I magnifici sette

Tempo fa mi capitò di sfogliare una rivista dove veniva presentato il progetto per realizzare una farfalla di stoffa come se fosse un origami.
L’articolo era interessante, peccato che, come spesso capita, le istruzioni fossero tutt’altro che dettagliate, e anzi dovetti faticare non poco per venirne a capo, poiché oltre alla descrizione assolutamente non esaustiva, nelle fotografie di corredo all’articolo era saltato un passaggio fondamentale.
Solamente andando a pescare qua e là su internet riuscii a colmare quella lacuna.
Ora che mostre niet, concorsi niet, viaggi niet, non mi resta altro da fare che giocare un po’ con la stoffa, e avrei pensato di realizzare dei cotillon da regalare alle amiche.
Diciamo che, come sempre, il gioco mi ha preso la mano (magari avessi tante amiche quante sono le farfalle che ho terminato), e il mio sherpa tuttofare ha pensato bene di fotografarne qualcuna.
Sono sette, piccoli papillon di circa 80 millimetri, fatte con gli avanzi degli avanzi della stoffa utilizzata per le mascherine.
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Niente da fare

ViaggioIl programma di questa primavera era allettante.
Iniziava con un viaggio in Catalogna, per la sedicesima edizione del Festival Internazionale del Patchwork, a Sitges, un bellissimo angolo di mondo vicino a Barcelona.
Poi la mia agenzia di viaggi mi avrebbe scarrozzata fino in Andalusia, a Granada, per ammirare l’Alhambra e gustare le prelibatezze locali.
A seguire ci sarebbero state Madrid, arte e storia a bizzeffe, e la suggestiva Toledo. Da lì poi via verso Vienna per alcune gallerie interessanti che sempre mi era ripromessa di visitare.
Dulcis in fundo, mi aspettava la Boemia, per il Prague Patchwork Meeting, dove finalmente sarebbe stata esposta una mia opera.
In programma, a fine aprile, mi attendeva anche una scappata a Beaujolais, per la Biennale di Arte Tessile, con bellissimi quilt realizzati da artiste provenienti da tutto il mondo, e tra queste c’era anche una delle mie preferite, ossia Irina Voronina.

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Quilt Fest 2019 – Althofen

carinziastemmaVi devo una spiegazione, ossia come mai inserisco solo ora un breve report sul Quilt Fest 2019 della Patchwork Gilde Austria. Se siete curiose di saperlo vi dovrete sorbire un piccolo riassunto infarcito di aspetti informatici.
A fine anno siamo stati costretti a sostituire il personal computer col quale viene gestito questo blog. Non che la macchina si fosse guastata, ma purtroppo andava aggiornato il sistema operativo, in quanto per quello installato non sarebbero più stati forniti aggiornamenti di sicurezza, quelli che in gergo vengono chiamate “Patch”. Come sempre succede, il nuovo sistema operativo richiedeva più risorse di quello precedente, e il nostro computer, già abbastanza sollecitato, non ce la poteva fare.
Quindi, nell’ordine, esecuzione del backup di tutti i dati, acquisto del nuovo computer, installazione di nuovi programmi di editazione (perché quelli vecchi erano, ovviamente, non compatibili), e infine apprendimento dei nuovi software (resto sempre dell’idea che i programmatori non facciano altro che spostare tutti i comandi apposta).
Al termine di quel tormentato percorso riuscimmo finalmente a pubblicare il post sul Carrefour Européen du Patchwork, e, dopo una meritata pausa (era stato un lavoro abbastanza lungo), si sarebbe potuti passare al Quilt Fest austriaco. Sottolineo “si sarebbe”, perché il “nuovo” computer pensò bene di guastarsi, e non una robetta da poco. In buona sostanza era saltato il disco fisso, in maniera irreversibile e irrecuperabile.
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Per fortuna il mio webmaster-sherpa-guida turistica-pusher era stato previdente, e i dati erano stati salvati in una copia di riserva. In ogni caso, dopo la riparazione, si resero necessarie l’installazione e la configurazione di tutti i software, e vi confesso che per un po’ ne ho avuto abbastanza del computer.
La sensazione di aver mancato ai miei doveri mi impone però di offrirvi un breve resoconto di quanto mi è capitato di ammirare in Carinzia. Sapete come si dice: meglio tardi che mai. Continua a leggere

