Non c’è ragione

fotoNon c’è ragione per essere qui, alle sette di mattina di un sabato assolato, in questa piccola stazione ferroviaria della Slovenia.

Non c’è ragione per alzarsi presto, prendere la macchina e guidare fin qua perché non esistono collegamenti ferroviari tra Italia e Slovenia.

Non c’è ragione per salire su questo piccolo treno locale che mi porterà a Ljubljana, e poi avanti, fino a Kranj con un altro treno simile.

Non c’è ragione per trascorrere, tra andare e tornare, cinque o sei ore in un vagone invece di fare cose più divertenti, andare al mare, curare il giardino, svagarsi con una bella passeggiata.

Non c’è ragione per andare a vedere una piccola mostra di un piccolo gruppo in un piccola cittadina della Gorenjska (Alta Carniola).

Non c’è proprio nessuna ragione. E poi, che sarà mai: una ventina di lavori, nulla di trascendentale, hanno iniziato da poco, e poco avranno da offrire in quanto a tecnica e composizione.

Niente nomi altisonanti, niente concorsi e premi da vincere, niente esposizioni a tema, niente aree commerciali, niente classi, niente ospiti dall’estero, niente di tutto ciò che, in misura variabile, accompagna esposizioni / mostre / festival / meeting / show, ed è corollario sfarzoso se non addirittura preminente rispetto alle opere esposte.

No, non c’è assolutamente ragione per andare, e allora è giusto che io vada, perché tutto si potrà dire di me, ma non che sono io sia una persona ragionevole.

Quando mi si chiede del patchwork, di quali siano le tecniche e le difficoltà, di quanta soddisfazione se ne ricavi e di come possa esprimere un’ambizione artistica, io aggiungo sempre che ci sono più dolorose spine che petali profumati, ma soprattutto che non esiste nessuna ragionevolezza, nessuna logica condividibile, nessuna spiegazione plausibile nel fare a pezzettini della stoffa e poi lambiccarsi il cervello, mangiarsi gli occhi e spendere una copiosa parte del (poco) tempo libero per ricucire il tutto.

E allora abbasso la ragionevolezza, la logica, la saggezza, il buonsenso; sia chiaro, queste sono tutte ottime qualità, per un ragioniere, un notaio, un uomo da sposare, ma il patchwork è un amante capriccioso e incontentabile, volubile e incontenibile, focoso e inesauribile; se non si ha una certa predisposizione, quella scintilla di pazzia (talvolta ben celata per una vita intera), non si può sperare di seguirne le bizze e gli slanci.

Quando ho saputo che a Kranj si era formato un gruppo di quilter, e che sabato ci sarebbe stata l’inaugurazione della loro prima mostra “Čas za patchwork“, non c’ho messo molto tra il pensiero di andarci e l’organizzazione del viaggio.
E così, eccomi qua, su questo trenino che si inerpica su per la Slovenia, a guardare un paesaggio che dall’autostrada è quasi sempre invisibile.
Quattro chiacchiere con il controllore, tanto per sapere che, volendo, il biglietto lo si può fare anche in treno, senza sovrapprezzo se la biglietteria in stazione non c’è oppure è chiusa, altrimenti c’è uno stratosferico extracosto di due euro e mezzo. Quando gli racconto dei nostri biglietti grandi come il ponte di una portaerei, che poi bisogna obliterare (e qui la traduzione è impervia) prima di salire sul treno, e dei 100€ (cento euro) di sovrattassa se non lo si fa, della rigidità del sistema di prenotazioni, mi guarda come se gli parlassi del sistema ferroviario di una delle lune di Saturno; egli fatica a credermi (e anch’io fatico a credere che siano le ferrovie di un paese civile).
… Medvode, Reteče, Škofja Loka, Kranj, siamo arrivati.

La città vecchia è piantata su uno sperone roccioso che si alza sulla confluenza dove il fiume Kokra si getta nella Sava, la quale attraversa tutta la Slovenia da Nord-Ovest a Sud-Est.
Bene, dopo quasi tre ore di treno, una breve scarpinata in salita non mi farà sicuramente male.

Kranj – Immagine da www.slovenijaturizem.com

 

Il centro storico è veramente storico, con edifici risalenti al XVI° secolo. Qui visse, morì e vi è sepolto France Prešeren, il più grande poeta sloveno. Tra particolarità naturali, edifici storici e musei, mi rendo conto che qui c’è molto di più di una mostra patchwork da visitare, e il bello è che la mia ignoranza è ancora maggiore di quanto già supponga, ma questo lo scoprirò più tardi.

Eccoci qua, Cankarjeva 4, impossibile sbagliarsi; attorno a un tavolino all’aperto quattro quilter stanno assemblando un giardino della nonna; poco più in là, nella piazza, un mercatino all’aperto di opere tessili artigianali; da una vetrina occhieggiano dei bargello; riconosco Margareta, deus ex machina di questa mostra; si parte, stavolta non in treno, ma con le parole, per l’inevitabile e irrinunciabile scambio di opinioni sulla nostra comune passione.

Bancarelle all’aperto e oggetti fatti a mano: impossibile resistere, e così…

 

Da questa immagine è possibile apprezzare le generose dimensioni dei lavori in mostra.
Ecco di seguito alcuni dei lavori presenti alla mostra. Come al solito è necessario cliccare sulle immagini per vederli in formato più grande su Flickr.

 

Il Log Cabin è il blocco ideale per fare pratica e offre infinite possibilità di composizione.

