Apocalisse (o dell’uomo invisibile)

lettere1Nota di lettura
S. = Scrivente
L. = Lettrice/lettore

S. – Questo è un post diverso dagli altri. Parla di patchwork.

L. – E alloooora?
S. – Si tratta di un post su commissione.
L. – E a chi sarebbe balzata in capo la balzana idea di chiederti di scrivere un post?
S. – A Rossana.
L. – ????????????
S. – Proprio così, e non vi sto prendendo in giro, almeno non troppo, è proprio lei che mi ha imposto questa corvée. Ho offerto una tenace resistenza finché ho potuto, ma alla fine mi ha messo con le spalle al muro e, redde rationem, ho dovuto cedere. Ragion per cui mi ritrovo a svelare ciò che preferivo rimanesse celato, ma per ripicca tenterò in tutti i modi di mutare questa mia rivelazione in un audodafé e, già che ci sono, in una penitenza condivisa.
L. – Chi sei?
S. – Sono io, che domande…
L. – Ma insommaaaaaaa!
S. – E va bene, io sarei il tristo fantasma che aleggia nei meandri di questo blog, colui che si occupa di tutte le tediose incombenze pratiche, lo sherpa tuttofare, e in aggiunta mi occupo di stendere in un passabile idioma italico l’ampia gamma di giudizi, dall’estasi al rigetto passando per il deja-vu, che la mia attuale committente esterna con piglio draconiano.
L. – Non si è capito un accidente.
S. – Lo so, lo faccio apposta, sempre.
L. – Senti un po’, tristo fantasma, se insisti con questo andazzo va a finire male, non è che sto qua a farmi prendere in giro da uno sconosciuto.
S. – Uh, quanto siamo suscettibili oggi! Calma, calma, c’arrivo.
Allora…, chi pensate che si occupi di incrociare gli orari, gestire le prenotazioni, procacciare i biglietti e organizzare i trasferimenti per i viaggi di Rossana? Io.
E chi è l’addetto per tutte le problematiche logistiche, alloggio, ristorazione e relax? Sempre io.
Ci sarebbero anche un fotografo e un videomaker (o sedicenti tali) che testimoniano passo passo gli eventi ai quali la mia committente partecipa. Indovinate chi sono queste persone? Ovviamente io.
Il blog ha poi la necessità della supervisione del webmaster, una figura mitologica creata da antiche leggende che si perdono nella nebbia di internet, l’unico essere in grado di interpretare per i comuni mortali l’ermetica lingua delle divinità informatiche, quasi un semidio. E anche qui io sono presente.
Infine da un linguaggio fatto di 1 e 0 si deve passare a un linguaggio non meno complesso e per certi versi ancora più inesplorato, ovvero il dizionario della lingua italiana con la sua grammatica barocca, le sue imprescindibili sfumature semantiche, il pesante bagaglio etimologico e tutte le trappole seminate da finti sinonimi e scivolose anfibologie. A chi tocca affrontare questa Idra linguistica? Sempre a me, compito reso ancor più arduo dal fatto che, in fin dei conti, l’italiano non sarebbe la mia lingua madre e i miei studi non hanno riguardato aree umanistiche (comunque a scuola studiai sempre il minimo sindacale).
A tutto ciò si aggiunga il supporto morale che di tanto in tanto mi tocca offrire alla mia committente, un bonus del pacchetto “tutto compreso” che si rivela utile nei momenti di sconforto, quando il meteo fa le bizze, un ritardo sconvolge i piani, un’aspettativa viene amaramente delusa, un servizio risulta inadeguato, una o più persone urtano la sua sensibilità, o quando viene presa da una fase di stanchezza fisica o spirituale, tutti quei piccoli accidenti che la buona compagnia, qualche parola di incoraggiamento e un bicchiere di birra o di vino possono appianare.
Insomma, non essendo nemmeno pagato, sono praticamente uno schiavo.
Solamente il fatto di non essere, da tempo, non più giovane mi salva dal destino di dover fornire anche i carnali servigi di “Toy Boy”.
L. – Scusa, ma chi te lo fa fare? Che te ne viene?
S. – Risposta esatta.
L. – Era una domanda, non una risposta! Ma, dico, ci sei o ci fai?
S. – Entrambi. Comunque la domanda conteneva anche la risposta.
Perché dovremmo fare qualcosa solamente per riscuotere un ritorno, sia esso di tipo economico o sociale, materiale o ultraterreno? In questo caso cosa ci differenzierebbe dal topolino che impara a destreggiarsi in un labirinto per ottenere l’agognato premio organolettico?
