A volte ritornano

Pur non essendo Stephen King tra i miei autori preferiti, devo ammettere che a distanza di quarant’anni il titolo di quel famoso libro è ancora intrigante.
A volte ritornano dicevo, e con gli stessi effetti terrificanti evocati in quelle pagine, ecco che ritornano i miei articoli sul blog.
Quasi superati i deleteri effetti di una banale quanto inopportuna frattura del radio, ho potuto finalmente riprendere in mano (anche concretamente) alcuni post che avevo lasciato in sospeso.
Ecco allora che per questo mio riaffiorare al mondo del visibile ho deliberatamente scelto di scioccarvi con qualcosa di estremo, delle opere che talvolta sfiorano la provocazione, che offrono più domande che risposte, e che sembrano pensate per scatenare opinioni contrastanti.
L’occasione mi è stata offerta dalla decima edizione del concorso internazionale di arte tessile contemporanea “Premio Valcellina”.
Già la definizione “arte contemporanea” dovrebbe dissuadere chi ama il patchwork classico dal proseguire nell’esplorazione di questo articolo, perciò da qua in poi vi inoltrerete a vostro rischio e pericolo. Continua a leggere

Verona Tessile 2017

verona

A Verona ci son passati tutti, Brenno, Cesare, Vespasiano, Teodorico, Adelchi, Papa Lucio III, Federico Barbarossa, Dante, Goldoni, Napoleone, Byron, Radetzky, Carducci, Francesco Giuseppe, e forse potevo non farci una scappata anch’io?
Ovviamente no.
E così, in un bel sabato di fine aprile, ho preso il treno e mi sono fatta scarrozzare fino a Verona Porta Nuova.
Già, un gran bel sabato, sotto tutti i punti di vista.
Bello, perché era una giornata di sole, la prima dopo una settimana di tempo capriccioso.
Bello, perché a Verona quel dì era sceso tutto il mondo, che pareva di girare per Venezia.
Bello, perché passeggiando per le vie della città ho scoperto più domande che risposte.
Bello, perché ogni sabato ha qualcosa di speciale, la giovinezza del fine settimana.
Bello, perché c’era Verona Tessile, e non serve dire altro.

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Effetti collaterali

Ora ho capito, ora tutto si spiega, e la soluzione sta in una parola: tetra.
Un accidente si spiega, direte voi, ma vi prego di avere pazienza, solo qualche riga.
Chi un po’ mi conosce, o perlomeno segue questo blog, avrà notato come io possa apparire di gusti non facili, talvolta bizzarri, e sovente mi sono chiesta se il mio giudizio estetico fosse autentico oppure, in mancanza di cultura, dettato dall’estro del momento. Niente di tutto ciò, si tratta invece di una mera questione oculistica.
La maggior parte delle persone possiede una visione “tricromatica”, nel senso che l’occhio è sensibile a tre colori base, il rosso, il verde e il blu; tutti altri colori visibili, nelle loro varie sfumature, dipendono dalla combinazione di quelle tre basi, permettendo di distinguere circa un milione di colori diversi.
Una minoranza, fortunata o sfortunata lo potremo decidere in seguito, è “tetracromatica”, nel senso che è in grado di registrare la lunghezza d’onda di un quarto colore base, e di conseguenza la quantità di combinazioni di colore ottenibili risulta più elevata.
Le cause di questa peculiarità (difetto?) della retina non sono ancora del tutto chiare, resta il fatto che una persona tetracromatica distingue delle sfumature di colore che sfuggono alla maggior parte della popolazione. Tutto ciò l’ho scoperto solamente grazie a dei test che mi sono stati proposti dal mio sceneggiatore/fotografo/aiutante/agenzia di viaggio/sherpa, il quale, mi si passi il gioco di parole, da questo punto di “vista” è messo ancora peggio di me.
Badate bene, non è che io goda di una vista superiore, i miei indispensabili occhiali stanno lì a dimostrarlo, semplicemente mi capita di percepire le cose con una visione cromatica leggermente diversa, il che mi porta talvolta a valutare un’opera con un metro di giudizio difficilmente condivisibile.
Quindi, d’ora in poi, quando resterete perplesse circa qualche mia preferenza estetica, sappiate che non si tratta di pregiudizio, disattenzione o capriccio, è semplice biologia, un effetto collaterale.
optical-dispersionThere is no dark side of the moon really, as a matter of fact it’s all dark

Malanni di stagione

Primavera.
Un sole ancora giovane dipinge di rosa i ciliegi.
Papaveri rossi come gocce di sangue stillate dal prato.
Tutti gli arcobaleni che riescono a imbastire gli iris.
Luce, luce, luce, per uscire, giocare, sognare.
Primavera, la stagione più bella.
In teoria…
Come ignorare anche gli aspetti meno gradevoli della primavera?
La natura si risveglia, e con lei tutte le allergie derivate, con gli effetti che ben conosciamo: raffreddore, occhi lucidi e tosse, variamente assortiti.
Il caldo, tanto bramato, arriva senza bussare, e ci causa spossatezza e indolenza, proprio quando tutto ci spronerebbe all’azione.
Tempo pazzo, non si sa mai come coprirsi, o troppo o troppo poco, in giaccone col sole, in giacchetta colla pioggia, e una bronchitella se ne sta sempre in agguato.
Anche tutta quella luce che cala prepotente da un cielo ancora non oppresso dall’umidità estiva ci sbalestra, sconvolge il nostro ritmo circadiano, e con lui vanno a farsi benedire tutte le buone abitudini dell’organismo che si regolavano sul nostro orologio interno.
Ancor peggio va a chi approfitta di qualche ora di luce in più per allungare la sua giornata lavorativa, garantendosi un bel surplus di affaticamento.
Per buona misura ci levano anche un’ora di sonno, grazie all’ora cosiddetta “legale”, aggravando lo stato di torpore mattutino che sempre si accompagna a questo periodo dell’anno.
Nei casi peggiori si arriva a una sorta di depressione primaverile, la SAD (Seasonal Affective Disorder), durante la quale la mente rifiuta di accordarsi con l’esuberanza circostante e la combatte con l’apatia.
Se pensate che i malanni di stagione siano tutti qui, vi state sbagliando, poiché il peggiore, quello al quale non si sfugge, fastidioso come un tafano, inesorabile come una cartella di Equitalia, puntuale come la nuvola del Rag. Ugo Fantozzi, fatale come quel famoso iceberg nell’Atlantico settentrionale, sta proprio per colpirvi in questo esatto momento: si tratta del mio solito post di primavera sul Prague Patchwork Meeting.
Eccolo, lo sento, il sospiro di rassegnazione, quello di chi si accorge di essere caduto nella trappola di un titolo mendace e fuorviante. Ad averlo saputo prima…
Che ci volete fare, Praga per me è uno straniarsi da ciò che è usuale per scoprire sempre nuove affinità tanto sorprendenti quanto profonde. Come già scrissi, un dì arrivai a Praga per il patchwork, ma ormai esso è solamente una delle componenti che mi spinge ogni anno verso la Boemia.

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