Fête du Fil

Un mese, no dico, dal mio ultimo post un mese senza telefono, e ovviamente senza internet, ma come si fa?
Finalmente qualcosa si è mosso, e allora, prima che la linea decida nuovamente di sparire, ho buttato giù in fretta e furia questo articolo su un’esperienza sinestetica che difficilmente dimenticherò.
occitaniaC’è chi va in Val d’Argent, chi va a Birmingham, chi va a Karlsruhe, chi va a Houston, chi va a Tokyo, chi va a Biarritz, chi va a Paducah, chi va a Veldhoven, e c’è anche chi si inoltra sino ai piedi della Montagna Nera per una mostra patchwork, ma soprattutto lo fa a sua insaputa.

Andiamo con ordine.
Prima domanda: dov’è questa Montagna Nera? Se non avete voglia di cercarla su Wikipedia, ve lo dico io, si tratta di un massiccio montuoso dall’Alta-Linguadoca, a metà strada tra i Pirenei e il Mediterraneo. Beh, proprio nera nera non sembrava, però bisognerebbe salirci per scoprire quanta poca luce possa filtrare attraverso i fitti boschi che la coprono sino alla vetta.
Seconda domanda: era proprio necessario arrivare fin lì per vedere dei quilt?
Dipende.
Se vi piacciono i viaggi comodi, i nomi altisonanti, le esposizioni in grande stile, lasciate pure perdere. Se invece amate la spontaneità, l’entusiasmo, l’insolito, allora forse era proprio necessario smarrirsi, abbandonare la strada vecchia per la nuova, perché so cosa si perde, ma non avete idea di cosa si trova.
Terza domanda: in che senso “a sua insaputa”, sarebbe come dire che la mostra l’ho incrociata per caso?
Già, il caso, è stato proprio il “caso”, perché si dà il “caso” che io goda dei servizi di una piccolissima agenzia di viaggio, la quale ormai mi conosce talmente bene che è in grado di scarrozzarmi in giro senza nemmeno dirmi dove si va, e perché, ma alla fine tutto si risolve sempre in una bella sorpresa.
Facciamo un passo indietro. L’incidente al polso e le sue deleterie conseguenze a lungo temine mi trovavano abbastanza abbacchiata, perciò il mio personale agente di viaggio pensò bene di consolarmi con una scorreria in Occitania, nota anche come Linguadoca.
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Carcassonne

Montpellier, Sète, Carcassonne, Avignone, Arles, Aigues-Mortes, la Camargue, ecco le tappe di questo tour, una più affascinante dell’altra, per non parlare del clima, caldo secco, e della buona cucina, e, e, e dell’ottimo vino.
Quando venni a sapere che quel mattino ci aspettava un’escursione fino a Labastide-Rouairoux rimasi un filo interdetta. Il nome non mi diceva nulla, se non una vaga quanto assurda somiglianza con la Bastiglia, e nemmeno il mio inseparabile Lonely Planet ne faceva mezza parola. Comunque se Labastide dev’essere, che Labastide sia, e allora via verso il Tarn.
Dopo un’oretta di strada di montagna arrivammo in questo paesino che a prima vista giudicai avesse un migliaio di abitanti o poco più. Niente paesaggi mozzafiato, niente castelli imponenti, niente auguste rovine, niente palazzi storici, niente folclore, solamente la strada fiancheggiata da case abbastanza modeste nell’aspetto e nell’effetto, vecchie ma non ancora antiche, dignitose e sobrie, tanto che iniziai a nutrire qualche dubbio sui gusti della mia guida turistica. Mi tratteneva solamente la sensazione che stesse ridendo sotto i baffi, con la stessa espressione di chi, a carte, ti sta per calare un cappotto o una scala reale. E infatti…
Lo vidi con la coda dell’occhio quel banner. Era rosso, e ciò che vi si leggeva era più che comprensibile anche per me che non conosco il francese: Fête du Fil 2017.
lafetedufilAncora oggi non so capacitarmi di come e dove egli sia riuscito a scovare le informazioni su quella manifestazione in un luogo così remoto, e nutro il concreto sospetto che abbia organizzato tutto il viaggio in Occitania solo per ricavarne la sadica soddisfazione di lasciarmi a bocca aperta per l’ennesima volta.
Però ne valeva la pena.
La mostra si svolgeva all’interno di un edificio pubblico, suppongo una palestra, ma all’esterno, su un grande prato, si trovava tutto quanto qui di norma è introvabile, stoffe e passamanerie del tempo che fu, creazioni tessili originali per gusto e materiali, oggetti di artigianato locale, e un’allegra atmosfera da festa di paese, sentita e sincera, ormai introvabile qui, appunto.
Attraversata la strada principale, eccomi arrivata all’esposizione delle quilter locali, una serie di opere grandi e piccole realizzate dall’associazione Patchwork au Fil du Thorè, dove non sono riuscita a resistere alla tentazione di comprarmi una bella borsa patchwork, pur vergognandomi ancora adesso di quanto poco l’abbia pagata.
Se nell’esposizione principale si potevano ammirare le raffinate creazioni di Maria Suarez, in quella di Patchwork au Fil du Thorè era possibile scoprire delle opere di gusto pregevole, semplici e simpatiche proprio come la gente di paese.
Per buon peso potremmo aggiungere che si poteva visitare un laboratorio artigianale di tessitura, con tanto di stampi originali per la decorazione delle stoffe, e se ancora non vi basta, a Labastide-Rouairoux, in quella che era un’azienda tessile del XIX secolo, c’è un museo della lavorazione della lana, dalla materia prima fino al prodotto finito.
Tanto per darvi un’idea, abbiamo raccolto in un breve filmato alcuni momenti di questa esperienza francese, ed essendo stato il patchwork “solamente” un inciso del Tour dell’Occitania, ho inserite le immagini dei quilt un po’ qua e un po’ la, in mezzo a quelle delle località che ho visitato.
Come sempre, queste e altre immagini le potete trovare sul mio album di Flickr.
Prima di lasciarvi (o prima che la linea telefonica mi lasci), permettetemi un piccola osservazione, magari maliziosa, ma, si sa, in cauda venenum.
Se avete fatto caso, nel filmato appaiono per un attimo una serie di opere ben allineate. Si tratta dei lavori che avevano partecipato al concorso “La magie de la couleur” del Carrefour Européen du Patchwork 2016 in Val d’Argent. L’organizzazione francese si è presa l’impegno di far girare quelle opere, tra le quali anche la mia, per renderle visibili a una platea ancor più vasta di quella della mostra alsaziana, e non si è dimenticata delle piccole esposizioni periferiche, per offrire, oltre un certo richiamo di pubblico, una sorta di riconoscimento per l’impegno profuso dalle piccole associazioni di provincia.
Dove sta il veleno? Sta nel fatto che questa disponibilità, quest’azione propedeutica e diffusiva, nell’altrove che so io è per certi versi ancora di là da venire, e forse non verrà mai. (ma perché assomiglio sempre di più a Olive Kitteridge?)
Au revoir

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