Val d’Argent 2021

ticketDue anni, o quasi.
Era l’alba del 26 ottobre 2019 quando salivo sul treno diretto in Austria per vedere una mostra patchwork ad Althofen.
Ben ventitré mesi sono passati da allora, mesi drammatici, lunghissimi, deprimenti, caotici, inaspettati e inconcepibili, durante i quali ogni contatto con il patchwork, per obbligo o per prudenza, è rimasto confinato tra le mura domestiche.
Ricordo che, in primavera, l’arrivo del vaccino mi regalò un alito di speranza, presto smorzato dai bollettini che rinviavano sine die l’uscita da questo malefico tunnel che c’ha regalato la Cina.
Del Festival of Quilts di Birmingham manco a parlarne, tanto più che la situazione sanitaria nelle Midlands era in peggioramento, e inoltre le complicazioni derivanti dalla Brexit fanno del loro peggio per dissuadermi dal frequentare la terra degli albioni.
Vi confesso che, nonostante io ami molto l’Alsazia, la perfetta cornice per il Carrefour Européen du Patchwork, a malincuore c’avevo già rinunciato; troppi i rischi di contagio connessi al lungo viaggio in treno o in autobus. L’aereo, già lo sapete, poco mi garba, e guidare l’automobile per 1700 chilometri (tra andata e ritorno) sarebbe stato uno stress di non poco conto per il mio sherpa/fotografo/guida/interprete/webmaster/tuttofare/ecc.
E allora? Continua a leggere

Val d’Argent 2019

flag-alsace-svgMi sbagliavo.
Sai che novità, direte voi.
E invece la novità c’è, ossia che mai sono stata così felice di sbagliarmi.
Penso che da un po’ abbiate notato nei miei post un’ombra di stanchezza, si direbbe un larvato pessimismo nei riguardi del patchwork, come se avessi smesso di aspettare che sull’estremo confin del mare si levi quel fil di fumo, colorato s’intende, e che si stessero dissolvendo quelle illusioni alle quali mi sono sempre aggrappata fin da quando ho iniziato a tagliare e ricucire dei frammenti di stoffa.
Vi confesso che, nel passato, c’è chi ha fatto del suo peggio per demoralizzarmi, ciò nonostante tutto ho sopportato e tutto potevo sopportare ancora, ma ultimamente non riuscivo a reggere lo sconforto causato dalla sensazione che fossi testimone di un tramonto, il ripiegamento del patchwork su sé stesso, la riproposizione di temi già visti, le fughe in direzione del puro effetto, le esibizioni velleitarie nelle quali mancavano sia l’arte che la tecnica, e, nota dolente, l’esiguità di un promettente ricambio generazionale.
Le prime crepe si erano formate già qualche anno fa, quando erano troppo frequenti dei déjà vu, l’impressione di minestra riscaldata tanto per capirci, e a ricevere apprezzamenti e premi erano i soliti nomi noti.
Ah, che madornale errore il mio! Ero cieca, ma ora vedo.
Chi ha fatto il miracolo?
Un solo nome: 25° Carrefour Européen du Patchwork.

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Fête du Fil

Un mese, no dico, dal mio ultimo post un mese senza telefono, e ovviamente senza internet, ma come si fa?
Finalmente qualcosa si è mosso, e allora, prima che la linea decida nuovamente di sparire, ho buttato giù in fretta e furia questo articolo su un’esperienza sinestetica che difficilmente dimenticherò.
occitaniaC’è chi va in Val d’Argent, chi va a Birmingham, chi va a Karlsruhe, chi va a Houston, chi va a Tokyo, chi va a Biarritz, chi va a Paducah, chi va a Veldhoven, e c’è anche chi si inoltra sino ai piedi della Montagna Nera per una mostra patchwork, ma soprattutto lo fa a sua insaputa.

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I girasoli

Rimango sempre sorpresa quando mi salta in mente una parola che nulla ha a che fare con la situazione nella quale mi trovo e che è la sintesi perfetta della situazione nella quale mi trovo. La parola in questione è “girasoli”, che poi sarebbe anche il titolo di questo post.
Come già si sa, io godo dei servizi personalizzati di una piccola agenzia turistica, talmente piccola che quando viaggio viene via con me. Ebbene, quella sera si era lì, io e la mia agenzia, a gustarci una Edelweiss placidamente seduti al tavolino di una brasserie alsaziana, quando, a tradimento, ecco che ti arriva quella constatazione: perché siamo qui noi due?

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