Lo faccio esattamente perché non me ne viene niente, nemmeno la gloria, dato che sono e intendo restare pressoché invisibile.
Ammetto che il privilegio di vivere accanto a un’artista possieda del fascino, quello di poter scrutare le sue emozioni, condividerne i dubbi, compiacersi per i successi, e godere della visione esclusiva del “Making of” di un’opera, dalla genesi all’ultimo punto di rifinitura, ma è un privilegio al quale si deve talvolta pagare uno scotto, quando per esempio fioccano le diversità di opinione, le polemiche e financo accesi scambi verbali.
L. – Insomma sembra un vero Inferno. Ma va là, a chi la vuoi dare a bere? Se lo fai ci sarà pure un motivo.
S. – No.
L. – Proprio nessun motivo?
S. – Non ho detto questo.
L. – Grrrrrrr, adesso vengo fuori dallo schermo e ti insegno ben io a giocare con le parole…
S. – Nessun di gioco, si tratta di semplice matematica. Non c’è “un” motivo, ce ne sono di più, molti di più, ma niente che possa essere anche minimamente assimilato a una sorta di mercede a compensazione dei miei servigi, anzi, tutto questo mio daffare è cagionato da motivazioni che stanno a monte di tutto, come le nuvole stanno alla pioggia, la pioggia all’inzupparsi, l’inzupparsi al raffreddore, il raffreddore al fazzoletto.
L. – Beh, ce li vuoi dire o no questi motivi? Perché tanti misteri? Non vedo cosa ci sia di tanto strano nell’andare per mostre per descrivere quanto si è visto.
S. – Hai ragione, non c’è proprio nulla di strano, e proprio qui sta l’anomalia, giacché mai mi capita di adoperare ago e filo, né per scopi funzionali e nemmeno per assecondare attitudini artistiche, pertanto tutta la faccenda di misurare, tagliare e ricucire dovrebbe lasciarmi abbastanza indifferente.
Trovo logico che l’artista tessile, o chi aspira a diventarlo, brami la visione di una esposizione di opere patchwork, per osservarle da vicino, ammirarle, trarne ispirazione, o persino criticarle, ma io, un emerito incompetente, perché dovrei spendere le mie (futili) energie e il mio (scarso) tempo per qualcosa che mi vedrà sempre distaccato spettatore?
L. – In effetti c’è chi se lo chiede, e suppongo che talvolta persino Rossana trovi, a esser buoni, “stravagante” questo tuo atteggiamento.
S. – Più che stravagante lo definirei enigmatico, ma stavolta, come ritorsione del fatto di essermi dovuto palesare, mi voglio levare il gusto di sciogliere l’arcano, sempre che la mia narrazione non lo renda ancora più oscuro (e magari potrebbe essere proprio questo il mio scopo…).
L. – Sentiamo, ma non farla troppo lunga però.
S. – Ah no, qui non stiamo al mercato, non si tira sul prezzo. Se la vuoi questa pietanza la devi prendere com’è, dolce o salata, corta o lunga, leggera o pesante, elementare o astrusa, quello che viene viene.
Dunque…
L. – Ahi ahi ahi, mi sa che ho commesso un catastrofico errore. Forse era meglio lasciar perdere tutto e spegnere il computer.
S. – Dunque dicevamo, anzi ci chiedevamo, perché il patchwork è così interessante?
L. – Ma perché parli come un professore? Non siamo mica a scuola…
S. – Silenzio! Altrimenti qua perdiamo tempo, e io rischio anche di perdere il filo del discorso.
Allora, cominciamo con una domanda facile facile, per esempio il nome di famose pittrici.
L. – …mmm… Frida… Frida Kahlo…
S. – Bene, e poi?
L. – …
S. – Beh, non pretendo che sappiate dell’esistenza di Timarete e Kalypso (sì, sì, proprio come quella del film sui pirati dei Caraibi, però non divaghiamo, per favore) citate da Plinio il Vecchio, ma almeno avrete ammirato qualche opera di Artemisia Gentileschi. E che dire dei luminosissimi ritratti realizzati dalla veneziana doc Rosalba Carriera?
La cantante Madonna è abbastanza famosa, ma pochi sanno che la sua pittrice preferita è Tamara de Lempicka, tanto che alcuni suoi quadri hanno dettato gli atteggiamenti della popstar e ciò che viene definito il suo “look”.
Proviamo adesso con la scultura.