Val d’Argent 2019

flag-alsace-svgMi sbagliavo.
Sai che novità, direte voi.
E invece la novità c’è, ossia che mai sono stata così felice di sbagliarmi.
Penso che da un po’ abbiate notato nei miei post un’ombra di stanchezza, si direbbe un larvato pessimismo nei riguardi del patchwork, come se avessi smesso di aspettare che sull’estremo confin del mare si levi quel fil di fumo, colorato s’intende, e che si stessero dissolvendo quelle illusioni alle quali mi sono sempre aggrappata fin da quando ho iniziato a tagliare e ricucire dei frammenti di stoffa.
Vi confesso che, nel passato, c’è chi ha fatto del suo peggio per demoralizzarmi, ciò nonostante tutto ho sopportato e tutto potevo sopportare ancora, ma ultimamente non riuscivo a reggere lo sconforto causato dalla sensazione che fossi testimone di un tramonto, il ripiegamento del patchwork su sé stesso, la riproposizione di temi già visti, le fughe in direzione del puro effetto, le esibizioni velleitarie nelle quali mancavano sia l’arte che la tecnica, e, nota dolente, l’esiguità di un promettente ricambio generazionale.
Le prime crepe si erano formate già qualche anno fa, quando erano troppo frequenti dei déjà vu, l’impressione di minestra riscaldata tanto per capirci, e a ricevere apprezzamenti e premi erano i soliti nomi noti.
Ah, che madornale errore il mio! Ero cieca, ma ora vedo.
Chi ha fatto il miracolo?
Un solo nome: 25° Carrefour Européen du Patchwork.

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Verona Tessile 2019

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Con il solito, direi quasi proverbiale ritardo, sono riuscita a stendere le mie impressioni sull’ultima mostra di Verona Tessile.
Purtroppo la realizzazione del post precedente sul PPM2019 mi ha preso abbastanza tempo, e inoltre vi confesso che sentivo anche la necessità di riflettere prima di esprimere una mia opinione sulla mostra di Verona, per vedere la quale è sicuramente valsa la pena di svegliarsi all’alba per arrivarci in treno, ma che mi ha dato di che discutere durante il viaggio di ritorno a sera inoltrata.
Diciamo che alcuni aspetti hanno risvegliato il mio spirito critico, quell’indocile bestiaccia che sempre mi sussurra commenti velenosi con lo scopo di rovinarmi i momenti belli della vita e di procurami la meritata fama di rompiscatole.
Però tutto ciò a voi non interessa, perché siete qui per vedere delle creazioni tessili, e pertanto mi limiterò a qualche osservazione maliziosa, giusto un pizzico di sale e pepe qua e là.

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Praga 2019

ppm2019logowQuesto è un post importante.
Potrebbe essere il mio ultimo articolo sul Prague Patchwork Meeting.
Precisiamo, non è che sia rimasta delusa dalla mostra, tutt’altro. Le opere esposte erano apprezzabili, sistemate con gusto e criterio, variate nello stile e perfettamente godibili, insomma tutto bene come sempre.
Ma è proprio quel “come sempre” a mettermi in crisi.
Già prima di partire temevo di trovarmi di fronte al solito copione, pregevole fin che si vuole, ma troppe volte replicato.
Ecco allora la solita strada, con il solito marciapiede e i soliti due tombini senza coperchio che se ci finisci col piede dentro ti fai fuori la caviglia (a essere ottimiste). Ecco la solita ripida scala metallica stile “La collina del disonore”, salendo la quale prima o poi qualcuna si sentirà male. Ecco nell’atrio la solita esposizione a tema sistemata sui soliti cavalletti del 2011. Ecco la solita disposizione impeccabile, ma canonica, delle opere, per cui tutto appare ma nulla emerge. Ecco le solite creazioni tessili, talune ammirevoli per fattura e composizione, comunque gradevoli, però mai imprudenti o impudenti. Ecco ancora, per buon peso, la solita (e inspiegabile) assenza a Praga di cartelli, affissi, volantini, o anche minimi indizi che citino il Meeting.
Ci tengo a precisare che a Jana Štěrbová (Deus ex machina della mostra) va tutta la mia ammirazione, per la sua cifra artistica in primis, ma anche per essere riuscita a gestire per tanti anni questa manifestazione patchwork. Resto convinta che la persona in grado di tenere assieme e mettere d’accordo un gruppo di quilter può tranquillamente venir candidata al ruolo di Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Detto ciò avrei sperato che, in un attimo di coraggio o di follia, lei decidesse di uscire dagli scorrevoli binari del successo garantito e rischiasse relazioni e reputazione per battere sentieri ancora inesplorati.
Forse la colpa è invece soltanto mia. Troppe cose ho già visto, e troppo in alto pongo ormai l’asticella della mia considerazione. Sono un po’ come il viaggiatore che ha girato mezzo mondo e che trova difficile provare ancora meraviglia, perciò confesso qui la mia colpa, quella di essere diventata incontentabile e sofistica, in una parola: viziata.
Fatta questa premessa, è ora che vi racconti qualcosa della mostra, un’esposizione che comunque consiglio di andare a vedere, almeno una volta. Magari potrei consigliarvi di andarci con più comodità di quanto abbia fatto io, perché non so se tutte le aficionade del patchwork siano in grado di reggere dodici ore andare e dodici ore tornare di autobus notturno; magari sarei in grado di suggerirvi dei trasferimenti più confortevoli.

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