid Lau - Offnung

Adelheid Lau – Offnung

Stampare, dipingere, ritagliare, incollare, sono azioni tipiche di chi vede nella stoffa non dei mattoni per erigere un formale edificio, bensì una pagina bianca sulla quale fissare la voglia di dare forma visibile a sogni, paure, ricordi, speranze, e anima.
“Offnung”, apertura, così si intitola l’opera di Adelheid Lau, e non potrebbe essere altrimenti per la varietà di materiali e modi di utilizzo degli stessi, ferma restando la peculiarità non trascurabile che si tratta del riutilizzo di elementi preesistenti in altra forma, un valore oggi, in un mondo di eccessiva predisposizione al consumo, troppo spesso trascurato.
 
Come sempre, eccovi anche una clip che abbiamo montato e che anche potete trovare su YouTube, volendo persino in HD.
 

 

Chiuso questo articolo con la fotografia dell’opera che più si avvicinava ai miei (strambi) gusti, non mi resta che tirare un po’ di somme (attenzione, chi piglio piglio…).
Se torno con la memoria all’edizione 2022 del PPM, l’immagine che mi viene in mente è quella di una persona che si è appena riavuta da una grave malattia. Quest’anno le cose andavano decisamente meglio, diciamo che la “convalescenza” procede nel migliore di modi, anche se ci vorrà un po’ di tempo prima che ci si riprenda del tutto.
La presenza al PPM di molte artiste internazionali è un bel segnale, e pure la qualità delle opere esposte ha mostrato un trend positivo. Mi angustia un po’ la sensazione che la manifestazione forse non abbia riscosso il successo di pubblico che meriterebbe. Magari i numeri mi smentiranno, magari tutto è dovuto alla vastità di spazi espositivi nei quali ci si perde, magari sono io che mi aspetto sempre troppo, però questo è, non posso farci niente se non buttare lì delle ipotesi.
Come da mia abitudine, ancora una volta esprimo la convinzione che la peste cinese, oltre alla penosa lista di vittime, ha lasciato uno strascico nel quale riconosco un diffuso pessimismo, una certa inerzia creativa, minore predisposizione a viaggiare e persino una larvata fobia nei riguardi di eventi pubblici.
Nulla mi toglie dalla mente che anche la scelta di Brno come sede espositiva, pur rispondendo a plausibili vantaggi pratici, manca del fascino che può vantare Praga, anche se ricordo ancora bene il clima “equatoriale” che si godeva nella struttura dell’Hotel Step di Praga, come pure la “facilità” di raggiungere la Malletova, in periferia. Però, specialmente per chi veniva dall’estero, la vista al PPM poteva coincidere con la visita della capitale, ovvero quel che si dice “prendere due piccioni con una fava”. Non è che la città di Brno sia brutta, c’è anche lì qualcosa di bello da vedere, specialmente nei dintorni, ma è innegabile che il richiamo di Praga ha storicamente un altro peso. Forse, la butto lì, si potrebbe pensare ad alcune iniziative collegate per l’occasione, per esempio una visita guidata della città, delle escursioni verso i numerosi castelli (difficilmente raggiungibili senza l’automobile), una gita sul carso moravo oppure a Olomouc, insomma, il materiale non mancherebbe.
Per il momento non mi resta che salutarvi a darvi appuntamento alla prossima edizione del PPM, ricordandovi due cose, la prima è che altre immagini non presenti in questo articolo sono visibili sulla mia pagina Flickr lastoffagiusta2022 (per gli anni precedenti vedere lastoffagiusta2021, lastoffagiusta2019 e lastoffagiusta2013), la seconda, più importante, è che le fotografie che abbiamo inserito non rendono giustizia all’opera originale, intendo dal vivo. Perciò se ci tenete all’arte tessile visitate le mostre, darete così una soddisfazione agli espositori e voi potrete ammirare i patchwork in tutto il loro splendore. Su!

 

3 thoughts on “PPM 2023

  1. Pingback: Prague Patchwork Meeting 2023 – Brno | My3Place

  2. Come non ammirare l’arte artigianale fatta magistralmente ,rivedendo la realtà che ci circonda ,sempre colpita dal lavoro che c’è sotto a stoffe magari dimenticate ,sempre capolavori, complimenti.

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