L. – …
S. – Architettura? Fotografia? Musica? Ah, meno male, arriva qualche nome, sempre pochi però rispetto ai corrispettivi maschili.
Per tutta una serie di motivi ingiustificati e ingiustificabili, anche l’arte ha patito le conseguenze di una visione misogina tesa all’inferiorizzazione delle donne, relegandole a un ruolo sottomesso e utilitaristico o, al massimo, ornamentale. Non meno deleterio va considerato l’inflessibile imprinting imposto durante l’infanzia, quasi un addestramento pavloviano in grado di scolpire nella mente della donna la convinzione di essere una minus habens, magari per volontà divina, e quindi incapace di esteriorizzare come si conviene ogni inclinazione artistica, relegando quest’ultima a vezzo femminile nel migliore dei casi, a tollerabile eccentricità quando va bene, fino a trovarla insopportabilmente anormale.
Alcuni indizi purtroppo mi inducono a non considerare del tutto superato questo condizionamento autoimposto, ma di ciò tratterò più in là.
L. – Più in là? Allora ne hai ancora per molto?
S. – Uh, non ho nemmeno incominciato…
L. – Noooo, ma cosa avrò fatto di male per meritarmi questa penitenza…, vai avanti, vai, fuori il dente fuori il dolore, però vediamo di essere un po’ più concisi per favore.
S. – Mi spiace, qua non si mercanteggia, anche perché non ho idea di quale piega prenderanno le mie riflessioni, e nemmeno di quante parole mi serviranno per raccontarle.
L. – Mi arrendo, oppure mi sparo, devo ancora decidere…
S. – Ottimo. Intanto che cerchi di sciogliere questo amletico dubbio tenterò di spiegare il motivo dei miei quesiti di poco fa. Le risposte che mediamente ricevo denunciano l’ennesima, secondo me imperdonabile, distanza tra i generi, un divario congegnato e mantenuto in forza, e talvolta con la forza, di un permeante predominio maschile della società.
Ebbene, a questa plurisecolare dittatura sessista pare che il patchwork sia riuscito a sottrarsi, magari con l’inganno spacciandosi come attività economica, ovvero che attiene alle faccende di casa casa, dal francese “économie”, ovvero “gestion de la maison” (e adesso conosci anche il significato di “cucina economica”), e in seguito accettando di essere annoverato come innocuo hobby femminile, dissimulando così la sua peculiare valenza artistica.
Ebbene, ciò che io compio quando vedo una mostra o anche una singola opera tessile è un viaggio degno di un romanzo di fantascienza, entro e mi inoltro nell’universo parallelo che è regolato dal femminile, o come preferisco definirlo, dal femminino, un mondo dove mi trovo io in minoranza e al quale devo adeguarmi.
L. – Femminile, femminino, stiamo a spaccare il capello in quattro adesso…
S. – Tutt’altro.
Femminile è una definizione troppo superficiale, oserei dire sommaria per comprendere la complessità della donna: sa di rosa, di vezzo, di fatuo, è un termine divisivo, settario, limitativo, e funzionale al concetto maschile di interazione tra i generi, e per giunta ormai inadeguato alle molteplici identità sessuali.
Il femminino è un concetto ampio e sfaccettato, caratteristico sì della donna, ma totalmente svincolato dal suo ruolo sociale o fisiologico in quanto cerca di rappresentare ciò che di lei è più alto e allo stesso tempo più profondo, vitale eppure trascendente, l’Alma mater dei latini e la Beatrice di Dante.
L. – Va bene, abbiamo capito, ma cosa c’entra tutto questo con il patchwork?
S. – Come sarebbe a dire cosa c’entra? Tutto c’entra!
Colui che si occupa unicamente di coltivare, e al caso sfoggiare, tutto quello che il comune sentire definisce ancora “maschile”, dalla carriera al fare soldi, dal bere forte alla nuova automobile, dal gallismo alla valutazione insindacabile di tette e culi, non percepirà mai, ribadisco mai, nemmeno in misura infinitesimale, l’affascinante diversità di questo universo parallelo, e non a caso ho utilizzato l’aggettivo “affascinante”, in quanto, non facendone io parte nativa, non sempre riesco a comprenderlo, ma cosa vi di più fascinoso del mistero?
L. – A dire il vero io trovo difficile comprendere dove stia tutta questa suggestione; il patchwork è interessante, ma in fondo si tratta di tagliare della stoffa e di ricucirla per creare qualcosa di gradevole, se poi lo fanno solamente le donne è perché gli uomini con ago e filo non hanno troppa dimestichezza.