Si tratta in fondo di decidere l’effetto finale che si vuole ottenere: contrastato come questo black & white con gocce rosse che sembrano sangue, …
… oppure cercare un’armonia cromatica più riposante. Vedendo le foto nutro il sospetto che per i quadratini rossi di questi tre lavori sia stata utilizzata la stessa stoffa, ma che il loro colore appaia differente in funzione dell’accostamento.
Sicuramente più coraggiosi, direi quasi temerari questi abbinamenti. Putroppo la fotografia non rende giustizia ai “veri” colori come apparivano dal vivo, ma in ogni caso hanno un impatto molto forte, difficile da sostenere a lungo.
Lavorare con il rosso e il bianco è sempre molto rischioso, può uscirne un lavoro eccessivamente vibrante o addirittura pacchiano. Qui invece il difficile equilibrio è mantenuto, anche grazie a un vago richiamo nel disegno a motivi etnici del Centroamerica.
Quest’opera rigorosamente monocromatica suggerisce più sfumature che se fossero stati usati tutti i colori dell’arcobaleno

 

E per finire ecco il lavoro che è stato scelto per fungere da copertina per la brochure della mostra. Indubbiamente di grande effetto.

Il viaggio (verbale) è lungo e si sposta dalla mostra a un vicino caffè dove, nel mio stentato inglese inframmezzato da un altrettanto improbabile sloveno, mi sforzo di trasmettere alcune informazioni pratiche, giusto per cercare di spianare loro la strada nel non sempre agevole reperimento di materiali, attrezzature e pubblicazioni. A questo punto vengo a conoscenza di un particolare non trascurabile che mi era completamente ignoto, e cioè che Kranj è, perlomeno in Slovenia, il posto storicamente più congeniale per l’arte tessile. Qui per secoli veniva prodotto il lino destinato alla biancheria intima della Mitteleuropea; sempre qui venivano tinti e stampati lino e cotone, una tradizione che risale agli inizi del XVIII° secolo e che viene illustrata nel piccolo museo dedicato alla tintoria Pirc; in questa cittadina esistevano fino a poco tempo fa ben quattro industrie tessili; gran parte dei lavori esposti sono stati realizzati con le stoffe originali del luogo, ormai introvabili, e perciò ancora più preziose delle blasonate stoffe americane.

E’ proprio vero: quando si dà si riceve.

Vorrei lasciarle andare a pranzo, io sono in gita, ma loro avranno degli impegni, una casa una famiglia, e invece no, non è finita qui.
Con una cortesia sconosciuta dalle mie parti, Lea, una delle amiche di Margareta, si offre come vodja izleta, una paziente guida che mi conduce attraverso gli angoli più caratteristici di Kranj, e mi racconta fatti, date e aneddoti, fino al momento di lasciarmi accanto a un (ottimo) ristorante, ovviamente consigliato da lei.

L’insegna della Casa del daziere, edificio del 1527

Prima del ritorno a casa, complice il bel tempo insistente, mi concedo una passeggiata nel Canyon della Kroka; arrivo in centro giusto in tempo per la cerimonia di inaugurazione della mostra, niente di pomposo s’intende, pare più una festa in famiglia. Il mio augurio è che crescano tecnicamente e artisticamente (lo faranno di sicuro), ma che il loro atteggiamento resti immutato, che non conoscano boria e supponenza, e che, non se ma quando saranno più brave, siano sempre vicine a chi inizia e mai inaccessibili.
Un ultimo saluto e via, verso la stazione ferroviaria. Quando sono lì mi accorgo che sono in leggero anticipo, e siccome a furia di chiacchierare ho la gola secca, c’è giusto il tempo di bere qualcosa.

La mia giornata a Kranj si conclude in maniera quasi surreale, sorseggiando con calma una birra fresca a questo tavolino all’aperto di questa tranquilla stazione, antiquata, senza sottopassaggi, senza frettolosi viaggiatori, senza monitor di arrivi e partenze, senza gracchianti annunci meccanici; un solo marciapiede, un solo binario utile per entrambe le direzioni e stentate erbacce tra gli altri; quasi nessuno in giro, giusto un paio di tranquilli avventori al bar; mi aspetto di veder passare un rotolacampo, uno di quei cespugli che si vedono nei film western; in una una parola sola: relax.

Arriva il treno, puntuale, e in quel momento hanno inizio due cose, la prima è il viaggio di ritorno, la seconda è la riflessione su quanto ho visto e su come scriverlo.Che posso dire, questo viaggio è stato assolutamente, splendidamente, gioiosamente irragionevole, come dovrebbe essere sempre tutto ciò che attiene alla parte migliore della nostra vita, quella immateriale, dedicata alla bellezza, all’empatia, all’amicizia.
La ragione quasi sempre ci conduce a scelte logiche, coerenti, sensate, esatte, convenienti (per noi), opportune, ma raramente è fonte di felicità, per nessuno.
Ciò che ci differenzia da una imperturbabile macchina logica sono i sentimenti, le emozioni, gli slanci, l’entusiasmo, la passione, tutti aspetti del nostro essere che non sono quantificabili, misurabili, calcolabili; o ci sono o non ci sono.

La quilter si sforza di essere precisa nel taglio, esatta nella composizione, puntigliosa nei dettagli ma, se ha ben operato, ciò che ne nasce è un’opera che supera per valore ogni sua abilità manuale, perché l’effetto di un bel patchwork, dal motivo più semplice a quello più elaborato, trascende il giudizio canonico per sottostare alle imponderabili leggi del gusto personale ed emozionale.
Qui sta tutto il senso di questo mio irragionevole viaggio a Kranj, nel piacere di farlo per partecipare a un così raro evento, per solidarietà, per ritrovare l’entusiasmo degli inizi, per condividere un po’ di sogni, per regalare la giusta soddisfazione a chi si sta avventurando in una foresta piena di insidie ma anche ricca di incantevoli radure, per poter dire un giorno – io c’ero.

One thought on “Non c’è ragione

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