Esperimento (poco) segreto

Dato che mano e polso mi stanno dando ancora dei fastidi, ho pensato (bene?) di fare di necessità virtù, quindi sto cercando nuove tecniche espressive, battendo nuovi sentieri che promettono di complicarmi la vita.
Adesso è il turno delle matite acquarellabili, l’uso delle quali sto apprendendo per somma di errori, anche grazie alla difficoltà di reperire dei materiali accessori, persino sconosciuti anche ai rivenditori di queste matite. Proprio oggi ho trovato, per caso, in una piccola farmacia di Koper/Capodistria il tipo di gel che qua cercavo da un bel po’, senza risultati naturalmente.
Se vi servono altre informazioni non avete che da scrivermi, sarò felice di darvi delle dritte.

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Il cacciatore

gunMaledetto.
Quando lui sente l’odore della preda non c’è modo di fermarlo. Ma chi è la preda?
La preda sono io, non come persona fisica, questo è ovvio, bensì come stato d’animo.
A volte mi viene da pensare che questo cacciatore provi un sadico piacere nel distruggere le mie illusioni, e che una volta fiutata la pista persegua il suo scopo con implacabile determinazione fino all’inevitabile e sconfortante conclusione: la furbizia paga, sempre.
Io invece, ingenua quilter, continuo a cullarmi nell’illusione di far parte di un mondo dove l’abilità, l’originalità, il gusto e il rigore formano i quattro punti cardinali verso i quali si dovrebbero orientare l’arte e l’artista.
Così non è, o almeno non lo è sempre, ma saperlo o non saperlo fa la differenza, sapete com’è, “occhio non vede, cuore non duole”. In fondo non chiedo molto, solamente il piccolo piacere di ammirare, e spesso invidiare, le creazioni tessili che fanno bella mostra di sé alle esposizioni che riesco a seguire, è la mia fuga dalla realtà, è un sogno a occhi aperti.
Purtroppo c’è chi si occupa di impallinare il mio sogno, riportandomi a una realtà che sa di sconfitta, di trappola ineludibile, di amara delusione.
Io non so come faccia, ma gli basta uno sguardo al soggetto e una manciata di minuti in rete per svelare ciò che avrei preferito non mi fosse svelato, e ancora una volta, l’ennesima, mi ritrovo col morale a terra.
Il fatto è che non me la sento di prendermela con lui, in fondo mi è di fondamentale aiuto per tenere assieme questo blog, i viaggi, le foto, i commenti, eccetera, però non posso fare a meno di maledire la sua memoria fotografica, e ovviamente anche Internet.
Leggendo i miei post vi sarà già capitato di incontrare qualche considerazione poco benevola sulla scarsa originalità di alcune opere, come, per esempio, in questo articolo qui, ma la colpa è soltanto sua, di quel crudele cacciatore.
Oggi stavamo osservando delle immagini, discutendo sulla corretta interpretazione del tema di un concorso, quando il suo occhio rapace è caduto su un’opera in particolare.
Date uno sguardo a questa fotografia, si tratta dell’immagine di un minatore del Kansas, immagine presente, non servirebbe dirlo, in Internet.
Ora invece osservate qui.
Ebbene, si tratta della stessa immagine trasposta pedissequamente su stoffa. Io non dico che non si possa fare, però bisognerebbe citare la fonte, anche se è composta di una serie di zero e di uno, e anche perché sarebbe un segno di rispetto verso quelle artiste che si fanno “un mazzo così”, quelle che cercano di creare qualcosa di veramente originale accettando il rischio di sbagliare e di non riuscire a ottenere un’opera apprezzabile.
Ecco, ora forse comprenderete il mio sconforto, e come mai io sia così restia all’entusiasmo, giacché ho sempre timore che giunga quel colpo che spezzerà il mio volo e mi farà precipitare al crudo suolo della realtà.
Maledetto.