S. – Sul secondo punto potresti avere ragione, te lo concedo. Mettiamo però il caso che tu sia una quilter, perciò il patchwork dovrebbe trovarti sempre disponibile a un ragionevole apprezzamento,  ecco, vorrei che prendessi in considerazione l’ipotesi di essere, metaforicamente, un pesce.
L. – Dico, come ti permetti, io un pesce? Dove diavolo vuoi andare a parare con questi discorsi assurdi?
S. – Calma, calma, si tratta solamente di un’immagine simbolica che mi è utile per dare forma, spero comprensibile, alla peculiarità della mia relazione (pericolosa?) con il patchwork.
Cerco di spiegarmi.
Immagina per un momento di essere un pesce, un bel pesce, una corvina per esempio, il pesce più elegante che vive nell’Alto Adriatico. Cosa potresti vedere in forma di pesce?
Vedresti la scogliera, le alghe, altri pesci, molluschi, crostacei, un mondo non meno interessante, mutevole e multiforme di quello che sta sopra il tuo cielo ondoso. Ma non vedresti il mare.
Io invece straniero non dotato di branchie e pinne mai potrò avere un rapporto intimo e vitale con il tuo mondo acquatico, non ne comprenderò l’essenza, al massimo ne trarrò qualche esperienza fuggevole, giusto il tempo di uno sguardo appannato e di un brivido. Però vedrò il mare.
Ne vedrò la superficie, piatta o procellosa, vedrò un refolo di vento carezzare contropelo le onde, vedrò il candore della spuma che sale allo scoglio, vedrò le venature di verde, di turchese, e di blu come se fossero prati o venature di legno liquido, vedrò iridescenti angeli (o demoni) volare nell’acqua, vedrò l’incendio appiccato dal Sole che muore a occidente, vedrò i diamanti che la Luna porta in superficie, e soprattutto vedrò un orizzonte irraggiungibile come un’utopia, perciò irresistibile e assassino, forse la sola ragione che ha spinto l’essere umano a spingersi oltre la logica del riconoscibile.
Così è per il patchwork. Pur essendone allogeno non riesco a non subirne la suggestione estetica, e provvisto della bisogna, l’equivalente di maschera bombole e pinne di chi si immerge nel mare, ovvero curiosità, anticonformismo, ricettività e, purtroppo insopprimibile, senso critico, esploro questo universo parallelo, in parte alieno, comunque ricco di aspetti sorprendenti e rivelatori.
L. – Bene, devo dire che finalmente s’è capito, anche se non proprio tutto tutto, perché ti piace andare per mostre, e anche cosa ti spinge a tutto quell’oscuro lavoro di organizzazione del blog.
S. – Veramente io non avrei terminato…
L. – No? Ancora non basta? Mi pare che stai esagerando, e poi io avrei anche altro da fare nella vita che stare a leggere i tuoi ragionamenti, scusa se te lo dico, contorti.
S. – Mi dichiaro colpevole, Vostro Onore, però, come disse lo scorpione alla rana prima di annegare, è nella mia natura, perciò la chiudiamo qui o ti tocca un’altra dose della mia medicina.
L. – Bah, a questo punto voglio proprio vedere cos’altro potresti scrivere ancora sul patchwork. Ti sfido.
S. – Sfida accettata.
Tieniti forte, quanto sto per rivelarti è una chiave di lettura che raramente, anzi suppongo mai, è stata messa in evidenza: il patchwork è una presa di posizione politica.
L. – Eeeeeh?
S. – Esatto, hai letto bene, ho scritto proprio “politica”.
Lo so che sembra un’affermazione strana, fuori luogo, gratuita, eppure più delle parole contano le azioni, e queste ultime mi hanno convinto che il patchwork è un’attività resistente al capitalismo, una delle poche rimaste.
Rifletti sul fatto che moltissime forme d’arte hanno ceduto al canto delle sirene della mercificazione, su quanto pesi sulla valutazione di un’artista il suo successo economico, su come e perché vengano stilate aride classifiche di vendita, esaltati i palmares di premi un tanto al chilo, promosse le aspettative del mercato dell’arte, e su quanto tutto questo abbia inquinato le menti, autori e pubblico nello stesso calderone.
Il patchwork, per il momento, sfugge al setaccio troppo grossolano del Dio Mercato, e vi riesce non per merito di una forza di opposizione (che comunque non possiede), bensì proprio grazie alla sua intrinseca delicatezza.
La quilter non se rende conto, o perlomeno non ci fa caso, eppure nella sua splendida individualità così incerta e mutevole è un atomo irriducibile, una realtà che vive al di fuori dalla realtà, e pertanto risulta incommensurabile per assenza di termini di paragone. Il mondo del patchwork è composto da milioni di queste unità elementali (bada, non è un refuso), legate cioè agli elementi fondamentali, fuoco, aria, acqua e terra, dalle quali traggono ispirazione tramite i colori, rosso, giallo, blu e verde, e che grazie a quella si innalzano al di sopra degli elementi fisici per la creazione di un altro mondo nel quale la valuta corrente è la magia del fantastico e non il gretto denaro.
Pur nella ragionevole aspirazione di un riconoscimento materiale, la maggior parte di queste artiste non desidera altro che vedere finalmente compiuto su stoffa il sogno che le agita senza tregua, il disegno impalpabile che si è costruito da sé, la loro versione originale, e pertanto non possono essere condotte in gregge ai verdi pascoli del capitalismo per essere ingrassate e tosate.
Non meno radicali sono i concetti di riciclo, recupero, trasformazione e riuso, ovvero ciò che sta esattamente agli antipodi dell’imperante consumismo, quest’ultimo una delle colonne portanti del capitalismo assieme al profitto, alla concorrenza e al predominio del mercato sull’individuo.
Quindi come non potrei provare simpatia per queste anarchiche discendenti di Tommaso Moro, William Godwin e Michail Bakunin?
L. – Bastaaaa, prendi fiato almeno, e mi sta venendo pure un tremendo mal di testa. Comunque mi sembra che il fatto di buttare tutto in politica sia un facile espediente, e poi si tratta sempre di opinioni, c’è chi potrebbe vedere la faccenda in maniera del tutto opposta.
S. – Hai ragione, le opinioni son come le ciliege, una tira l’altra, e non si finisce più di discutere.
L. – Tra l’altro non mi pare che ci si possa appassionare troppo a questi ragionamenti politici, è roba da talk show, mentre chi fa un patchwork pensa solamente al patchwork, e mentre lo fa non si cura del resto, né di altri lavori, né di soldi, e tanto meno di politica, smette di essere la persona di tutti i giorni per diventare, almeno per un po’ di tempo, una persona diversa.
S. – Esatto, non sai quanto hai detto bene.
L. – Il fatto che io abbia detto bene mi procura un pizzico d’angoscia, chissà perché. Devo preoccuparmi?
S. – Non ne vedo il motivo, quando hai ragione hai ragione: la vera quilter è una persona diversa.
L. – Ma tu, in che senso la intendi diversa?
S. – Nel senso che si distingue da chi non dedica animo, energie e tempo al patchwork, e soprattutto da chi non lo fa nella maniera più sincera e incondizionata che si possa immaginare.
In questi anni di reportage mi è capitato di incontrare delle vere “aficionade” la cui salute consiglierebbe il riposo e la moderazione, e che invece si sacrificano per raggiungere le località dove si tengono le esposizioni, magari in borghi scarsamente connessi con il resto del mondo e difficili da trovare anche con mappa e navigatore satellitare. Ho visto caviglie gonfie come meloni che comunque nulla potevano contro l’indomita volontà della visitatrice intenta a trascinarsi per enormi saloni e infiniti corridoi. Scalinate erte e sconnesse non sono mai state in grado di spaventare le aficionade, anche quando quelle dovevano aiutarsi con stampelle o con tutori ortomeccanici di ogni sorta. Canicola o pioggia gelida alle amanti del patchwork non fanno appunto né caldo né freddo, esse sopportano tutto con gioioso stoicismo.
Troverei giusto che nelle località dove si tengono periodicamente le mostre venga eretto, al pari di quelli per i caduti di una delle tante guerre, un monumento alla quilter ignota, una persona un po’ avanti negli anni, palesemente stanca, che si sostiene su un bastone e che, oltre a un piccolo zainetto sulle spalle, si trascina dietro un borsone o un trolley pieno di riviste, di stoffe e di altri ammennicoli in tema.
Comunque, anche senza troppi indizi, riesco ormai a individuare una vera quilter in mezzo ad altre persone.