P.S. La fotografia del quilt è ricavata dal sito filetpatch.canalblog.com

Tagliare per ricucire

Premessa, tanto per esser chiare (ma quando mai…).
Su questo post non tratto di patchwork, di cucito creativo, e nemmeno di stoffa, ma in fin dei conti nulla può prescindere dal patchwork, dal cucito creativo, e dalla stoffa.
Cerco di spiegarmi (illusa…).
Anamnesi: inverno, poca luce, polso e mano doloranti, umore grigio ardesia, ispirazione latitante.
Diagnosi: metereopatia strisciante e inizi di malinconia.
Prognosi: aggravamento dei sintomi in assenza di trattamento polifunzionale.
Cura: vedi qui, di seguito. Continua a leggere

Bassano 2017

Bassano del Grappaaa,… si scendeeeeee…
bassanotreno02Bene, siamo finalmente arrivati a Mitrovica, oops, lapsus freudiano, intendevo dire a Bassano del Grappa, questa bellissima cittadina attraversata dal Brenta, e ci siamo per la mostra organizzata dall’associazione Bassano Patchwork.
Anni indietro mi capitava di vedere nello stesso giorno la mostra di Treviso e quella di Bassano, una sorta di Quilting Day molto eccitante, ma pure molto faticoso. Dai e dai, mi sono fatta furba (incredibile, ma vero!), e quest’anno ho deciso di prendermela comoda. Dopo la puntata a Treviso ho preso il treno per Bassano, dove mi aspettava una camera per la notte, così da arrivare alla mostra con occhi riposati, pronti ad accogliere le nuove immagini che mi si sarebbero presentate.
Per inciso, potevo scegliere io un banale hotel, un albergo, un Bed&Breakfast, una pensione, uno chalet? Ovviamente no.
Finora avevo considerato U Malého Vítka, a Český Krumlov, il posto più strano e originale dove avessi dormito, invece il Palazzo Zelosi, un edificio seicentesco sorto dalla trasformazione di un antico convento, è ancor più suggestivo.
p1120369Pur essendo la struttura adeguata ai nostri tempi, essa riesce a mantenere un’atmosfera monacale, pur senza essere spartana, quasi in ossequio all’augusto passato. Posso dire di essermi trovata benissimo, in una stanza molto silenziosa, senza (aaah, finalmente) televisore, e assistita da personale gentilissimo. Un bijoux.
Abluzione, vestizione, prima colazione, sono pronta, andiamo.
Ovviamente piove. Continua a leggere

Treviso 2017

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Annamaria Da Tos – Gocce d’acqua

Piove, il che mi ricorda qualcosa, un altro giorno di pioggia di circa un mese fa.
Questo gocciolante promemoria mi riporta a Treviso, a un pomeriggio dedicato alla mostra organizzata da Patchwork Idea.
Era da un bel po’ che non mi si riproponeva il fatale connubio pioggia-patchwork, perciò quando scesi dalla tradotta di Trenitaglia e venni investita da una spruzzata di gelida acquerugiola, ebbi conferma che tutto stava andando secondo i piani, ovviamente non i miei.
L’esperienza porta con sé i suoi vantaggi, si sa, tra questi un robusto ombrello, un paio di stivali adeguati, un giubbotto impermeabile e una pasticceria nei pressi di Ca’ de Noal dove gustare un corroborante macchiatone.
Prima di iniziare a parlarvi della mostra mi sento in dovere di farvi una confessione: io non ci volevo andare, non nel senso che mi ci hanno obbligata, ma dalle immagini che avevo trovato in rete mi ero fatta l’idea che le opere esposte non valessero il viaggio (e la pioggia, naturalmente).
Ora posso dirlo, sarebbe stata una pessima idea, e sono certa che le immagini che ho inserito nel post lo confermeranno, anche se queste fotografie, come sempre del resto, non riescono a restituire tutti i dettagli in grado di far apprezzare il valore di un quilt.

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Senza mani!

Eccomi qua, con un polso malandato e l’altra mano invece pure.
Per fortuna la vista mi è di grande aiuto, nel senso che già da un bel po’ dovrei andare a controllarla, ma per il momento va bene così, vedendoci meno i difetti passano inosservati.
Negare, negare sempre, anche l’evidenza. Nego a me stessa che sarebbe anche ora di smettere, di passare oltre per dedicarsi ad attività meno sfibranti del patchwork, che ne so, il poker, la speculazione in borsa, la fabbricazione di esplosivi, la roulette russa…
E invece no.
Così, un po’ per passare il tempo, un po’ per dipendenza, e un po’ per regalare qualcosa di originale, mi sono ritrovata quest’autunno a finire questi tre lavoretti che già da un bel pezzo vagavano da un cassetto all’altro.

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