In primo luogo la camminata, la stessa di un cercatore di funghi. Che la quilter si trovi in un viale di una grande città oppure lungo la strada in selciato di un paesino il passo è lo stesso, lento e regolare, quello di chi è abituato a camminare molto perché molto deve vedere nella giornata, ma senza fretta. Guai ad avere fretta, si rischia di mettere un piede in fallo, o, guaio ancora peggiore, di passare oltre senza notare qualcosa di prezioso, un bel porcino per il cercatore, e per l’aficionada un quilt fuori dal comune, magari il più interessante della mostra, o anche, e capita spesso, uno scorcio inaspettato, una particolare prospettiva, un dettaglio originale, un’inaspettata combinazione cromatica, insomma qualsiasi cosa che valga la pena di conservare in cassaforte per i giorni in cui ci si lambiccherà il cervello a caccia di un’ispirazione che sfugge come un’anguilla.
E poi lo sguardo che vede, osserva, nota, squadra, misura, prende nota, e intanto lei chiacchiera, ordina un caffè, si aggiusta la borsa sulla spalla, attende il bus, scorre una vetrina, sempre, ogni momento, due persone in una, la dottoressa Jekill e Miss Hide, trasparenti a sé stesse, ma non invisibili, almeno non per chi sa catturare i dettagli.
L. – Mamma mia, che quadro! Non è che mi stai prendendo in giro, vero? Mi sembra impossibile che esistano persone del genere, persone così… così… così prese da un’attività che, tutto sommato, dovrebbe essere divertente, o almeno rilassante.
S. – Purtroppo, e per fortuna, sui termini“rilassante” e “divertente” ci sarebbero parecchie opinioni discordanti.
Il patchwork è un’espressione artistica unica nel suo genere, più simile all’architettura che alla pittura; lo sforzo per riuscire a superare i limiti fisici del materiale e dello spazio occupa l’immaginazione della quilter al massimo delle sue possibilità, e anche oltre.
Tagliare una stoffa supera il mero concetto di misura e separazione. Tagliare significa sconfiggere l’esistente, una pars destruens che annulla la funzione originale, il visibile, il senso, la logica, un atto che va nella direzione e nel verso di un diverso ordine, una sorta di decostruzione “materiale”, la sola che permette all’artista di creare un’opera in grado di comprendere in sé l’apparente e il segreto.
Chi osserva un patchwork può ammirarne l’armonia compositiva, l’equilibrio cromatico, la cura posta nella fattura, l’originalità del soggetto, l’impatto estetico, e tutte le altre proprietà visibili. Chi invece quel patchwork l’ha realizzato ne conserva tutte le sensazioni più intime, l’ispirazione, la genesi, la fatica, i dubbi, l’esaltazione, e tutti i ricordi che a quella “Flatland” tessile donano una terza dimensione, il pensiero, e una quarta, il tempo.
Quel meraviglioso travaglio viene contenuto a stento nei pochi decimetri quadrati che costituiscono il “visibile”, e viene tradito solamente da qualche elemento incongruo, indizi drammatici come le rasoiate di Fontana o i fori delle pallottole sparate da Burroughs.
L. – Mai vista roba del genere alle mostre. Sei sicuro di ciò che dici, oppure è solo l’effetto di qualche sostanza strana o semplicemente alcolica? Un patchwork può piacermi o non piacermi, e in genere il mio metro di giudizio è “lo appenderei in casa?”.
S. – Ottimo sistema, te lo concedo, ma non è sul gusto personale che vado ragionando, bensì su quanto spessore immateriale sia celato dietro a una composizione tessile, un elemento invisibile, indecifrabile, ma non per questo impercettibile, almeno non per me. È proprio questa parte così lieve, e mi pare giusto definirla “immaginaria”, a interessarmi. Se fossimo a Praga nei primi anni del ‘900, Christian von Ehrenfels ci spiegherebbe il patchwork come espressione artistica della Gestaltpsychologie, la psicologia della forma, nella quale “l’insieme è più della somma delle sue parti”. Sarai d’accordo con me che questa peculiarità è ancora valida a più di un secolo di distanza e, tenendo conto di quanti giri di valzer ha compiuto la nostra civiltà in cent’anni, dimmi se ciò non sia degno di rispetto e ammirazione.
L. – Ma se così fosse il patchwork dovrebbe trovarsi nei musei, nelle gallerie d’arte, essere oggetto di studio, di ricerche stilistiche, godrebbe di attenzioni mediatiche in grado di farlo emergere tra le arti applicate, e di conseguenza la sua valutazione sarebbe molto alta. Mi pare invece che ciò non stia avvenendo, non dalle nostre parti almeno, ma suppongo che anche oltreoceano il patchwork sia riservato a un mercato di nicchia, o sbaglio?
S. – Risposta esatta.
L. – Ci risiamo con gli indovinelli. Era una domanda, non una risposta!
S. – Lo so benissimo, però quanto hai constatato è tutto sommato una risposta, ovvero la conferma degli indizi di condizionamento autoimposto che ti avevo anticipato qualche migliaio di righe fa, non ricordi?
L. – No.
S. – Non c’è problema, te li riassumo.
L. – Uffa…
S. – Inutile girarci troppo attorno: per quanti proclami si facciano, per quanti buoni esempi si diano, per quante buone intenzioni si professino, il potere è ancora una cosa da maschi. Purtroppo anche l’arte ne ha risentito e ancora ne risente, e ciò non a causa di una indimostrata e indimostrabile superiorità di un genere rispetto all’altro, ma in forza di una cultura tesa in modo permanente all’inferiorizzazione della donna, relegandola a ruoli secondari e dipendenti.
Gli effetti di un’assurda segregazione di genere hanno privato l’umanità di innumerevoli menti che avrebbero potuto portare il loro contributo allo sviluppo scientifico e artistico. Senza questo “apartheid” sessuale chissà dove saremmo potuti arrivare, tutti, insieme, uomini e donne.
La conseguenza più tragica di questa situazione è l’imprinting che molte donne sono state costrette a subire fin dalla più tenera età, una coercizione nemmeno tanto subliminale che viene loro riproposta durante ogni fase della loro vita, e che in più di qualche caso le porta ad autocensurarsi quando invece desidererebbero liberarsi del loro ruolo e della loro divisa.
L. – Beh, direi proprio che il patchwork serve proprio a questo, per trovare qualche momento di creatività al di fuori del solito trantran, una condizione scelta o imposta poco importa, ciò che conta è che la fantasia trovi una sua forma visibile, e in questo caso anche tattile.
S. – Niente di più vero, peccato che talvolta questi momenti di espressione artistica vengano vissuti come una fuga e non come una componente essenziale e irrinunciabile del proprio io, e non intendo un “io” egoista, geloso e calcolatore, bensì parlo del caro e vecchio “es” di freudiana memoria.
Più spesso di quanto si possa immaginare ho avvertito una fattispecie di ritrosia nelle quilter, un atteggiamento che non ha nulla a che fare con la modestia, ma che invece nasconde un assurdo senso di colpa per aver trascurato il dovere per il piacere. Ciò non vale ovviamente per chi ormai ha trovato al sua strada, e con quella i riconoscimenti che merita ogni artista di valore, e anche per chi ha deciso in piena coscienza di rompere gli schemi a costo di suscitare curiosità quando va bene, o diffidenza e biasimo troppo spesso.
Non saprei spiegarmi altrimenti come mai certe esposizioni patchwork si svolgano in luoghi remoti e quasi inaccessibili, e come mai, al di fuori del settore, godano della stessa risonanza (ante e post) delle riunioni carbonare ai tempi del Lombardo-Veneto austroungarico.
Cotanto pudore bene non fa, né all’artista e nemmeno all’arte, in quanto è limitativa dell’elemento essenziale: la libertà di espressione.
Come sale sulla ferita aperta cade una qual certa difficoltà ad aprirsi al mondo, forse per timore del confronto, e così tutto rimane confinato in un’iridescente bolla, un microcosmo nel quale le leggi universali sono peculiari, ma purtroppo anche arbitrarie.
I concorsi ne sono l’esempio emblematico in quanto le opere vengono giudicate da altre quilter, ognuna delle quali vanta, com’è ovvio, la sua storia, la sua visione, la sua inclinazione, ma potrebbe non possedere alcuni titoli essenziali per giudicare, per esempio una formazione in storia dell’arte, un’estesa e molteplice manualità, un’ottima memoria fotografica, e uno spassionato senso critico.
Un patchwork può essere polimorfo, caleidoscopico, complesso, minimale, rutilante al limite dello sfacciato, delicato come una piuma d’oca, evocativo, ermetico, lirico, essenziale, e pertanto va giudicato da occhi esperti, occhi che hanno visto, affrontato, misurato, studiato anche altro oltre alla stoffa, quelli per esempio di un critico d’arte, un pittore, un fotografo, un matematico, e financo, udite udite, un architetto (e chi mi conosce sa quanto mi costi ammetterlo).
L. – Cos’hai contro gli architetti?
S. – Lasciamo perdere, altrimenti la faccenda si farebbe lunga…
L. – Ah, perché, questa sarebbe breve?
S. – Non provocare. Chi sa teme i miei periodi torrenziali, la punteggiatura stile “matrioska”, i capovolgimenti di frittata e gli allungamenti di brodo. Ho scritto quel che ho scritto, e quanto ho scritto, col solo scopo di rendere palesi i motivi di un’attrazione, se non fatale, almeno irresistibile, giacché a prima vista essa potrebbe apparire frutto di un mio atteggiamento, stravagante o insincero a seconda di come lo si interpreta.
L. – Mi chiedo allora, sei ti piace tanto ‘sto patchwork, cosa ti trattenga dal provare a realizzarne uno anche tu, così vediamo cosa sei capace di fare. Magari ti riesce pure bene.
S. – Niente da fare, non ci casco.
Avverto comunque un accenno di rimprovero, bonario s’intende, ma pur sempre un appunto critico, nel senso che, non dimostrando io di saper realizzare materialmente un’opera tessile, dovrei dispensarmi dall’esternare una qualsiasi opinione in merito; in poche parole sarei equiparato al ben noto “turco alla predica”.
Risponderò a questo appunto tirando in ballo la musica.
L. – La musica?
C. – Certo. Immagina di essere una melomane, appassionata ascoltatrice di opere liriche, delle quali conosci e apprezzi le arie, i personaggi, i libretti, le interpretazioni, eccetera. Ebbene, questa passione non richiede che tu sia diplomata al conservatorio, anche se esserlo aiuterebbe (ma non è sempre detto). In ogni modo, per dimostrare che ami la lirica non è assolutamente necessario che tu lanci urla strazianti nel patetico tentativo di imitare i gorgheggi della Regina della Notte, oppure che spaventi il vicinato cercando di raggiungere i registri bassi di Ulrica, ovvero è ammesso che tu riesca ad apprezzare con relativa competenza la musica lirica pur essendo (per ipotesi) stonata come una campana fessa.
Se tanto mi da tanto, mi si dovrebbe consentire di dire la mia anche se (per ipotesi) non riuscissi nemmeno tenere un ago in mano senza pungermi.
Da non trascurare nemmeno il fattore distanza, ovvero che da spettatore esterno ho il privilegio di poter osservare in prospettiva gli stili, le evoluzioni o le involuzioni degli stessi, le tecniche, il successo o l’insuccesso degli esperimenti, l’insorgere di stereotipi, tutti aspetti che mi sfuggirebbero qualora io fossi, per ragioni tecniche, cucito a doppio filo con il patchwork.
Figurati poi cosa avverrebbe se ne ricavassi una qualche forma di apprezzamento: per me sarebbe la fine, rimarrei schiacciato sotto il peso del mio ego.
L. – Quindi solo spettatore?
S. – Solo spettatore.
L. – Però come spettatore sei piuttosto invasivo.
S. – È una critica che mi viene mossa di frequente, soprattutto da Rossana. Il fatto che io organizzi le sue escursioni comporta vantaggi e svantaggi, tra i primi una certa sicurezza di partire, arrivare e tornare, tra i secondi la mia costante presenza, la quale può essere, a seconda dei casi, inopportuna, ingombrante, fastidiosa, imbarazzante, irritante.
La gestione del blog non sfugge a questa logica, nel senso che è lei la quilter, l’artista, l’esperta, e ciò nonostante deve subire le mie invasioni di campo quando mi trovo a mettere in bella copia le “sue” impressioni che ha ricavato dal “suo” viaggio.
Ho un bel ripeterle che sono solamente un traduttore, o un pittore che invece dei colori usa l’alfabeto, e che si limita a riprodurre con buona approssimazione ciò che lei fa trapelare nei suoi commenti, salaci o benevoli che siano. Niente da fare, lei rimane irremovibile nella sua decisione di farmi confessare il misfatto, ovvero che sono io a curare la stesura finale dei testi.
Ebbene sia. Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa, riconosco il mio delitto, quello di spendere il poco tempo che ho per cercare di dare al suo blog una forma almeno comparabile alle opere che vi sono rappresentate.
Prima che venga emessa la sentenza vorrei sperare che la corte consideri le attenuanti a discarico, ovvero il mio sincero interesse per il mondo del patchwork, ivi condotto per mano da Rossana, e che il mio lavoro per questo blog altro non è che una minima espressione di gratitudine nei suoi riguardi per avermi accordato la possibilità di condividerne le emozioni.
Ho finito.
L. – Era ora!
boschNota – Come spesso capita, il titolo potrebbe ingannare, nel senso che “apocalisse” non significa che questo post è la fine del mondo, bensì si richiama al greco “apocalypsis”, ovvero “rivelazione”.

One thought on “Apocalisse (o dell’uomo invisibile)

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